Atlantide
09.01.2013 - 10:16
 
 
ANALISI
 
Siria: l’insurrezione si rafforza ma non sfonda, l’Esercito lealista passa al contrattacco
Roma, 9 gen 2013 10:16 - (Agenzia Nova) - Durante le ultime settimane del 2012, è stata forte l’impressione che l’insurrezione siriana fosse sul punto di avere finalmente la meglio sul regime di Bashar el Assad. Tuttavia, a dispetto dei frequenti annunci concernenti la caduta di Aleppo e l’approssimarsi della presa di Damasco, non si sono ancora osservati sviluppi clamorosi. Sembra, al contrario, che i lealisti abbiano in qualche modo ripreso l’iniziativa, nell’intento di logorare il composito fronte dei ribelli e screditarlo di fronte all’opinione pubblica interna ed internazionale, in modo tale da sopravvivergli quanto basta per poi negoziare una qualche forma di soluzione politica del conflitto.

Il rais siriano, che molti descrivono come un fuggitivo insicuro, costretto a vagare nottetempo nella sua capitale per dormire ogni sera in un’abitazione differente, è persino tornato a farsi vedere in televisione, pronunciando un intervento che avrebbe meritato un’attenzione maggiore di quella che gli è stata effettivamente tributata. Assad, infatti, ha confermato di interpretare la rivolta che lo sta sfidando come un fenomeno essenzialmente esogeno al suo paese, alimentato da potenze esterne interessate ad ottenere l’indebolimento dello stato siriano, piuttosto che la manifestazione interna di un movimento riconducibile al cosiddetto “risveglio arabo”. Proprio per questo motivo, il leader del regime ha escluso l’apertura di qualsiasi trattativa con chi lo sta attaccando armi in pugno ed è finanziato dall’estero, dimostrandosi di contro disponibile ad un dialogo con la parte dell’opposizione che ha preferito battersi senza ricorrere alla violenza.

A prima vista, sembrerebbe una posizione molto coerente con quella tenuta da Assad sin dal principio dell’insurrezione. Ma non è escluso che possa, opportunamente riveduta e corretta, aprire uno spiraglio sfruttabile per trattare, come auspicano in un certo qual modo tanto la Russia quanto la Santa Sede. E’ interessante notare a questo proposito come proprio a Roma, tra il 17 ed il 18 dicembre scorso, si siano riuniti i rappresentanti di una trentina di movimenti ed associazioni appartenenti al fronte della cosiddetta opposizione legale al regime. E’ in effetti possibile che il Assad proprio a tale raggruppamento alludesse nel suo recente intervento televisivo e che quindi da quell’ambito possa anche uscire qualche elemento spendibile nel contesto di un piano di composizione pacifica del conflitto, anche se occorre evitare di alimentare eccessive illusioni al riguardo.

Ad una transizione dovrebbero infatti partecipare comunque anche gli esponenti degli schieramenti che si sono affrontati militarmente in questi mesi, in quanto detentori della forza effettiva. E questo appare francamente tuttora difficile, anche se lo stallo instauratosi sul terreno potrebbe facilitare il compromesso. Il punto è che i lealisti ormai non difendono soltanto la propria posizione privilegiata nel cuore del potere siriano, ma la loro stessa sopravvivenza fisica, che sarebbe evidentemente compromessa da una vittoria completa dell’insurrezione, alla quale oltretutto darebbero un contributo decisivo le fazioni jihadiste e qaediste riunitesi intorno ad Al Nusra.

La sorte toccata a Saddam e Gheddafi costituisce un monito ben presente alla cerchia che circonda Assad. Quest’ultima è apparentemente consapevole anche dei timori e delle diffidenze che la forza di questo movimento radicale sta generando sul piano internazionale e specialmente negli Stati Uniti. Per questo rimane compatta, a dispetto di qualche occasionale defezione, come quella recente del generale comandante della polizia militare. Pare essersi attenuata anche la spinta tesa ad ottenere un intervento militare autorizzato dalle Nazioni Unite: né gli europei, né gli Stati Uniti vogliono infatti battersi, sfidando la Russia e l’Iran per favorire la vittoria di soggetti politici ostili.

La crisi siriana, comunque, non cessa di provocare attriti e tensioni in molti paesi della regione. Hezbollah sta attivamente contribuendo alla difesa del regime siriano e sta iniziando a mostrare un certo nervosismo nei confronti di Unifil II, la forza di interposizione delle Nazioni Unite schierata in Libano a sud del fiume Litani. Gerusalemme ha dal canto suo deciso di fortificare con un muro la frontiera del Golan, un tempo ritenuta il confine più sicuro e stabile dello stato ebraico. Sta inoltre accrescendo il profilo della propria posizione il presidente egiziano Mohammed Morsi, che chiede apertamente, e piuttosto improvvidamente, di processare il sais di Damasco.

Ma il vero fatto nuovo è quello che si è verificato in Iran, dove l’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani ha lasciato intendere che la politica di attivo sostegno ad Assad potrebbe essere oggetto di confronto politico nell’imminente campagna elettorale presidenziale della Repubblica Islamica. Forse è poco più di una schermaglia preliminare. Ma è significativa, perché parrebbe implicare uno stretto collegamento tra le prospettive di sopravvivenza del regime alawita siriano e quelle degli attuali equilibri politici a Teheran, con i riformisti disposti ad importanti sacrifici geopolitici pur di riappacificarsi con la comunità internazionale. (g.d.)
 
