Atlantide
29.01.2013 - 15:06
 
 
ANALISI
 
Mali: conquistate Gao e Timbuctu, i francesi di fronte al deserto
Roma, 29 gen 2013 15:06 - (Agenzia Nova) - Dopo qualche difficoltà iniziale, rafforzato significativamente il proprio contingente, la Francia sta finalmente iniziando ad ottenere dei significativi successi in Mali. Tamponate le falle che si erano aperte nella parte centrale ed occidentale del fronte, in particolare tra Nara e Diabaly, i transalpini sono passati al contrattacco risalendo il bacino del Niger, per loro di grande valenza strategica, occupando Gao e raggiungendo Timbuctu. Gli islamisti paiono aver abbandonato gli abitati, non prima di essersi dati a nuovi atti vandalici.

Dal punto di vista tattico, la campagna sembra procedere in modo assai simile alle prime fasi del conflitto afgano dell’autunno 2001, con gli uomini delle forze speciali schierati sul terreno ad indicare con i designatori laser gli obiettivi da colpire con l’aviazione, che agirebbe come altre volte in passato da moltiplicatore di potenza. Le truppe della coalizione, inoltre, non si muovono soltanto per vie di terra, ma sfrutterebbero anche il trasporto aereo tattico, di cui si valgono pure le unità dell’esercito maliano e gli alleati dell’Ecowas. Secondo alcune fonti, pur guidando le operazioni, i commando francesi non sarebbero soli, ma starebbero agendo in compagnia dei britannici. Londra, infatti, dopo l’assalto jihadista al sito gassifero algerino di In Amenas avrebbe elevato in modo rilevante il profilo del proprio coinvolgimento nel conflitto maliano.

I successi ottenuti sul piano militare sono importanti almeno quanto quelli politici. A questo proposito, si segnala soprattutto la separazione dall’Ansar al Din di una frazione di islamisti teoricamente più disponibili al dialogo. E’ altresì positivo che stiano recuperando terreno anche i nazionalisti Tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad, con i quali potrebbe essere successivamente intavolata una trattativa.

E’ inoltre interessante che l’Algeria abbia chiuso le proprie frontiere. Gli islamisti rimasti alla macchia, infatti, potrebbero finire con il ritrovarsi stretti tra l’incudine – qualora il confine algerino fosse efficacemente presidiato - ed il martello – rappresentato dalle avanzanti forze della coalizione guidata da Parigi. L’atteggiamento di Algeri, tuttavia, è al momento ancora tutto da decifrare, pur essendo certo il duplice interesse nazionale algerino a conservare la stabilità interna e proiettare influenza oltre le frontiere del paese.

Molti sviluppi promettenti permettono comunque di ritenere che la situazione sia nel complesso decisamente migliorata rispetto a qualche giorno fa. Tuttavia, sarebbe bene non alimentare eccessive illusioni riguardo alla possibilità di chiudere rapidamente le ostilità. Vari elementi concorrono infatti a far pensare che la ripulitura completa dell’Azawad sarà cosa decisamente più ardua del controllo dei suoi maggiori abitati. Il deserto offre ad esempio molte vie di fuga agli islamisti, che potranno sfruttare la profondità ed inospitalità degli spazi a proprio vantaggio, mentre le forze franco-maliane non potranno allontanarsi di molto dalle città.

Va inoltre notato come nei villaggi più o meno grandi appena strappati agli islamisti, i francesi stiano conducendo truppe di colore che la popolazione locale vede di cattivo occhio, non solo a causa di antichi pregiudizi di carattere etno-razziale, ma anche per effetto delle violenze e delle rappresaglie cui queste si sono sconsideratamente abbandonate. E tale fattore è destinato a pesare maggiormente, mano a mano che diventeranno più visibile i presidi assicurati dai militari africani.

Sembra che in Francia vi sia consapevolezza delle possibili complicazioni in agguato. Di qui, la sempre pressante richiesta di ulteriori sostegni, che viene reiterata anche in queste ore, peraltro con esiti insoddisfacenti, come ha lamentato l’ex Ministro degli Esteri transalpino Hubert Védrine proprio mentre Roma ritrattava la sua offerta d’impegno.

In effetti, dopo aver acquisito un ampio consenso parlamentare all’invio in teatro di un’aerocisterna KC-727 e due C-130J, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha fatto sapere che per il decreto autorizzativo si dovrà attendere l’insediamento delle nuove Camere, non esistendo al momento un parlamento in grado di convertirlo. L’argomentazione appare piuttosto pretestuosa, giacché le imminenti scadenze elettorali erano note al governo anche il 22 gennaio scorso, quando il titolare della Farnesina ed il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, avevano illustrato gli intendimenti dell’esecutivo alle Commissioni riunite di Camera e Senato. Pare quindi più probabile che l’Italia stia scommettendo sulla rapida conclusione delle ostilità per sfuggire all’impegno, non è difficile prevedere con quali ricadute sull’immagine del nostro paese a Parigi. (g.d.)
 
