Atlantide
20.02.2013 - 16:45
Analisi
 
Italia: le elezioni nel grande gioco della politica internazionale
Roma, 20 feb 2013 16:45 - (Agenzia Nova) - Da diversi anni, per lo meno dal 2010, gli equilibri politici interni all’Italia risentono di uno scontro di più ampie proporzioni, nel quale non è da escludere sia stata coinvolta anche la Santa Sede, con gli esiti drammatici che si sono visti la scorsa settimana. I protagonisti dell’urto sono sostanzialmente gli Stati Uniti dell’amministrazione del presidente Barack Obama e la Germania del cancelliere Angela Merkel, con Cina e Russia spettatrici interessate sullo sfondo. Il confronto che oppone i due giganti occidentali ha per posta in palio niente di meno dei futuri rapporti di forza politici, economici e finanziari tra le due sponde dell’Atlantico. Non ci si può quindi stupire della gravità di quanto sta accadendo.

L’attuale presidente Usa si preoccupa, del tutto legittimamente, di prolungare nel tempo il periodo di assoluta supremazia di cui ancora gode il suo paese. E si dice abbia visto nel progetto di progressiva convergenza euro-russa caldeggiato da Berlino e nella pratica di una politica monetaria e di cambio improntata al rigore nell’ambito dell’Eurozona altrettante minacce al futuro della potenza statunitense. Non si tratta di paranoie, al contrario di quanto si potrebbe ingenuamente pensare, ma di un lucido apprezzamento delle circostanze e dei trend di fondo della politica e dell’economia internazionale.

In primo luogo, Obama si è mosso contro la nuova Ostpolitik tedesca nella convinzione che questa potesse pregiudicare la sopravvivenza dell’Alleanza atlantica e, con il tempo, sfociare persino nella nascita di una solida coalizione eurasiatica e bi-oceanica, antagonista rispetto agli Stati Uniti. E’ bene sottolineare come il presidente statunitense ritenesse Silvio Berlusconi un fiancheggiatore di primo piano questo progetto geopolitico, caro a russi e tedeschi. In secondo luogo, la Casa Bianca ha cercato di indebolire l’euro – che era giunto prima della crisi a denominare il 27 per cento delle riserve mondiali – giudicandone forza e prestigio crescenti come un pericolo non meno serio per gli Stati Uniti, in quanto capace non solo di porre fine al “privilegio esorbitante” goduto per decenni dal dollaro, ma altresì di allontanare il risparmio planetario, specialmente quello cinese e giapponese, da una divisa statunitense indebolita dalle politiche monetarie espansive attuate dal presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, tanto per rilanciare l’economia statunitense dopo la crisi dei subprime ed il collasso di Lehman-Brothers, quanto per ridurre il peso degli oneri connessi al servizio dell’imponente debito estero contratto dagli Stati Uniti.

L’attacco al progetto euro-russo è cominciato con il sostegno alla “primavera araba” ed il conflitto di Libia, che sono serviti a porre in difficoltà Italia e Germania, anche grazie alla collaborazione più o meno consapevolmente prestata dall’allora presidente russo Dmitrij Medvedev contro l’avviso del suo primo ministro dell’epoca, Vladimir Putin. Ed è proseguito sotto altra forma, con lo sfruttamento della crisi dei debiti sovrani, che è peraltro stata decisiva anche nell’appannare in qualche modo la credibilità internazionale dell’euro.

L’Italia ha offerto, con le proprie vulnerabilità di sistema e quelle specifiche personali del suo presidente del consiglio dell’epoca, uno splendido bersaglio d’opportunità sotto entrambi i punti di vista, al contrario di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, che erano utili per affossare il l’euro ma del tutto ininfluenti per la sorte del progetto euro-russo.

Superata a fatica e con gran difficoltà la trappola libica, il nostro governo di centrodestra, filorusso e filotedesco, è rapidamente finito nel mirino delle tre grandi agenzie di rating, che hanno alimentato la sfiducia dei mercati internazionali nei confronti dei titoli della Repubblica italiana, determinando l’impennata degli spread e quindi la complessa manovra politica risultata fatale a Silvio Berlusconi. Può essere interessante notare in questo quadro come le prime ondate di vendita sui titoli di stato italiani dell’estate del 2011 originassero da una Deutsche Bank a quel tempo partecipata al 5,14 per cento dalla Blackrock nordamericana: la più grande società d’investimenti al mondo, con un portafoglio da oltre 3.670 miliardi di dollari, cioè superiore al Pil tedesco, presente anche nel capitale delle due principali agenzie di rating: Standard&Poor’s, con quasi il 4,5 per cento, e Moody’s, con oltre il 3 per cento.

