Atlantide
12.02.2013 - 18:52
ANALISI
 
Vaticano: l’abdicazione di Benedetto XVI, cause, conseguenze e prospettive
Roma, 12 feb 2013 18:52 - (Agenzia Nova) - Benedetto XVI ha annunciato l’11 febbraio ad un Concistoro sgomento la propria abdicazione al Soglio pontificio: un gesto senza precedenti nella storia moderna della Santa Sede che, seppure comprensibile alla luce della crescente fatica fisica dell’uomo, solleva nondimeno molti interrogativi e problemi circa il futuro immediato della chiesa cattolica. Una fine imminente per il "regno" di Joseph Ratzinger era in verità privatamente pronosticata da molti, a causa dei dubbi crescenti sulle sue capacità fisiche di assorbire il forte stress collegato all’imminente visita pastorale programmata in Brasile. Ma nessuno si aspettava un esito del genere. Benedetto XVI ha chiesto la convocazione di un conclave, che non dovrebbe vederlo protagonista diretto dal momento che vale anche nei suoi confronti la norma che non consente la partecipazione di alcun cardinale ultraottantenne alla scelta del futuro Papa.

Pare però difficile che un pontefice vivente, ancorché dimissionario, si estranei completamente dal processo che porterà alla selezione del suo successore. E qualche avvisaglia potrebbe materializzarsi già nelle residue occasioni nelle quali Ratzinger sarà chiamato a prendere la parola. Non è in effetti da escludere che una delle ragioni dietro questo passo inconsueto possa essere proprio la volontà dell’attuale papa di influire in qualche modo sul prossimo conclave. Benedetto XVI, che ha avuto un regno difficile, contrassegnato da aspre lotte intestine, probabilmente riconducibili ai contrasti in cui maturò la sua elezione, desidera magari sbarrare la strada ai suoi nemici, cosa che complicherebbe molto il percorso degli avversari personali del pontefice nella Cappella Sistina.

Molti dei piani coltivati dai porporati più ambiziosi potrebbero essere già saltati. Non è detto peraltro che l’esistenza in vita di Joseph Ratzinger avvantaggi coloro che si considerano nel Sacro Collegio più vicini alle sue posizioni, come l’attuale arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn. La conclusione drammatica del regno di Ratzinger dovrebbe in effetti danneggiare tanto coloro che lo hanno ostacolato quanto i seguaci del dimissionario, ai quali le modalità di questa uscita di scena potranno essere rinfacciate come una loro colpa. E’ quindi ancora più azzardato del solito formulare dei pronostici.

Talvolta, è spesso ai candidati battuti nel precedente Conclave che occorre guardare per ipotizzare la figura del successore. Il cardinale Carlo Maria Martini, che alla prima votazione prese nel 2005 più voti del futuro Benedetto XVI, è scomparso, ucciso dal Parkinson come Giovanni Paolo II, ed è quindi fuori gioco. Ma in campo c’è ancora il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, che giunse vicino al raggiungimento di quella minoranza di blocco – 40 voti – che avrebbe costretto Ratzinger al ritiro ed i cardinali tutti a cercare comunque una figura di mediazione tra gli opposti partiti in cui si dividono da anni i principi della Chiesa: quello dei sostenitori dell’eredità del Concilio e l’altro di coloro che invece ne vorrebbero il ripensamento per rivalutare la tradizione.

Ci sono moltissime incognite. Nessuno sa, in questo momento, se si cerchi un papa forte e giovane o un’altra figura di transizione, se si voglia scommettere ancora sull’Europa o privilegiare invece aree emergenti della cristianità. Ma due dati sono relativamente sicuri: il prossimo pontefice, a differenza degli ultimi tre, non sarà scelto tra i cardinali creati da Paolo VI. La Chiesa volterà quindi pagina. Nella scelta, inoltre, saranno premiate soprattutto le qualità del singolo che emergerà, spesso ignote tanto al grande pubblico quanto a buona parte dei “grandi elettori”. Neanche i porporati, infatti, si conoscono bene tra di loro, essendo poche le occasioni di cui dispongono per incontrarsi. Le sorprese sono quindi non solo possibili, ma probabili, seppure talvolta i lavori delle Congregazioni generali aiutino a capire dove spira il vento.

