Atlantide
05.02.2013 - 15:40
ANALISI
 
Usa: il vicepresidente Joe Biden traccia i nuovi contorni delle relazioni con l’Europa
Roma, 5 feb 2013 15:40 - (Agenzia Nova) - La Wehrkunde, la Conferenza internazionale sulla sicurezza che si svolge in gennaio a Monaco di Baviera, è normalmente un appuntamento di grande importanza. Quest’anno lo è stato ancor di più, in particolare a causa dell’intervento d’alto profilo con il quale il vicepresidente statunitense Joe Biden ha delineato i contorni delle relazioni euro-americane auspicate da Washington. Biden, che è un potenziale candidato alle presidenziali del 2016, ha in effetti confermato la priorità attualmente assegnata dagli Stati Uniti al teatro asiatico, il cosiddetto “Asian Pivot” al quale potrebbe legarsi l’eredità geopolitica del primo presidente di colore della storia Usa, Barack Obama. Ma ha negato che ciò possa implicare l’irrilevanza dell’Europa nel calcolo strategico statunitense.

Parlando in Germania, era probabilmente inevitabile che Biden dimostrasse sensibilità nei confronti del nostro continente. Ciò nondimeno il senso delle sue parole merita di essere attentamente soppesato e valutato. A questo proposito, può esser utile richiamare un passaggio del discorso del vicepresidente che pare particolarmente illuminante. L’Europa – ha infatti sottolineato Biden – può continuare a contare solo se rimane agganciata agli Usa, magari anche dando vita ad un’area transatlantica integrata di libero scambio.

Ciò dovrebbe implicare una serie di fondamentali conseguenze. Intanto, che non c’è spazio per una rivalità monetaria e commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Inoltre, se gli Stati Uniti spostano il loro baricentro verso il pacifico e considerano l’Europa ancora come un alleato essenziale, è lecito dedurre l’aspettativa di Washington che le maggiori potenze europee si assumano maggiori responsabilità sull’uscio di casa, come sta già in effetti avvenendo, ed inizino a loro volta ad orientarsi verso l’Asia, uniformandosi a quanto del resto già stanno facendo pro domo loro i tedeschi.

A dispetto degli auspici dei pacifisti e di tutti coloro che immaginano possibile una forte contrazione delle spese militari nella nostra parte di mondo, quanto Biden ha comunicato a Monaco lascia intuire la generalizzazione del modello di gestione delle crisi affermatosi in Libia e confermatosi in Mali, con gli europei chiamati ad agire in prima battuta laddove in precedenza erano gli Stati Uniti a dettare la linea e guidare gli sforzi. Washington ci farà fare da soli molte più cose, non perché ce lo chiederà o peggio ancora ce lo imporrà: ma per effetto della propria inerzia e passività di fronte agli eventi che si produrranno. Occorrerà pertanto attrezzarsi adeguatamente per sostenere il ruolo. La stessa forte campagna di lobbying per vendere alle maggiori potenze militari europee piattaforme come i cacciabombardieri F35 e gli aerei senza pilota armati tende esattamente a questo obiettivo. Washington delegherà parte delle sue funzioni di polizia internazionale a noi, rimanendo alle nostre spalle.

Di qui, la delicatezza di un dibattito che concerne molto di più dell’acquisto di uno o più sistemi d’arma. C’è di più: Washington pare attendersi che gli europei la seguano in Asia anche militarmente, naturalmente in posizione ancillare. Se si accetta tale prospettiva, si dovrà considerare seriamente il potenziamento delle componenti di proiezione aeronavale già esistenti in Europa, sulla scia di Francia, Gran Bretagna ed Italia. La prima si è dotata addirittura di una portaerei nucleare, che peraltro utilizza al di fuori di qualsiasi concertazione alleata anche in tempo di guerra, mentre la seconda, dopo cinquant’anni ha messo in cantiere due portaerei convenzionali di grande stazza, le Queen Elizabeth da 65 mila tonnellate, che saranno dotate di catapulte. La Marina militare italiana, dal canto suo, ha com’è noto immesso da poco in servizio una portaerei leggera da 25 mila tonnellate, nave Cavour, che è la più grande realizzazione dei cantieri nazionali dai tempi della seconda guerra mondiale. Quelli “asiatici” sono scenari sui quali ormai si lavora ai massimi livelli anche alla Nato, anche con il contributo di esperti provenienti dai maggiori think-tank specializzati dell’Occidente.
 
Iran: si moltiplicano aperture ed abboccamenti tra gli Stati Uniti e Teheran
Roma, 5 feb 2013 15:40 - (Agenzia Nova) - A Monaco, in occasione della Wehrkunde, la Conferenza internazionale sulla sicurezza, il vicepresidente statunitense Joe Biden ha formalizzato una nuova apertura all’Iran, dichiarando che gli Stati Uniti sono pronti a discutere con Teheran del suo programma nucleare, riconoscendo alla Repubblica islamica il diritto a produrre energia attraverso la fissione controllata dell’atomo, seppure accettando tutta una serie di pervasivi controlli, a partire dalla supervisione dell’Aiea, l’Agenzia internazionale incaricata di vigilare sul rispetto del Trattato di non proliferazione. E’ stato in questo modo introdotto un nuovo elemento di grande dinamismo nella gestione diplomatica del dossier, raccolto a stretto giro di posta dal ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, che a Berlino ha affermato di non ritenere lo scontro gli Stati Uniti la strada per risolvere il contenzioso con Washington.