Il nuovo governo del premier Mario Monti nacque comunque figlio di due padri, garantendo agli Stati Uniti una rapida correzione di rotta nella linea di politica estera, con i ministri degli Esteri, Giulio Terzi, e della Difesa Giampaolo Di Paola, ed alla Germania un’energica azione di contenimento del deficit e del debito pubblico, poi pagata dal nostro paese con la profonda recessione i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Il nuovo esecutivo tecnico si distanziò dalla Russia, senza tuttavia operare alcuno strappo significativo nei confronti di Berlino. Di qui, la delusione di Washington, affiorata qua e là nel corso degli ultimi mesi, nei confronti di un Monti giudicato quanto meno ambiguo, perché capace di sottrarre l’Italia all’influenza di Mosca ma non di affrancarsi dalla politica deflazionistica imposta dai tedeschi.

L’Italia è così rimasta in un certo senso in bilico tra Washington e Berlino. E’ quindi logico che Stati Uniti e Germania stiano adesso sollecitando il nostro paese ad un chiarimento di prospettiva. Tra il 14 ed il 15 febbraio scorso, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha visitato Washington, ottenendo interessanti quanto inusuali riconoscimenti dalla Casa Bianca per il proprio operato, probabilmente in relazione al ruolo svolto nella crisi sfociata nelle dimissioni di Silvio Berlusconi, ma ricevendo altresì un messaggio inequivocabile sulle aspettative degli Usa in questa fase.

L’amministrazione Obama sembrerebbe auspicare l’insediamento a Roma di un governo capace di sostenere in Europa l’adozione di politiche fiscali e monetarie espansive ed in grado al tempo stesso di promuovere il progetto dell’area transatlantica di libero scambio cui il presidente Usa vorrebbe legare il proprio nome. Sotto entrambi i punti di vista, si mira in sintesi a coinvolgere l’Italia nel perseguimento di obiettivi che presuppongono il ridimensionamento delle ambizioni tedesche. In vista di questo disegno strategico, non sarebbe Mario Monti la prima scelta di Washington, ma un politico del Pd che possa gestire una maggioranza progressista allargata al centro e libera dai condizionamenti della sinistra radicale. La Casa Bianca ha naturalmente evitato di esplicitare le proprie preferenze per qualcuno dei candidati in lizza nel nostro paese, ma dal comportamento tenuto nei confronti di Monti è evidente che non esiste nei suoi confronti la stessa benevolenza che caratterizzava i rapporti tra George Walker Bush e Silvio Berlusconi, invitato nel 2006 a parlare davanti al Congresso nell’intento di contribuire a sollevarne le sorti nella competizione contro Romano Prodi.

La Germania non è peraltro rimasta a guardare. Proprio mentre Napolitano si trovava negli Stati Uniti, il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schauble, è infatti uscito allo scoperto, rilasciando un’intervista ad un giornale italiano in cui rendeva nota la preferenza di Berlino per un esecutivo fedele al rigore degli ultimi mesi, possibilmente guidato dal presidente del consiglio uscente. Tale orientamento di fondo della Germania è stato confermato successivamente da Guido Westerwelle, capo della diplomazia federale. Per quanto Obama abbia chiesto al nostro presidente chiarimenti sulle elezioni politiche del 24-25 febbraio e discusso gli scenari del dopo-voto, Giorgio Napolitano sembra intenzionato a tener conto anche del parere di Berlino. Non è quindi un caso che il capo dello stato abbia programmato per il prossimo 26, ad urne ancora “calde”, una sortita a Monaco, dove dovrebbe svolgersi un incontro bilaterale con il cancelliere Angela Merkel. Giorgio Napolitano, del resto, ha difeso la scelta del rigore fatta da Monti anche nell’incontro bilaterale con Obama, dimostrando di ritenere la Germania ancora un punto di riferimento della nostra politica estera ed economica paragonabile a quello rappresentato dagli Stati Uniti.

Da quanto precede sembra quindi possibile concludere che l’Italia si trovi tuttora a metà del guado: circostanza pericolosa, dal momento che potrebbe incoraggiare ulteriori azioni destabilizzatrici nei confronti del nostro sistema politico, già piuttosto frammentato. Va notato come in questo contesto anche un risultato elettorale confuso possa risultare utile a Washington, indebolendo ulteriormente l’Italia e generando tensioni aggiuntive sull’euro. E’ forse per questo motivo che l’attuale ambasciatore statunitense a Roma, David Thorne, ha lasciato intendere come Washington non sia affatto preoccupata dall’esito delle elezioni italiane, sottolineando come persino Beppe Grillo sia in qualche modo interessante, in quanto fortemente impegnato nella lotta alla corruzione. Agli Stati Uniti è in effetti sufficiente che Silvio Berlusconi, di cui non si fidano più, non torni nella stanza dei bottoni. Peraltro, l’ex premier non risulta appetibile neanche ai tedeschi, sia perché “bruciato” sul piano dell’immagine, sia a causa delle esternazioni con le quali il leader del centrodestra ha cercato di acquisire tardivamente delle benemerenze presso i suoi detrattori anglosassoni, ad esempio invocando l’uscita di Berlino dall’euro.

