Atlantide
06.03.2013 - 16:13
 
 
ANALISI
 
Vaticano: statunitensi e tedeschi, l’un contro l’altro armati anche in Conclave?
Roma, 6 mar 2013 16:13 - (Agenzia Nova) - I preparativi del prossimo Conclave stanno rivelando anomalie rispetto al recente passato, fornendo prove ulteriori a chi pensa che la partita per il controllo del Soglio di Pietro sia questa volta più esposta di altre al rischio di significativi condizionamenti internazionali. In realtà, l’elezione pontificia ha sempre attirato in qualche modo l’interesse delle grandi potenze ed è noto come prima del pontificato di Pio X i maggiori paesi cattolici disponessero di un diritto di veto dentro la Sistina. Fu in effetti proprio tale privilegio goduto da Vienna, Parigi e Madrid a consegnare per secoli il papato ai cardinali italiani, che non avevano alle loro spalle un forte stato unitario. Tale facoltà venne fatta valere l’ultima volta nel 1903, quando l’Austria-Ungheria bloccò l’ascesa al pontificato del cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, segretario di stato di simpatie filo-francesi e perciò ritenuto ostile alla Triplice Alleanza.

Di questi fatti si è perso da lungo il ricordo, anche a causa delle particolari caratteristiche assunte dal sistema internazionale nel Novecento. Nel corso della guerra fredda fu ad esempio assiomatico che la Santa Sede fosse un pilastro dell’Occidente nella lotta all’impero sovietico, poiché la rivalità tra le superpotenze aveva assunto i connotati di una contrapposizione ideologica in cui Mosca non soltanto brandiva la causa anticapitalista, ma si era proposta anche come alfiere dell’ateismo di stato. Dove fosse schierata la Chiesa cattolica in quel periodo fu specialmente visibile in Italia, paese nel quale Pio XII contribuì in modo decisivo alla sconfitta del Partito comunista alle elezioni del 1948, attraverso i Comitati civici di Luigi Gedda.

Tramontato il bipolarismo geopolitico ed ideologico in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, tuttavia, tale identificazione con la causa dell’Occidente è venuta progressivamente meno, così come si sono parallelamente attenuate anche la coesione tra i principali paesi europei e tra questi e gli Stati Uniti. Già durante la seconda parte del lungo regno di Giovanni Paolo II parte dei nodi era venuta allo scoperto, giacché se papa Woytjla aveva finito con il trovarsi al fianco degli Stati Uniti schierandosi nei Balcani a favore dei croati e contro i serbi, la Santa Sede aveva negato il proprio appoggio ad entrambe le campagne internazionali promosse da Washington contro l’Iraq nel 1991 e nel 2003.

Il Vaticano già allora si opponeva fermamente, infatti, alla destabilizzazione dei regimi laici del Medio Oriente, intuendo come dal loro collasso potesse trarre alimento l’islamizzazione della regione, che avrebbe compromesso lo status giuridico e forse anche la sicurezza delle antiche minoranze cristiane locali. L’urto, importante già ai tempi del presidente Usa George Bush senior, aveva raggiunto l’acme sotto suo figlio, George W. Bush che, all’indomani della scomparsa di Giovanni Paolo II, dopo aver reso omaggio alla memoria dello scomparso, aveva convocato una riunione a Villa Taverna per discutere del futuro della Chiesa con i porporati statunitensi destinati a prender parte al Conclave. Dalla Cappella Sistina, tuttavia, uscì fuori nell’aprile 2005 un pontefice dal forte spessore europeo, identitario e determinato a legare il proprio nome ad un progetto, quello della riconciliazione con l’Ortodossia russa, di cui non era difficile scorgere la complementarietà rispetto ai disegni di partenariato con Mosca che venivano accarezzati da un certo numero di paesi europei, Germania ed Italia in testa.

Più di recente, la Santa Sede ha tentato di ostacolare, per quanto poco efficacemente, anche la politica del presidente Usa Barack Obama di sostegno all’ascesa dell’Islam politico, in particolare in Siria. Era intenzione del Vaticano, infatti, inviare lo scorso autunno una missione cardinalizia a Damasco, per offrire al presidente Bashar al Assad aiuti ed i propri buoni uffici negoziali. Non è da escludere che l’attuale momento di crisi del papato debba qualcosa anche a questo difficile contesto internazionale.

Sembrano comprovarlo in qualche modo alcuni movimenti insoliti di questi giorni riferiti dalla stampa. La pattuglia dei cardinali statunitensi sta ad esempio dando notevoli prove di coesione e di disponibilità ad operare come un pacchetto di voti compatto, mentre pezzi grossi dell’episcopato tedesco, come i titolari delle cattedre di Berlino, Colonia e Magonza stanno cercando di guadagnare tempo con tattiche dilatorie di varia natura, allo scopo di impedire il rapido coagularsi di maggioranze ostili, magari ispirate da coloro che in curia hanno reso difficile la vita a Joseph Ratzinger. Sono comunque molti quelli che ci vogliono vederci chiaro sul Vatileaks.

