Atlantide
21.01.2013 - 18:42
 
 
ANALISI
 
Mali: il conflitto si allarga, jihadisti in azione in Algeria
Roma, 21 gen 2013 18:42 - (Agenzia Nova) - Il conflitto scatenato in Mali dalla mossa delle milizie islamiste di Ansar Eddine in direzione dell’aeroporto di Sévaré e dal conseguente intervento francese in difesa del governo di Bamako si sta rivelando una partita molto più ampia e complessa di quanto preventivato. E non soltanto per effetto dell’attacco qaedista sferrato contro la piattaforma gassifera della Bp ad In Amenas, che pure ha certamente contribuito ad aggravarlo. I problemi sono infatti numerosi.

Innanzitutto, i guerriglieri islamisti dell’Azawad si sono rivelati una forza più consistente ed efficace di quanto inizialmente ipotizzato. Così, l’idea parigina di fermare la loro sortita verso sud con circa 550 uomini ed un limitato impegno aereo si è rivelata illusoria. Per evitare che il suo contingente fosse sopraffatto e mancasse i suoi obiettivi, la Francia ha dovuto rapidamente provvedere ad elevarne gli effettivi a 2.500 militari: una cifra che sembra però già insufficiente a fronteggiare la situazione. Ansar Eddine è stata in qualche modo respinta ad Est e fermata al centro, ma è riuscita a dilatare la propria presenza ad Ovest, lungo la frontiera mauritana, sino a raggiungere Nara. Sollecitata ad anticipare i tempi, si è attivata anche l’Ecowas, la comunità che raggruppa i paesi dell’Africa occidentale. E’ tuttavia difficile che le sue capacità militari siano sufficienti a colmare il gap esistente nei confronti di quanto sarebbe necessario schierare: i suoi 3.300 uomini attesi a Bamako, infatti, mancano di adeguato addestramento e sono poco mobili. Inoltre, per ragioni prettamente etniche ed a causa dei pregiudizi razziali delle genti maliane del nord, potrebbero andare incontro a seri limiti ove impiegati contro i tuareg.

In secondo luogo, proprio la penuria di unità militari occidentali sul terreno ha spinto la Francia a chiedere un più ampio sostegno internazionale. Ma sotto questo profilo Parigi ha ottenuto poco, almeno finora. Soldati sono infatti giunti solo dal Belgio. L’Unione europea ha invece varato la missione addestrativa Eutm Mali, che dovrebbe provvedere a trasformare nell’arco di qualche settimana il contingente Ecowas in una forza combattente credibile. E’ stato però categoricamente escluso un contributo europeo con caratteristiche combattenti. Nessuno dei “grandi” ne ha infatti voluto sapere. Oltre ad alcune centinaia di istruttori europei, arriveranno dei cargo militari, come i C-160 Transall tedeschi ed i nostri C-130 Hercules, e probabilmente anche dei droni. Roma ha messo a disposizione pure delle basi. Ma nulla di più, neanche dagli Stati Uniti, dove a frenare gli ardori del Pentagono provvede la Casa Bianca, e ciò mentre i francesi hanno evidente penuria di uomini sul campo.

Il tutto è stato naturalmente coperto dalla foglia di fico dei consueti proclami retorici di solidarietà. Di fatto, Berlino ha messo a disposizione i propri aerei da trasporto, ma ha precisato che dovranno valersene le truppe di colore africane: uno schiaffo bello e buono, che difficilmente contribuirà a distendere gli animi sul nostro Continente e probabilmente aggraverà i dissapori tra le due sponde del Reno.

In terzo luogo, è affiorato il problema algerino. La necessità di evitare la destabilizzazione dell’Algeria, stato cruciale ai fini della sicurezza energetica del nostro Continente, e la volontà di non inimicarsi la sua dirigenza politica spiegano in buona misura la timida risposta europea agli eventi maliani. A queste si sono poi aggiunte le complicazioni derivate dall’assalto qaedista ad In Amenas, cui ha fatto seguito il sanguinoso contrattacco deliberato dal governo di Algeri per liberare gli ostaggi, che pare sia costato la vita a dozzine di persone.

