Atlantide
14.03.2013 - 11:51
 
 
ANALISI
 
Vaticano: si è chiuso un conclave durato quindici anni
Roma, 14 mar 2013 11:51 - (Agenzia Nova) - Gli esiti di un conclave sono molto più facili da decifrare a posteriori che a prevedersi in anticipo. E’ stato così anche questa volta. Comunque, alcune ipotesi formulate “a caldo” l’11 febbraio scorso in questa rubrica, dopo l’annuncio della decisione di abdicare fatto da Benedetto XVI, si sono rivelate esatte. Dal Sacro Collegio è infatti uscito papa il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, confermando l’antica legge che vede gli sconfitti in un conclave prevalere nel successivo, se ancora nell’età di competere.

Fu ad esempio così nel 1963, a profitto di Giovan Battista Montini, che nel 1958 da arcivescovo di Milano prese voti nel conclave che elesse Giovanni XXIII, malgrado non avesse ancora ricevuto la porpora e non fosse quindi presente nella Sistina. Nell’agosto del 1978, accadde qualcosa di strano ed imprevedibile, nel senso che la rivincita del cardinale di Genova, Giuseppe Siri, incontrò ostacoli insuperabili, forse a causa dell’obiettivo distacco dell’uomo dal clima dei tempi. Per sbarrargli il passo, si schierò contro di lui un altro “peso massimo”, Giovanni Benelli, che era stato segretario privato di Montini, con l’effetto di spostare molto rapidamente i voti di tutti su Albino Luciani, patriarca di Venezia, uomo talmente legato all’eredità conciliare dei suoi due predecessori da assumere il nome di entrambi.

Fu per quasi tutti una sorpresa, ma il cardinale Carlo Confalonieri, all’epoca decano del Sacro Collegio, rimproverò i giornalisti per non esser stati capaci di interpretare gli umori prevalenti nella Chiesa. Le sue critiche di allora paiono tuttora valide e dovrebbero indurre molti a meditare. Troppi brillanti analisti delle cose vaticane si fanno infatti facilmente fuorviare nei tempi di Sede Vacante, trasmettendo spesso impulsi che riflettono le strategie delle parti in causa più che l’analisi delle forze in campo e delle tendenze di fondo.

Il paradigma della rivincita degli sconfitti, comunque, tornò rapidamente ad affiorare. Lo stesso Giovanni Paolo I predisse ai suoi collaboratori che il suo successore sarebbe stato Karol Wojtyla, un outsider che aveva già raccolto alcuni consensi nel conclave estivo. E così fu: dopo il suo brevissimo pontificato, il 16 ottobre 1978 il Sacro Collegio scelse il papa polacco, eleggendolo con una maggioranza che venne definita “regale”, poiché prossima all’unanimità. Seguì un lungo pontificato, che ebbe tuttavia un crepuscolo interminabile, durante il quale il controllo papale sulla macchina ecclesiastica venne progressivamente meno. Mentre Wojtyla si indeboliva, si dilatarono gli spazi a disposizione dei prelati di curia più ambiziosi. Iniziò così un conclave durato tre lustri, che si è probabilmente concluso soltanto ieri.

Alla morte di Giovanni Paolo II, ebbe infatti luogo un grande scontro, che vide come protagonisti, da un lato, coloro che erano ritenuti più conservatori, prossimi alla rivista “Communio”, che trovarono in Joseph Ratzinger il loro candidato e, dall’altro, gli eredi del riformismo conciliare, il cui campione era il cardinale di Milano, Carlo Maria Martini. Questi tuttavia era affetto dal morbo di Parkinson, che aveva appena ucciso Wojtyla, ed era pertanto sostanzialmente fuori gioco. Prese dei voti, tale era il suo carisma, ma anche su sua indicazione i sostenitori di Martini presero a raggrupparsi intorno al cardinale di Buenos Aires, Bergoglio appunto. L’avversario di Ratzinger giunse a prendere, si seppe in seguito, 40 voti: quanti ne bastavano, se lo avesse voluto, per generare uno stallo, bloccare la progressione del futuro Benedetto XVI verso il Soglio e costringere il Sacro Collegio a trovare un punto di equilibrio su un’altra figura.

Si dice che, richiesto di sfidare apertamente Ratzinger, Bergoglio avesse allora fatto un passo indietro, liberando la via da ogni ostacolo. Il conclave si chiuse così in tempi formalmente stretti, dando l’illusione di una condivisione in realtà inesistente. Che la scelta di Benedetto XVI fosse stata avversata fu chiaro sin dalle prime parole del papa eletto in Cappella Sistina. Ratzinger promise infatti ascolto e sensibilità per le posizioni dei suoi oppositori. Ed era di certo sincero, perché alle origini, quando Hans Kung lo aveva messo in cattedra, Benedetto XVI era stato un acceso riformista. Di fatto, però, ciò non bastò ad assicurargli un pontificato felice. E per molteplici cause, tra le quali spiccano la sua scarsa attitudine al governo ed il difficile scenario internazionale di riferimento in cui si sarebbe trovato ad operare.