La scelta che il Sacro Collegio è chiamato a fare nei prossimi giorni è quindi davvero di un’importanza straordinaria, perché in gioco non c’è soltanto il futuro della Chiesa e del credo cattolico come lo conosciamo, ma anche il posizionamento internazionale della Santa Sede. Se si intendesse sfidare Washington, i cardinali potrebbero scegliere di eleggere un pontefice latino-americano abbastanza “antagonista” ed influente sull’opinione pubblica statunitense, come un messicano. Ma la storia prova che la Chiesa è paziente, evita gli urti frontali con chi percepisce temporaneamente più forte e delibera sulla base di considerazioni di più lungo termine. Ciò che concorre a ritenere questo esito non probabilissimo.

La Casa Bianca, dal canto suo, amerebbe avere un papa meno identitario di Joseph Ratzinger, e meglio ancora una figura utile nel contesto delle sue attuali priorità strategiche, come quella del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, che avendo ascendenze cinesi potrebbe essere un eccellente pilastro del “Pivot to Asia” obamiano. Sarebbe peraltro l’opzione perfetta, se il Sacro Collegio ipotizzasse di cavalcare la spinta statunitense nel Pacifico occidentale, stabilendo sinergie con gli Usa assai simili a quelle che contraddistinsero il rapporto tra Giovanni Paolo II e Ronald Reagan negli anni Ottanta. In quest’ottica, andrebbe forse bene anche un sudamericano non ostile alla Casa Bianca. Ce ne sono.

Le tradizioni suggeriscono però come più plausibile un compromesso, raggiunto su un uomo di spessore e qualità, ma impegnato soprattutto a rinsaldare il fronte interno della Chiesa, in grave sofferenza. Il favore dei pronostici va quindi, almeno per ora, nella direzione di personalità meno nettamente profilate dal punto di vista politico. Anche se i cardinali ogni tanto riservano delle sorprese.
 
Germania: nasce un partito anti-euro che può costar caro alla Merkel
Roma, 6 mar 2013 16:13 - (Agenzia Nova) - Dopo il colpo assestato dal successo del Movimento Cinque Stelle alla stabilità italiana ed alla continuità delle politiche di rigore richieste per la permanenza nell’euro, anche in Germania si stiano verificando novità suscettibili di produrre importanti conseguenze. A stretto ridosso della pubblicazione dei risultati delle elezioni italiane, è stato infatti comunicato che il prossimo 13 aprile verrà formalizzata a Berlino la nascita di un nuovo raggruppamento politico, che assumerà la denominazione di Alleanza per la Germania. L’obiettivo dichiarato della nascente formazione è la promozione dell’uscita della Repubblica federale dall’euro, cosa che la porrà in rotta di collisione con il cartello di forze che sorregge il cancelliere Angela Merkel.

Non è chiaro quale capacità di attrazione l’Alleanza potrà generare. Pare però difficile che possa attirare a sé le stesse masse che hanno votato in Italia per Beppe Grillo. Del resto le condizioni di Italia e Germania sono profondamente differenti, posto che dalle attuali politiche attuate nell’eurozona Berlino ha finora tratto grandi vantaggi, tra i quali spiccano trasferimenti di ricchezza finanziaria e fisica di straordinarie proporzioni, che hanno permesso ai tedeschi di sottrarsi in buona misura alla recessione che ha colpito l’Europa meridionale.

Il tentativo potrebbe però alienare comunque parte dei consensi su cui poggia l’attuale maggioranza conservatrice, sfruttando il risentimento che parte dell’opinione pubblica tedesca nutre nei confronti dei frequenti interventi di sostegno in favore dei partner deboli dell’eurozona che la Germania è periodicamente chiamata a finanziare, ultimo in ordine di tempo quello per risollevare Cipro. Spostando anche pochi voti, l’Alleanza sarebbe così in grado di produrre un risultato comunque rilevante, modificando i rapporti di forza tra i maggiori partiti tedeschi e generando instabilità anche oltre Reno, esattamente come accaduto in Italia, dove il Cinque Stelle ha negato la vittoria tanto al Pd di Pierluigi Bersani quando al Pdl di Silvio Berlusconi. E’ emblematico che tra le personalità di spicco ad aver aderito al progetto vi sia Hans-Olaf Henkel, ex leader di Ibm-Deutschland e già capo della Confindustria tedesca, distintosi in passato per la controversa proposta di scindere in due l’area monetaria del biglietto blu, dando vita ad un Euro settentrionale ristretto ai soli paesi virtuosi dell’Unione Europea.

Spira dunque un vento strano sul nostro continente. Ancorché appartenenti a filiere differenti, sono infatti ormai molte le variabili e le forze a congiurare contro il processo d’integrazione europea e la tenuta della divisa unica. Forse troppe per pensare che l’intera costruzione comunitaria non finisca per risentirne.
 
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