Atlantide
22.03.2013 - 20:24
 
 
ANALISI
 
La crisi italo-indiana assume una dimensione interna
Roma, 22 mar 2013 20:24 - (Agenzia Nova) - Com’era prevedibile, nell’urto diplomatico tra l’Italia e l’India, potenza nucleare con ambizioni che si proiettano persino nello spazio, è il nostro paese ad avere avuto la peggio. Dopo aver tentato di risolvere la vicenda dei marò con un’astuzia piuttosto discutibile, il governo di Nuova Delhi ha infatti reagito bloccando per ritorsione i movimenti dell’ambasciatore Daniele Mancini, senza preoccuparsi più di tanto dell’evidente violazione delle convenzioni di diritto internazionale che garantiscono l’immunità al personale diplomatico in servizio all’estero.

La strategia del fatto compiuto messa in atto dal governo italiano non è stata dunque risolutiva e si è risolta invece in un bruciante scacco per la Farnesina, l’ennesimo della gestione Terzi. Sorprende che a Roma non si fosse valutata la possibilità di rappresaglie indiane e che il trattenimento in patria dei nostri militari “in licenza elettorale” sia stato disposto senza assumere alcuna misura precauzionale. Nello scorso dicembre, fare una mossa del genere sarebbe stato più agevole, dato che anche il nostro ambasciatore si trovava fuori sede.

E’ evidente che a motivare le scelte fatte dal nostro governo nelle ultime settimane hanno contribuito alcuni elementi ulteriori rispetto a quelli presenti nello scorso dicembre. Escludendo la volontà di generare consenso in vista di elezioni che vedevano il presidente del Consiglio in carica guidare proprie liste, se ne intravedono al momento solo due. Ma sono pesanti e meritano di essere menzionati. Il primo è la compromissione di un’importante commessa concernente Finmeccanica, il seguito all’apertura di un’inchiesta per corruzione internazionale da parte della magistratura italiana che ha avuto vaste ripercussioni anche in India.

Il secondo è l’avvenuto trasferimento del caso dei marò dalla corte periferica del Kerala ad un Tribunale speciale, una novità accolta inizialmente in modo positivo, giacché si pensava avrebbe agevolato il ritorno a casa dei nostri militari. Con il tempo, la novità è apparsa invece minacciosa, mano a mano che la nuova Corte è parsa incline a considerare l’ipotesi di comminare delle condanne esemplari. Anche a causa di interferenze gestite forse goffamente, la progressione della vicenda giudiziaria si è accompagnata all’emersione tra gli indiani di potenti impulsi nazionalisti che debbono aver suscitato profonde inquietudini alla Farnesina. Si è forse temuto che qualcosa di irreparabile potesse intervenire da un momento all’altro.

Di qui, l’infelice decisione di approfittare del permesso concesso ai nostri marò per venire a votare in Italia, disponendone il trattenimento in patria. E’ possibile, ma poco probabile, che qualcuno in Italia abbia visto in questo beneficio accordato ai nostri militari i segni di una ipotetica volontà indiana di chiudere il caso, scaricando però sul nostro paese la responsabilità di venir meno alla parola data. Se c’è stato, il calcolo si è rivelato però clamorosamente sbagliato.

Le cose sono infatti andate ben diversamente, forse anche per effetto dell’inopinata decisione della Difesa di disporre l’immediata reintegrazione in servizio dei due militari al reparto di appartenenza. Tale scelta – comunque grottesca – deve esser stata vissuta in India come un affronto. Sono scoppiate proteste. Ed il governo di Delhi ha dovuto tenerne conto, mettendo in campo tutti gli strumenti di cui dispone una grande potenza intenzionata a farsi rispettare. Per calmare un’opinione pubblica interna più che mai irritata, il governo di Delhi ha promesso di riportare i marò davanti alla propria Corte. E’ scesa in campo anche Sonia Gandhi, per ricordare all’Italia come l’India non potesse e non dovesse essere sottovalutata.