Quest’ultimo è un episodio particolarmente oscuro, che si presta a diverse considerazioni. Alcuni elementi sono comunque piuttosto evidenti: in primo luogo, pare priva di fondamento l’idea che il gruppo terrorista passato all’offensiva possa aver agito in risposta all’intervento francese in Mali o all’apertura dei cieli algerini ai velivoli militari transalpini. L’occupazione di un sito di difficile accesso, in pieno deserto, e la cattura di un elevato numero di persone infatti non si improvvisano. E’ chiaro invece che si è trattato di un’azione complessa, la cui realizzazione ha richiesto decine di terroristi e settimane di pianificazione. Così stando le cose, non è da escludere che tra l’attacco maliano di Ansar el Din e quello qaedista ad In Amenas vi sia stata una qualche forma di coordinamento. (g.d.)
 
Algeria: incertezze sul ruolo svolto nella crisi del Mali
Roma, 21 gen 2013 18:42 - (Agenzia Nova) - L’offensiva islamista contro il Mali e l’attacco qaedista all’Algeria potrebbero essere episodi collegati. Diversi quotati analisti sono di questa opinione, pur dividendosi sulle modalità e le caratteristiche di questa connessione. Alberto Negri ha ad esempio sostenuto che l’accaduto sia derivato da un azzardo algerino sfuggito di mano. In pratica, Algeri avrebbe cercato di valersi degli islamisti e dei jihadisti per ricavarsi una più larga sfera d’influenza nel Sahel e ripulire le province meridionali del proprio paese. Ma i suoi partner si sarebbero rivoltati contro i propri manipolatori e manovratori per perseguire una loro specifica agenda, seguendo uno schema già osservato anni fa in Pakistan, quando i talebani locali smisero di concentrarsi sul fronte afgano e sul Kashmir per volgere le armi contro il presidente Pervez Musharraf e poi Benazir Bhutto.

Per altri osservatori, invece, il coordinamento tra le due iniziative attuate in Algeria e Mali potrebbe non essere stato interno, ma in qualche modo assicurato da un soggetto esterno, nella fattispecie da qualche spezzone del cosiddetto “Stato profondo” algerino, magari replicando una dinamica già vista in quel paese durante i sanguinosissimi anni novanta. L’attacco di Ansar Eddine, gruppo del resto guidato da una personalità che ha intrattenuto importanti rapporti con i servizi di Algeri, potrebbe in particolare essere stato “incoraggiato” dall’intelligence algerina come una specie di mossa preventiva, volta a sabotare l’indesiderato intervento militare internazionale previsto per il prossimo settembre attraverso il prematuro coinvolgimento sul terreno delle truppe francesi, prerequisito essenziale di una loro probabile sconfitta. Anche i fatti di In Amenas potrebbero rientrare in questo schema, avendo resto più credibile la temuta minaccia di ritorsioni terroristiche contro gli interessi occidentali e quindi obiettivamente spinto gli alleati della Francia a rimanere lontani dal Mali. Se così fosse, bisognerebbe riconoscere che il meccanismo si sta rivelando molto efficace. Persino la semplice fornitura di aerei militari da trasporto è infatti bastata a turbare la nostra opinione pubblica, invece ormai indifferente rispetto alla perdurante presenza di migliaia di soldati italiani in armi in Afghanistan e Libano.

Ci si può certo chiedere quanto questo teorema sia verosimile. I dubbi sono in effetti legittimi. Però alcuni elementi sono interessanti. Le modalità impiegate dall’esercito algerino per riportare l’ordine ad In Amenas sono state ad esempio straordinariamente opache. E poi occorre tener conto del precedente degli anni novanta quando, almeno secondo un’ampia pubblicistica, i servizi algerini non esitarono a manipolare gli islamisti inducendoli a scatenare un’insurrezione che avrebbe fatto centinaia di migliaia di morti, al solo scopo di salvaguardare la presa del Fronte di liberazione nazionale e delle forze armate sullo stato algerino. Tutto è quindi possibile, quando c’è di mezzo Algeri, e la prudenza è d’obbligo.

E’ chiaro che occorre comunque far qualcosa: perché la Francia non può essere completamente abbandonata al suo destino senza compromettere in qualche modo la ripresa del processo d’integrazione europea. D’altro canto è vero che non si può far sprofondare a cuor leggero l’Algeria nel caos. Come muoversi allora? Un compromesso potrebbe forse essere trovato proprio nell’Azawad, magari riconoscendolo come un’entità sovrana, come probabilmente è negli auspici degli algerini. Possibilmente sotto il controllo dei nazionalisti tuareg, anziché degli islamisti che applicano una versione durissima della sharia, tagliando mani ed abbattendo i santuari legati alla tradizione sufi. Un accordo su queste basi non dovrebbe essere impossibile. (g.d.)
 
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