Atlantide
28.02.2013 - 15:22
ANALISI
 
Italia: un voto “sovranista” ed antitedesco che non dispiace agli Stati Uniti
Roma, 28 feb 2013 15:22 - (Agenzia Nova) - I risultati delle elezioni italiane del 24-25 febbraio sono meritevoli di commento anche sotto il profilo delle loro ripercussioni internazionali. Mentre la maggior parte degli analisti si sta affannando ad immaginare alchimie per costruire maggioranze più o meno credibili e numericamente solide, con risultati invero finora poco convincenti, pochi si avventurano ad esplorare la dimensione estera e geopolitica del nostro voto.

Optando con forza per Beppe Grillo e rilanciando in qualche modo Silvio Berlusconi, gli italiani non hanno soltanto in qualche modo dato un segnale “interno” di insofferenza verso la “casta” e le misure di austerità imposte dal governo Monti, ma hanno altresì manifestato una voglia di rivolta e di rivalsa che colpisce soprattutto la gestione dell'euro di matrice tedesca. E' infatti il rigore ad esser finito sul banco degli imputati, insieme a (quasi) tutti coloro che lo hanno propugnato negli ultimi anni.

Ma questo è solo uno degli elementi determinanti di questo esito e tutto sommato quello meno interessante e più ovvio. In effetti, le urne paiono aver espresso anche una rivendicazione che non sarebbe inopportuno definire "sovranista", se non proprio apertamente nazionalista, seppure declinata dalla gente in modo inevitabilmente istintivo e confuso. E questo è un dato nuovo. La carta vincente della comunicazione grillina e di quella berlusconiana è stata in effetti la polemica contro gli spread, contro i sacrifici fiscali impostici in ambito comunitario per garantire la rinnovabilità del nostro ingente debito pubblico e contro le dolorose riforme suggeriteci per incrementare la nostra competitività abbassando il nostro reddito pro-capite. Mentre è stata l’altera e fredda difesa dell’operato del governo tecnico a bruciare velocemente il capitale di credibilità di cui disponeva Mario Monti.

Gi esiti della tornata non lasciano adito ad incertezze. La vecchia ortodossia europeista e di fatto filotedesca è praticamente rimasta priva di sostenitori nell’ambito del nuovo sistema politico italiano. Anche i vecchi rappresentanti della Dc, il partito che maggiormente si era speso durante la prima repubblica in favore dell’Europa, sono ormai spariti dal parlamento o costretti sulla difensiva, pressati dai sostenitori del nuovo, che hanno un sostegno esterno nel luminoso esempio “sviluppista” offerto dalle politiche monetarie con le quali il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, sta sostenendo la ripresa statunitense.

La stampa estera ha colto rapidamente il messaggio, sottolineando come sia evidente l’insofferenza dell’Italia per le politiche di austerità ed al contempo come proprio in dipendenza di questa situazione siano emersi in prospettiva dei problemi di compatibilità tra la presenza del nostro paese nella zona dell’euro e la pratica di una politica monetaria europea non accomodante. Il dubbio è in effetti legittimo e pare averlo fatto proprio anche il frastornato ed opacissimo segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che infatti ha puntato l’indice, seppur tardivamente, contro Berlino.

Di fatto, quindi, il nostro voto è una sconfitta della Germania, che ora si trova sottoposta alla duplice pressione di un'Italia destabilizzata e di una Francia ormai deliberata con François Hollande a rompere gli argini del "patto di stabilità" per provare a rilanciare la propria crescita. Il cancelliere Angela Merkel potrà anche sostenere di non esser corresponsabile della catastrofe elettorale che si è abbattuta su Mario Monti e sul Pd che ne ha difeso in campagna elettorale l’operato, ma è proprio la sua scarsa flessibilità ad avervi concorso più di ogni altro elemento, non solo ponendo in difficoltà l’Italia ma altresì aggravando i contrasti esistenti tra Berlino e Washington.