Fatto interessante, a margine della Wehrkunde è emersa anche la disponibilità russa ed iraniana a favorire una trattativa tra il regime siriano ed i suoi oppositori, secondo aspetto interessante della Wehrkunde di quest’anno. Sia il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che Salehi hanno infatti incontrato a Monaco il leader della Coalizione nazionale siriana, Moaz Al Khatib, prima che questi si dichiarasse per la prima volta disponibile ad aprire un dialogo con Bashar el Assad. Molte partite in qualche modo collegate si sono quindi aperte: una situazione ideale per promuovere scambi geopolitici funzionali alla realizzazione di un grande compromesso.
 
Iran: le visite segrete di Ali Larijani a Washington dischiudono nuovi scenari
Roma, 5 feb 2013 15:40 - (Agenzia Nova) - Al momento in cui si svolgevano i lavori della Conferenza sulla sicurezza di Monaco non era ancora noto quanto rivelato il 4 febbraio dall'agenzia “Nova”, secondo cui il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani, personalità assai influente e prossima all’Ayatollah Ali Khamenei, avrebbe visitato segretamente gli Stati Uniti già due volte in gennaio. Si tratta di un passo eccezionale, se confermato: va infatti ricordato che Washington e Teheran non intrattengono relazioni diplomatiche ufficiali dai tempi della crisi degli ostaggi, agli albori della Repubblica islamica.

Il vicepresidente Usa Joe Biden a Monaco ha fatto sapere che Washington vuol trattare, e con le sue missioni Larijani ha dimostrato che l’Iran è a sua volta disponibile ad affrontare un negoziato: fatto assai impegnativo, se si pensa che Teheran è alla vigilia di una delicata transizione politica – le elezioni presidenziali che determineranno l’identità del successore di Mamoud Ahmadinejad – e tutti coloro che hanno in passato ipotizzato di riaprire dei canali con Stati Uniti si sono visti stroncare la carriera.

E' stato fatto notare da numerosi analisti come le nomine di John Kerry quale segretario di Stato e Chuck Hagel come segretario alla Difesa – quest'ultima peraltro ancora pendente davanti al Senato – presupponessero la volontà dell'amministrazione del presidente Barack Obama di riannodare le fila di un dialogo interrotto bruscamente dopo le proteste seguite alle controverse elezioni iraniane del 2009. Ora si sa però che dall'altra parte questi messaggi hanno trovato ascolto e ci sono stati persino abboccamenti.

Può darsi che ciò si verifichi perché le sanzioni "mordono" – il rial, la moneta iraniana, si è fortemente svalutato e le esportazioni di greggio hanno subito un drastico calo, seppure siano attualmente in leggero recupero grazie alla domanda cinese – o perché gli iraniani vi vedono un modo per guadagnare ulteriore tempo, come qualcuno sospetta. Ma non è da escludere che a Teheran si stia rafforzando la visione pragmatica di chi comprende quanto l’Iran avrebbe da guadagnare da una propria eventuale reintegrazione nella comunità internazionale.

E’ un fatto oggettivo, poi, che la Repubblica islamica abbia l’esigenza di incassare dei risultati, magari capitalizzando sui risentimenti che la politica estera di Obama ha generato ad esempio in Arabia Saudita e Turchia, prima che la situazione dell’area geopolitica si deteriori ulteriormente.

Ciò non vuol peraltro dire che non vi siano problemi. Il fatto che ci si veda e vi siano colloqui tra paesi che si guardano in cagnesco da quasi 35 anni, parentesi dell’Iran-Contra Scandal a parte, è di per sé interessante e positivo. Ma non basta a scongiurare il rischio di un più vasto conflitto regionale in Medio Oriente, che appare ancora piuttosto significativo.

Dell'equazione iraniano-statunitense è infatti una variabile cruciale anche Israele, protagonista nei giorni scorsi di un raid in Siria dai contorni e finalità non ancora ben chiari. E' in effetti difficile immaginare una riconciliazione tra Washington e la Repubblica islamica che lasci indifferente una Gerusalemme sempre meno sicura del proprio rapporto privilegiato con gli Usa. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha già fatto sapere di ritenere il dossier iraniano centrale nei negoziati per la formazione della nuova coalizione di governo del suo paese. Tutto quindi è ancora possibile, anche un'operazione militare dello stato ebraico tesa in qualche modo a disarticolare la trama diplomatica che Stati Uniti e Repubblica islamica stanno intessendo. Per quanto l'avversino i militari israeliani, che hanno paura di muoversi senza una copertura statunitense alle spalle, non sono loro a comandare a Gerusalemme. Ed è anche ben possibile che Israele induca l’Iran a fare la prima mossa, ad esempio promuovendo ulteriori iniziative offensive simili al recente attacco al convoglio carico di armi dirette all’Hezbollah, che stava dirigendosi verso il Libano.

In ogni caso, non si può essere del tutto tranquilli. L’intero Medio Oriente è e resta in fermento. Alleanze consolidate nel tempo rischiano di esser travolte dagli eventi per cedere il passo ad inedite configurazioni. Il cambiamento continua.