Siria: Damasco ormai oggetto di lotta politica interna in Iran e Russia
Roma, 29 gen 2013 15:06 - (Agenzia Nova) - Mentre molte fonti sembrano ormai convergere sul riconoscimento che il regime di Damasco è più forte di quanto precedentemente stimato, al punto che iniziano a farsi avanti coloro che ritengono che Bashar el Assad possa persino vincere, è da notare come due autorevoli personalità del calibro di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e Dmitrij Medvedev abbiano recentemente preso posizione in una direzione ostile al rais siriano. Rafsanjani, sostenendo che la Repubblica Islamica non dovrebbe più considerare la permanenza di Assad al potere come un obiettivo irrinunciabile del governo iraniano; il premier russo, invece, per denunciare, in controtendenza, il progressivo indebolimento di Assad.

Difficile, in assenza di antenne indipendenti nel paese, capire come stiano andando effettivamente le cose in Siria. Ma la doppia sortita di Rafsanjani e Medvedev appare interessante almeno sotto un altro punto di vista: la politica adottata da Teheran e Mosca nei confronti del conflitto civile siriano sembra, infatti, essere diventata motivo di attriti interni sia nella Repubblica Islamica che nella Federazione russa, dove contro la permanenza al potere di Assad stanno prendendo posizione coloro che spingono nella direzione del riavvicinamento dei rispettivi paesi agli Stati Uniti ed all’Occidente.

Merita di essere rilevato, altresì, come in questo contesto mentre dal regime iraniano non sia giunta alcuna risposta, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov abbia in qualche modo “coperto” il suo primo ministro. Il presidente Vladimir Putin, vero uomo forte di Mosca, tuttavia tace, almeno per il momento. (g.d.)
 
Egitto: la situazione torna a farsi incandescente
Roma, 29 gen 2013 15:06 - (Agenzia Nova) - Costituisce un serio elemento di preoccupazione la deriva assunta dalle dinamiche politico-sociali interne all’Egitto, paese nel quale persino sentenze collegate a fatti di cronaca apparentemente indipendenti dalla situazione politica sono ormai in grado di provocare seri incidenti di piazza. Epicentro dei disordini scoppiati nello scorso week end è la parte occidentale del Sinai, oltre al Cairo, città nella quale si sono verificati scontri in coincidenza con il secondo anniversario dell’inizio dell’occupazione di Piazza Tahrir. A quanto è dato di sapere, sono morte decine di persone ed i feriti si conterebbero a centinaia.

La gravità delle tensioni e dei tumulti ha indotto le massime autorità nazionali egiziane a decretare il coprifuoco sulle zone più instabili dell’Egitto, mentre all’esercito sono stati attribuiti più pervasivi poteri di controllo nell’azione di mantenimento dell’ordine pubblico, compreso quello assai delicato di arrestare dei civili.

E’ chiaro che il malessere che affligge il paese è profondo. Il governo post-rivoluzionario ed il presidente Mohammed Morsi non riescono a risollevare l’economia, cosa che esacerba i risentimenti sociali, mentre il tentativo di accentrare il potere e l’evidente tendenza autoritaria in atto sono alla base di proteste che contrappongono con sempre maggior asprezza i simpatizzanti della Fratellanza Musulmana ed i loro alleati al fronte delle forze politiche sconfitte alle elezioni presidenziali e politiche.

La situazione non promette purtroppo nulla di buono, potendo innescare una crisi regionale di ampie proporzioni, suscettibile di alimentare imponenti flussi migratori verso l’Europa e, forse, anche tensioni alla frontiera con Israele, paese che si trova nell’impellente necessità di modificare il qualche modo un assetto geopolitico regionale sempre meno favorevole. Gli Stati Uniti e la comunità internazionale, peraltro, non sono completamente impotenti rispetto a quanto accade, sia perché l’Egitto è in attesa dello sblocco di un importante prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale, sia perché le forze armate del Cairo dipendono criticamente dalle forniture e dalle sovvenzioni Usa.

In ultima analisi, è quindi all’amministrazione del presidente Barack Obama che occorre guardare. La sensazione è tuttavia che ben difficilmente Washington bloccherà una repressione divenuta essenziale al consolidamento del nuovo regime egiziano, ormai considerato dalla Casa Bianca uno dei perni essenziali della sua nuova politica mediorientale.(g.d.)
 
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