La limitazione della libertà di movimento del nostro ambasciatore a Delhi – prima rappresaglia dall’elevato valore simbolico - ha ottenuto piuttosto rapidamente gli effetti voluti, convincendo la Farnesina dell’impossibilità di risolvere “di forza” il contenzioso. E la battaglia è stata così vinta dall’India, con grave compromissione non solo della credibilità italiana, invero già ai minimi livelli dopo il provvisorio trattenimento dei marò nel nostro paese, ma della stessa percezione della residua potenza nazionale della Repubblica.

Un grave fallimento, vissuto peraltro con insospettabile levità dai suoi artefici, che impone di chiedersi se un diverso corso d’azione fosse percorribile e se davvero la soluzione adottata nelle ultime ore sia stata la migliore. Molte sono infatti ragioni per dubitarne, a partire dalla pochezza del risultato ottenuto in cambio del cedimento, a fronte dell’enormità del prezzo politico pagato. La vicenda dei marò, infatti, è ben lungi dall’essere chiusa e l’unica garanzia ottenuta dall’Italia è stato l’impegno delle autorità indiane a non condannare a morte i nostri militari, che può essere disatteso in qualsiasi momento, dal momento che i primi a mancare di onorare i propri siamo stati noi.

La Farnesina ha inoltre accettato l’ipotesi che i marò possano essere condannati ad una qualsiasi pena detentiva, contando probabilmente nell’applicazione successiva di un accordo bilaterale tra il nostro paese e l’India, che contempla la possibilità di far scontare nei rispettivi Paesi di origine le pene detentive eventualmente subite nel territorio della controparte. Una volta giudicati e ritenuti colpevoli, questo è l’argomento, dovrebbero pertanto poter essere estradati verso l’Italia, dove sconterebbero, naturalmente con gli sconti ed i benefici del caso, la pena loro comminata. E’ da sperare che vada così.

Ma è purtroppo tutto da vedere che il caso si concluda in questo modo. Ed anche se ciò accadesse, dovremmo mettere in preventivo una sorveglianza indiana sulle nostre mosse future. Spazi per furberie non paiono essercene. Forse, una missione del ministro Terzi a Delhi sarebbe stata a questo punto una mossa più opportuna, se non altro per elevare il profilo della controversia, renderla internazionalmente meno trascurabile e catturare delle simpatie alla nostra posizione.

Recandosi in India e muovendosi con l’ambasciatore Mancini, Terzi avrebbe potuto generare abilmente molto imbarazzo, facendo appello alla tradizione politica gandhiana. E su questa base, magari, negoziare sul posto anche una composizione completa e mutuamente soddisfacente del contenzioso. Cosa fatta, comunque, capo ha. L’Italia ha evidenziato una volta di più la propria debolezza politica sul piano internazionale, l’impreparazione delle sue élite alla gestione delle emergenze ed un certo ritardo culturale nel comprendere i nuovi rapporti di potenza sulla scena mondiale. Sono carenze cui risulta impossibile ovviare in tempi brevi.

Di quanto è accaduto, risentiranno non solo le relazioni bilaterali con Delhi, che ora saranno sempre più sbilanciate in favore dell’India, ma anche la posizione nello Stato italiano della Farnesina, di cui crescerà l'isolamento. Ciò è negativo, in un momento in cui l’analisi delle minacce e la reazione agli eventi richiedono il massimo coordinamento tra le varie agenzie di cui dispone la nazione. Restituendo i marò per liberare i movimenti dell’ambasciatore Mancini, il ministero degli Esteri ha in effetti dimostrato scarso riguardo per i militari, spalancando un fossato tra i due dipartimenti governativi più importanti dal punto di vista della proiezione esterna del nostro paese. Va ricordato a questo proposito come siano proprio i diplomatici a cogliere i frutti più vistosi dei sacrifici che sopportano i soldati sui teatri di crisi. I risentimenti saranno inevitabili.

I successori di Giulio Terzi e Giampaolo Di Paola dovranno lavorare sodo per ricucire questo strappo. Il prossimo ministro degli Esteri, in particolare, dovrà convincere le forze armate che gli uomini con le stellette non sono “carne da cannone”. A quello della Difesa, invece, si chiederanno maggior sobrietà e minore emotività. (g.d.)
 
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