E’ naturalmente anche tempo di bilanci. La conclusione repentina del pontificato di Benedetto XVI chiude un’esperienza purtroppo contrassegnata da incidenti e sconfitte più che da successi. Ratzinger ha polarizzato i giudizi, spesso spiazzando l’ala più conservatrice della cattolicità senza acquisire consensi tra i riformatori. E’ quindi rimasto solo, forse insopportabilmente solo, vittima delle stesse ambiguità della sua complessa figura di intellettuale ed ecclesiastico.

Questa abdicazione produrrà inevitabilmente anche dei riflessi geopolitici significativi. Con Ratzinger, infatti, si allontana dai vertici della Chiesa un forte propugnatore della riconciliazione con il patriarcato ortodosso di Mosca ed al contempo un deciso avversario della politica mediorientale di attivo sostegno all’Islam politico perseguita dall’amministrazione del presidente Usa Barack Obama.

Ben difficilmente dalla Cappella Sistina uscirà un papa disposto a muoversi nel solco della continuità su entrambi questi dossier. Soltanto Angelo Scola garantirebbe, in effetti, la prosecuzione della politica di convergenza con l’Ortodossia, che rappresentava il pilastro spirituale del progetto euro-russo sostenuto principalmente, ma non solo, dalla Germania. Difficile che di questi scenari non risenta anche l’Italia, ancorché Roma sia già stata in altro modo indotta nel 2011 a distanziarsi dall’asse Berlino-Mosca per avvicinarsi agli orientamenti degli Stati Uniti. Il partito trasversale filo-tedesco, già sulla difensiva tanto nel mondo della politica quanto in quello della nostra finanza, ha subìto di sicuro un altro colpo durissimo. (g.d.)
 
Tunisia: si apre una grave crisi politica mentre l’Europa rimane inerte
Roma, 12 feb 2013 18:52 - (Agenzia Nova) - Di grande rilevanza sono i fatti prodottisi in Tunisia, dove il 6 febbraio scorso è stato assassinato Chokri Belaid, esponente di spicco dell’opposizione laica al governo di matrice islamica guidato da Ennahda. All’uccisione di Belaid, personaggio di inclinazioni socialiste e panarabiste, si potrebbe dire in un certo senso persino neo-nasseriane, hanno infatti fatto seguito gravissimi scontri e disordini, durati giorni, culminati nell’incendio di alcune sedi di Ennahda e nella proclamazione di uno sciopero generale, con l’effetto di indurre il primo ministro, Hamad Jebali, a proporre l’avvicendamento del governo con una nuova compagine tecnocratica. Per adesso, tuttavia, l’esecutivo di Tunisi rimane in carica, anche perché Ennahda ha respinto l’iniziativa ventilata dal premier, preferendo indire proprie manifestazioni a sostegno del mantenimento dell’attuale quadro politico, che si sono svolte all’indomani dei funerali dello scomparso Belaid, condotto al cimitero da una folla massiccia, valutata non inferiore al milione di persone e forse prossima addirittura al milione e mezzo.

L’omicidio, che potrebbe anche essere l’opera di salafiti interessati a sovvertire il quadro politico per favorirne l’ulteriore radicalizzazione, è stato naturalmente condannato da numerosi esponenti politici europei, incluso il nostro ministro degli Esteri, Giulio Terzi, senza però che ne derivassero conseguenze particolari. Non è del resto chiaro come l’Europa possa in effetti sostenere in questa fase delicata le forze laiche che hanno promosso la “primavera araba” trovandosi poi ai margini del sistema politico in seguito alla loro sconfitta da parte dei movimenti di stampo confessionale. L’Unione europea è indubbiamente debole, e forse incide anche il timore di non pregiudicare con ingerenze inopportune le sorti di coloro ai quali gli europei si sentono culturalmente e politicamente più vicini.