E’ appena il caso di ricordare come un paese politicamente debole non possa efficacemente difendersi. Questa è forse la posizione in cui in questo momento si trova l’Italia, incapace di tutelare il proprio sistema finanziario ed industriale dalle iniziative assai intrusive di una magistratura che in nome della sacrosanta esigenza di affermare la legalità sta di fatto spianando la strada all’aggravarsi della crisi economica interna e perfino alla possibile perdita di alcuni asset strategici del paese. In seguito allo scandalo che ne ha condotto in prigione il presidente, Finmeccanica potrebbe ad esempio perdere ora importanti commesse conquistate in India, cosa che accentuerebbe senza dubbio la dipendenza del gruppo di Piazza Monte Grappa dall’aggancio al programma F-35, accrescendo il rischio di una futura scalata ostile.

Una sorte analoga potrebbe toccare anche all’Eni, tanto più che Pier Luigi Bersani non si è dichiarato contrario ad una riduzione della presenza del capitale pubblico nell’Ente in un’intervista concessa dopo l’avvio dell’inchiesta sulle tangenti algerine. Le manovre intorno al Cane a Sei Zampe sono in effetti già iniziate. Lo scorso 28 gennaio il “Financial Times” ha rivelato che Blackrock ha improvvisamente ceduto la propria partecipazione in Saipem, pari al 2,3 per cento del capitale di quest’ultima, contribuendo ad indebolirla significativamente. (g.d.)
 
Vaticano: la componente geopolitica della crisi
Roma, 20 feb 2013 16:45 - (Agenzia Nova) - La crisi determinatasi in Vaticano con l’annuncio dell’abdicazione da parte di Benedetto XVI si inserisce nel quadro dello scontro in atto per determinare i rapporti di forza sulle due sponde dell’Atlantico. Papa Ratzinger aveva infatti schierato la Santa Sede tra gli attori intenti a propugnare il progetto d’integrazione euro-russa, promuovendo un programma di riconciliazione tra Chiesa Cattolica e Patriarcato di Mosca che ne avrebbe costituito il pilastro spirituale e religioso. Sotto Benedetto XVI, inoltre, il Vaticano aveva stretto una solida alleanza con la finanza mitteleuropea dominata dalla Germania, che aveva fatto della Santa Sede una sostenitrice di fatto della politica dell’euro forte.

Anche se sarebbe certamente esagerato affermare che la fine del pontificato di Joseph Ratzinger sia stata l’esito di un complotto ordito per allontanare dalla scena internazionale un altro risoluto interprete della causa europea, non vi è dubbio che il partito filotedesco ed euro-russo abbia subìto con la sua rinuncia un colpo micidiale. Confermano questa impressione anche i pronostici sull’identità del successore di Benedetto, accreditando l’idea che il prossimo Conclave possa essere decisivamente orientato dalla forte gruppo dei cardinali nord-americani. Ha abbracciato questa tesi suggestiva tra gli altri anche Massimo Franco, autore anni fa di un saggio illuminante sulle relazioni tra Stati Uniti e Santa Sede, significativamente intitolato “Imperi paralleli”.

Ovviamente, ciò non vuol dire che dalla cappella Sistina emergerà per forza un papa statunitense o comunque proveniente da un paese legato a Washington, anche se l’insistenza con cui circolano i nomi di porporati provenienti dal Canada, dalle Filippine e dagli stessi Usa è emblematica. Potrebbe prevalere infatti anche una figura pastorale e di grande significato per la riforma interna della Curia.

Piuttosto, si tende qui ad escludere che il Sacro Collegio opti per un cardinale fortemente espostosi nel sostegno al progetto di riconciliazione con l’Ortodossia russa. In questo senso, la candidatura di Angelo Scola potrebbe non essere così forte come pare a prima vista, avendo l’ex patriarca di Venezia gestito a lungo il dialogo tra la Chiesa di Roma e quella di Mosca. A precludergli la via del Soglio di Pietro potrebbe essere quindi un fattore più importante della sua vicinanza a Comunione e Liberazione.

Oltretevere, il vento sta comunque già cambiando. Della ridefinizione degli equilibri in corso è un sintomo lampante la vicenda culminata nella designazione del nuovo presidente dello Ior, l’Istituto delle Opere di Religione, avvenuta solo apparentemente nel segno della continuità con il passato. In effetti, ad un banchiere fortemente legato al mondo bancario europeo continentale, come Ettore Gotti Tedeschi, è subentrato ai vertici della banca vaticana un nobile, il barone Ernst von Freyberg, che è di sangue tedesco ma risulta vicino agli ambienti della finanza anglosassone. (g.d.)
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