Corno d'Africa
25.03.2013 - 16:57
 
 
ANALISI
 
La Somalia tornerà ad essere un fattore nell’area
Roma, 25 mar 2013 16:57 - (Agenzia Nova) - Uno dei fattori che ha caratterizzato lo scenario geopolitico del Corno d’Africa nell’ultimo ventennio è stata l’assenza totale di uno stato centrale somalo e la deflagrazione, in un contesto prima di guerra civile e poi di stato fallito, di numerose problematiche transnazionali, dalla presenza di uno stato jihadista filo al Qaeda nel sud del paese fino all’emersione della pirateria globale. Non che la Somalia non abbia prodotto temi strategici d’interesse regionale ed anche globale, ma essi fuoriuscivano dal più famoso stato fallito del mondo, inserendosi direttamente, con un balzo dalla pre-modernità alla post-modernità, nella globalizzazione.

Il 2011 ed il 2012 hanno visto emergere una nuova determinazione da parte di alcuni attori della comunità internazionale (in particolare Turchia, Regno Unito, Kenya ed Etiopia) a voler segnare un punto di svolta nell’anarchia somala. I progressi militari sia via mare (missioni Atalanta e Ocean Shield e le numerose task force multinazionali) che via terra (la liberazione di Mogadiscio prima e poi l’offensiva della truppe dell’African union mission in Somalia, Amisom, nella Somalia meridionale, che ha portato alla caduta di Chisimaio e alla liberazione delle principali città) hanno prodotto – almeno temporaneamente – la scomparsa delle due principali minacce alla sicurezza interna ed internazionale: il movimento jihadista degli shabaab e i network della pirateria somala. In parallelo, il processo politico ha portato alla chiusura dell’esperienza del governo federale di transizione (Gft) e all’elezione, nel settembre 2012 da parte del nuovo parlamento nominato dagli anziani dei diversi clan, del primo presidente somalo eletto in 20 anni, Hassan Sheikh Mohamud. Il nuovo governo ha ottenuto, nel gennaio 2013, l’importante riconoscimento da parte degli Stati Uniti, interrompendo la lunga l’assenza di relazioni bilaterali, che persisteva dal 1991.

I primi cento giorni del governo, con il ritorno delle autobombe a Mogadiscio e l’avvio della crisi sul controllo di Chisimaio, hanno tuttavia riconfermato la complessità delle sfide che attendono la nuova Somalia e che non è ancora tempo di cedere a facili ottimismi. La questione che maggiormente rappresenta un concreto rischio d’esplosione di nuovi conflitti è la cosiddetta questione federale, ovverosia il processo di costruzione di nuove entità sub-nazionali che necessariamente comportano l’identificazione di criteri di redistribuzione del potere tra livelli para-statuali molto diversi tra loro ed espressioni di differenti basi di clan: il nord semi-autonomo (Puntland) o secessionista (Somaliland), il centro-sud – l’ex area occupata dagli shabaab – privo di reali strutture statuali organizzate e la ri-nascente città-stato di Mogadiscio, ove il nuovo governo vuole ricostituire un centro forte da cui estendere il proprio potere verso le periferie.

La nuova costituzione somala non definisce le componenti sub-nazionali dello stato federale, ma apre la possibilità ad una – teoricamente molto ampia – gamma di opzioni, prevedendo che due o più regioni (delle 18 riconosciute) possano formare uno degli stati federali. Sarà difficile portare avanti il processo di costruzione dello stato a livello centrale senza avviare altri (pericolosi) processi paralleli e opposti: la parziale de-statualizzazione del nord - Puntland e Somaliland - e la creazione delle amministrazioni locali nei territori liberati dal controllo del movimento degli shabaab. Togliere potere al nord e creare nuovi centri di potere al sud è probabilmente un’operazione che è fuori dalla portata del debole governo centrale, che tuttavia, grazie anche alla legittimità internazionale di cui gode, potrà presto diventare il fulcro delle azioni degli attori esterni in Somalia, giocando un ruolo di interfaccia e di arbitro e regolatore delle dispute interne che tale processo di redistribuzione del potere comporterà.

Va anche tenuto in debito conto che, dopo l’indipendenza della Somalia nel 1960 dall’amministrazione fiduciaria italiana (Afis), il paese ha conosciuto – prima del ventennio di anarchia – due soli regimi, entrambi molto centralizzati: nove anni di governo civile eletto e successivamente 21 anni di una dittatura militarizzata di stampo socialista. Di fatto, la Somalia non ha alcuna tradizione politica federale, mentre quella centralista è stata spazzata via dalla guerra civile. In tale vuoto, e nell’impossibilità di garantire libere elezioni che possono produrre nuove legittimità, due sono le direttrici dell’attuale processo d “state building”: i rapporti di forza tra i clan e l’azione di un numero crescente di attori esterni (Regno Unito, Stati Uniti, Unione europea, Turchia, Kenya, Etiopia, Uganda, Cina, Qatar, Egitto ed altri.). Il 2014, che sarà caratterizzato sul piano diplomatico internazionale da due conferenze sulla Somalia (una a Londra – organizzata dal governo britannico assieme al nuovo governo centrale somalo – e l’altra a Bruxelles dall’Unione europea), metterà alla prova la fragile pace, minacciata da due possibili ritorni, sotto nuove forme: quello del disperso jihadismo radicale degli shabaab e quello del conflitto tra i clan per le risorse ed il controllo del territorio.

Entrambi i conflitti sono nascosti tra le pieghe della costruzione dei nuovi stati costituenti la rinascente Somalia federale. La corsa alle esplorazioni d’idrocarburi offshore e onshore in presenza di confini internazionali contestati, di indefiniti confini amministrativi interni e in assenza di una legge nazionale sulla proprietà delle risorse naturali e sulla ripartizione dei proventi del loro sfruttamento, rischia di aggiungere nuovi motivi di conflitto ad una situazione fragile e precaria. In questo contesto, il 2014 vedrà un accelerarsi della “corsa alla bandiera”, ossia alla riapertura delle ambasciate estere a Mogadiscio, parcheggiate dopo il 1991 nella vicina Nairobi, di fatto la capitale politico ed economica della Somalia nello scorso ventennio. Diversi paesi stanno progettando una riapertura della propria sede di rappresentanza politica a Mogadiscio per estendere il raggio d’azione verso il governo somalo e le numerose altre entità etniche, politiche e sociali. La Turchia è forse il paese che ha maggiormente investito sulla propria presenza diretta in Somalia, ma numerosi altri paesi europei hanno aperto un ufficio militare o stanno progettando a breve la riapertura delle sedi diplomatiche. È verosimile che molte di esse avranno luogo entro l’anno.

Tra i dossier di politica estera che il prossimo governo italiano dovrà affrontare vi sarà anche quello su quale sarà il peso da attribuire alla nuova Somalia nell’agenda internazionale italiana e quali sono le modalità e soprattutto i tempi per il ritorno di una stabile e strutturata presenza italiana. Ciò non può essere ovviamente fatto senza un’attenta valutazione dei costi e dei benefici, un’accorta analisi dell’andamento della situazione della sicurezza interna ed un "benchmark" con le azioni degli altri alleati europei. Oltre ai dati materiali, nel processo di “decision making” va anche tenuto presente che, qualora si prolungasse, dopo l’imminente ritorno in forze della comunità internazionale a Mogadiscio, l’assenza di una presenza stabile del nostro paese, ciò determinerebbe il venir meno del residuo ruolo politico e strategico che ancora molti attori – ad iniziare dai somali – si ostinano a riconoscere all’Italia. (p.q.)
 
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