Il dilemma non concerne peraltro soltanto la Tunisia, ma riguarda il complesso dei paesi investiti dalla primavera araba, rispetto ai quali si fatica ad elaborare una posizione diversa rispetto a quella adottata dagli Stati Uniti. Della debolezza europea Ennahda ha certamente preso atto, come mostra la decisione di provare a mobilitare l’opinione pubblica interna agitando lo spettro del neocolonialismo francese. Ad aiutare gli islamisti in questo loro tentativo hanno certamente contribuito le improvvide dichiarazioni fatte dal ministro dell’Interno transalpino, Manuel Valls, che ha denunciato i pericoli insiti nell’avanzata di un “fascismo islamico” in preoccupante rafforzamento. Tuttavia, le cose non sono andate proprio benissimo. Ad accogliere l’appello di Ennahda sono infatti accorsi in pochi, a Tunisi: non più di tremila persone lo scorso 9 febbraio. La situazione resta comunque fluida, con Jebali che continua a minacciare le proprie dimissioni ed i partner di Ennadha che cercano di distanziarsene, per non essere travolti dal suo eventuale tracollo. Ma è difficile che il partito di Rachid Ghannouchi molli la presa.

Si guarda pertanto, com’è fatale in questi casi, anche agli apparati di sicurezza. Alla polizia, ad esempio, che non ha difeso il ministero dell’Interno ad Avenue Bourghiba, ed all’esercito: singolare parallelismo con quanto sta capitando in Egitto, dove tuttavia sono gli statunitensi gli unici a potere in qualche modo esercitare dall’esterno una certa influenza. Il tempo per pensare ad una risposta c’è. Può anche darsi che Ennahda la spunti questa volta, ma è improbabile che le proteste vengano meno nel prossimo futuro. Al di là dell’insoddisfazione per il sequestro islamista delle rivoluzioni e per l’evidente arretramento della legislazione su molti fronti, il fattore critico che fomenta il dissenso è infatti la crisi economica, che i nuovi governi, a Tunisi come al Cairo, non sono stati capaci finora di attenuare in alcuna maniera. (g.d.)
 
Mali: i contrattacchi islamisti rendono più probabile lo schieramento di truppe italiane
Roma, 12 feb 2013 18:52 - (Agenzia Nova) - La speranza nutrita dal governo italiano di evitare un coinvolgimento militare in Mali sembra probabilmente destinata ad essere delusa. Gli islamisti delle varie affiliazioni sono stati in effetti cacciati dagli agglomerati urbani, ma si stanno raggruppando nel deserto ed in taluni casi sono tornati a nuocere anche nelle città, con strumenti assai simili a quelli impiegati dalla guerriglia afghana. Si stanno registrando attentati suicidi ed un diffuso ricorso alla guerra di mine, circostanze che non promettono nulla di buono. Il governo francese ha già fatto sapere di aver programmato il ritiro graduale delle sue forze terrestri dallo scacchiere a partire da marzo, ma non è certo che Parigi riesca a dar seguito ai propri propositi, accontentandosi di mantenere in Mali soltanto una componente aerea di supporto tattico.

Secondo l'analista Gianandrea Gaiani, il nostro paese sarebbe già stato informato di una richiesta di truppe italiane da parte dell’Onu, ed in effetti i turni di impiego delle nostre unità in Afghanistan sono stati rivisti in modo tale da liberare la Brigata Folgore, che potrebbe a questo punto prendere la via del Mali sotto le insegne delle Nazioni Unite la prossima primavera, anziché dirigersi verso Herat. E’ forse in ragione della gravosità di questa prospettiva che il presidente del consiglio Mario Monti, dopo essersi consultato con i leader dei maggiori partiti, ha deciso di rinviare al prossimo governo la formalizzazione della decisione di intervenire. Emma Bonino lo aveva probabilmente intuito.

Con la Francia non ne siamo usciti certamente bene. Anzi, abbiamo fornito una nuova prova della nostra consueta approssimazione, che alimenta la percezione di un’élite nazionale poco affidabile, anche quando a Palazzo Chigi non siede Silvio Berlusconi. Con una comunicazione più chiara, completa e trasparente, si sarebbe forse potuto evitarlo. Per adesso, partiranno i pochi addestratori della Eutm, tra i quali circa 20 nostri uomini. Poi si vedrà. Potrebbe essere la prima patata bollente della nuova legislatura. (g.d.)