Né ha molto senso la gaffe del suo rivale socialdemocratico, Peer Steinbrueck che, alludendo a Beppe Grillo e Silvio Berlusconi, ha accusato gli elettori italiani di aver premiato due clown. Strano destino, quelle del nostro presidente Giorgio Napolitano, che dopo aver visitato Barack Obama lo scorso 15 febbraio aveva forse ipotizzato di discutere il 26-27 con i vertici politici della Germania una soluzione alla crisi politica italiana che fosse compatibile, per quanto possibile, con gli interessi americani e tedeschi, che in realtà divergono da tempo sotto molti profili. Ed invece si è trovato a dover difendere la sovranità della democrazia italiana da attacchi politici di dubbio gusto.

Il voto italiano è destinato comunque a produrre effetti violenti. Come ha scritto lunedì mattina David Marsh, direttore dell’Omfif britannico, un prestigioso centro studi che produce analisi di geopolitica economica, tale dato richiederà nell'immediato futuro una particolare duttilità da parte della diplomazia federale, se si vuol evitare la compromissione di tutte le maggiori conquiste del processo di integrazione europea. E potrebbe persino non bastare.
 
Italia: elezioni, una spinta al ridimensionamento delle ambizioni europee
Roma, 28 feb 2013 15:22 - (Agenzia Nova) - L'impressione data dai risultati delle elezioni italiane è quella di una decisiva vittoria riportata dal partito trasversale obamiano, che da tempo invoca una politica monetaria e di cambio "accomodante" dell'eurozona per fare della moneta europea un satellite del dollaro, pregiudicando le ambizioni di chi pensava di farne una divisa di riserva in grado di fargli concorrenza nell’attirare il risparmio mondiale.

La Germania dovrà in qualche modo piegarsi. In parte, piano piano e sottovoce, ha già iniziato a farlo, permettendo ad esempio a Mario Draghi alcune iniziative espansive che hanno creato attriti tra la Cancelleria e la Bundesbank tedesca. Anche sul piano politico, le relazioni russo-tedesche hanno subito un raffreddamento evidente, come prova la perorazione della causa delle PussyRiots presso Vladimir Putin da parte del cancelliere Angela Merkel.

Sono segni. Ciò malgrado, la resa dei conti potrebbe spingersi persino oltre. Lo scontro sembra infatti proseguire. Ed è ben possibile che anche dalla Cappella Sistina giunga a breve un risultato in linea con quello espresso dalle urne italiane, magari con l’elevazione al Soglio pontificio di un cardinale molto meno identitario e continentale di quanto fosse Joseph Ratzinger, ed al contempo più aperto alle influenze provenienti da Oltreoceano.

Gli effetti saranno significativi sotto molti aspetti, interni ed esterni. L’asse ortodosso-cattolico di doppio contenimento del protestantesimo anglosassone e dell’Islam non dovrebbe vedere la luce, sgombrando il campo da ciò che resta del progetto euro-russo e di ogni residua resistenza alla politica obamiana di supporto alla Fratellanza Musulmana. Il nuovo segretario di Stato Usa, John Kerry, può così inaugurare il suo mandato visitando un’Europa finalmente “ammorbidita” ed indebolita e perciò nuovamente associabile alla superpotenza che si accinge a contenere la Cina, con lo spostamento dell’asse strategico verso l’Asia.

Il nostro voto, per quanto decisivo per le sorti individuali di molti di noi nell’immediato, è stato parte di una partita molto più grande che a casa nostra si fatica a comprendere. Non è solo l'Italia, in effetti, ma l'intera Europa a tornare sui propri passi, ridimensionando le sue ambizioni sia sul terreno economico che su quello geopolitico. Ciò non vuol dire condannarsi a scomparire, ma adottare piuttosto una politica rispettosa dei propri limiti, ora più che mai evidenti. Sfidando Washington, come qualcuno ha voluto prematuramente fare a Berlino come a Roma, si finisce solo sugli scogli.