La debolezza dimostrata da Ratzinger nella gestione degli affari correnti avrebbe infatti dilatato ulteriormente gli spazi dei curiali, determinando le premesse delle fratture che si sarebbero osservate all’interno della cerchia dei collaboratori del pontefice, mentre la politica di apertura all’Ortodossia poneva la Santa Sede nel mezzo del confronto sul futuro dell’Europa che stava contrapponendo gli Stati Uniti, da un lato, a Germania e Russia dall’altro. Di qui, il fallimento finale del pontificato di Joseph Ratzinger, costretto a farsi da parte dal montare di scandali probabilmente costruiti ad arte per indebolire il papato e propiziarne il cambio di direzione.

L’abdicazione di Benedetto XVI è stata vissuta come una lacerazione. Ed era prevedibile che i cardinali più vicini a Joseph Ratzinger avrebbero avuto vita difficile in conclave: questo lasciava presagire la sconfitta di Angelo Scola ed ancor più di Christoph Schoenborn. Il pronostico in negativo che li concerneva era quindi abbastanza agevole. Era forse meno facile anticipare il fatto che a trarne vantaggio sarebbe stato proprio il maggior avversario del papa emerito.
 
Vaticano: l’opportunità di una doppia lettura dell’elezione
Roma, 14 mar 2013 11:51 - (Agenzia Nova) - L’elezione di papa Francesco I si presta a una doppia lettura. La prima è necessariamente di carattere interno, mentre la seconda è fortemente geopolitica.

Sotto il profilo strettamente ecclesiastico, il Sacro Collegio archivia una lunga fase di restaurazione pilotata e torna sulle tracce del Concilio, per recuperare il terreno perduto in anni di scandali che hanno infangato l’immagine mondiale del cattolicesimo. Bergoglio in questo è perfetto: un papa che ha ballato il tango ed ha ammesso di aver avuto una fidanzata prima di entrare in seminario è di certo quanto di più lontano si possa immaginare dalle ombre lunghissime che hanno oscurato il clero romano.

Quanto alla chiave geopolitica, invece, occorre sottolineare come l’urto tra Washington e Berlino sia lungi dall’essersi concluso. La Casa Bianca ha seguito questo conclave con un’attenzione senza precedenti, sperando di ottenere l’elezione di un pontefice funzionale alla grande strategia del presidente Barack Obama di ridimensionamento delle ambizioni europee. C’è ragione di ritenere che il presidente Usa sperasse addirittura di avere un papa statunitense, e a questo proposito, appare veramente sconcertante l’affermazione secondo la quale questi “non avrebbe preso ordini” dalla Casa Bianca, fatta inopinatamente da Obama mentre si votava nella Sistina.

Rispetto a queste premesse, la risposta della Chiesa pare essere stata una grande rivendicazione di autonomia, l’ennesima della sua storia bimillenaria in cui gli avversari temibili non sono certo mancati, da Federico Barbarossa a Napoleone. Jorge Mario Bergoglio è infatti un sudamericano con robuste radici europee e con una grande esperienza di dialogo con l’Oriente. Probabilmente, sarà meno chiuso del predecessore all’islam politico, ma di sicuro non archivierà il processo di riconciliazione con Costantinopoli e Mosca.

E’ molto verosimile che il suo magistero non sarà di contrapposizione frontale agli Stati Uniti – la Chiesa opera sempre, infatti, in base al principio di precauzione – e verrà probabilmente focalizzato sulla riduzione delle vulnerabilità interne alla Santa Sede, in vista di tempi migliori. Ma dalla Sistina non è uscito il pontefice organico allo “smart power” che qualcuno desiderava. Si spiegano forse anche così i primi vigliacchi attacchi obliqui che la grande stampa anglosassone sta riservando in queste ore a papa Francesco, peraltro riprendendo alcuni velenosi articoli pubblicati in Italia la scorsa settimana, forse ispirati dagli avversari interni di Bergoglio. Il confronto quindi continua, ma questa volta sarà difficile contestare a papa Francesco il primato morale di cui è investito. Il Soglio di Pietro si è ricoperto di umiltà, l’arma asimmetrica vincente del Cristianesimo. Anche per questo non possiamo che felicitarci per la scelta fatta ieri dai cardinali.
 
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