Israele: Netanyahu perde apparentemente terreno mentre si avvicinano le elezioni politiche
Roma, 9 gen 2013 10:16 - (Agenzia Nova) - A due settimane dal voto politico israeliano, previsto per il 22 gennaio, pare perdere terreno il premier uscente Benjamin Netanyahu, accusato da destra di aver ceduto agli Usa sia sul versante del dossier nucleare iraniano che in merito alla conduzione dei raid aerei su Gaza, e criticato da sinistra, per la propria intransigenza e la forte inclinazione a ricorrere alla forza. Il Likud, partito del premier, infatti, è dato in significativa diminuzione a vantaggio dei suoi competitori diretti a destra, al punto che se si votasse in questi giorni la sua rappresentanza alla Knesset, il parlamento israeliano, scenderebbe dai 47 seggi inizialmente preventivati a 34, sui 120 in palio.

Contribuiscono alle difficoltà di Netanyahu anche le disavventure giudiziarie del suo ex ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu, partito di riferimento degli ebrei russi emigrati dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che fa ormai blocco con il Likud. A dare un’idea dell’arretramento è utile ricordare come nella legislatura appena conclusa il partito di Netanyahu aveva 27 deputati ed Israel Beitenu altri quindici.

Domina il contesto politico israeliano, come di consueto, un’accentuata frammentazione, che è consentita da una legge elettorale fortemente proporzionale. I laburisti israeliani “orfani” di Ehud Barak sono al momento accreditati di 16 seggi, mentre Habayit Hayenudi, formazione religiosa e nazionalista, dovrebbe aggiudicarsene 14, gli ortodossi dello Shas undici, come il nuovo Yesh Atid. Alla formazione recentemente fondata da Tzipi Livni, battezzata Hatenua o “Movimento”, dovrebbero andarne infine dieci. La Livni, che sta cercando di occupare in qualche modo almeno parte dello spazio che fu del Kadima di Sharon, auspica un’alleanza anti-Likud con i laburisti e Yesh Atid per sbarrare il passo alla riconferma di Netanyahu, ma è improbabile che i suoi sforzi siano coronati dal successo.

Il gradimento personale di Netanyahu come premier rimane peraltro elevato, superiore al 43 per cento e di gran lunga più alto di quello goduto dal blocco Likud-Beitenu che dovrebbe sorreggerlo con un quarto dei seggi parlamentari. Si dice che con opportune alleanze nell’area di centro-destra, l’attuale capo del governo potrebbe raggiungere anche quota 51. Anche in quel caso, sarebbero tuttavia pochi seggi rispetto a quelli necessari per disporre della maggioranza e consolidare la posizione del premier in uno scenario internazionale tanto difficile com’è quello che Israele ha di fronte. (g.d.)
 
Afghanistan: i talebani più vicini alla riabilitazione politica
Roma, 9 gen 2013 10:16 - (Agenzia Nova) - Mentre avanza la cosiddetta “transition”, che maschera il ritiro graduale delle truppe da combattimento occidentali dall’Afghanistan, si moltiplicano gli indizi che fanno pensare ad una possibile e clamorosa reintegrazione del movimento talebano nell’area di governo a Kabul. Il dialogo tra le maggiori articolazioni politiche legali afgane e la formazione guidata dal Mullah Omar va infatti intensificandosi, sfruttando anche sedi informali come quella recentemente fornita da un noto centro studi francese, che in dicembre ha promosso ed ospitato una conferenza alla quale hanno partecipato anche due esponenti provenienti dall’ufficio politico aperto dai Talebani in Qatar.

Pare che nella circostanza, i due rappresentanti provenienti da Doha intendessero anche contattare alcuni esponenti dell’Alleanza del Nord ostili al Presidente Karzai, in un tentativo di sondare la loro disponibilità a confluire in un cartello unitario d’opposizione e soprattutto disinnescare il rischio che il ritorno dei talebani a Kabul possa scatenare una nuova guerra civile.

In effetti, la minoranza tagika e soprattutto quella hazara, composta da sciiti che i sunniti considerano eretici, temono molto la prospettiva di una restaurazione del vecchio emirato del Mullah Omar, ed alcuni loro leader hanno già lasciato intendere di esser pronti a mobilitare le milizie di cui dispongono per insorgere contro il materializzarsi dell’eventualità, primo fra tutti Ismail Khan, signore di Herat, che ha convocato lo scorso primo novembre un’assemblea di suoi seguaci per invitarli a riarmarsi. Alle trattative partecipa naturalmente anche il Pakistan, che le sta favorendo attraverso la scarcerazione di un certo numero di prigionieri politici afgani d’alto livello, in grado di fungere da interlocutori sia per l’Alto Consiglio per la Pace guidato dal figlio dello scomparso ex presidente Burhanuddin Rabbani che per gli emissari del governo di Kabul.

Nel 2014 l’Afghanistan sarà chiamato ad eleggere il successore di Hamid Karzai, in carica dal 2001 e non più rieleggibile al termine del suo secondo mandato, ottenuto in modo rocambolesco nell’agosto 2009. Sono molti gli esponenti politici di etnia pashtun ad ambire ad un suo endorsement. Tuttavia, è possibile che quella posizione possa rientrare nella trattativa con i talebani, magari insieme ad una riforma in senso federalista dello stato afgano, che riconoscerebbe i particolarismi etno-confessionali e tribali del paese, garantendo le minoranze dal pericolo di nuove sopraffazioni.

Gli Usa non sembrano intenzionati ad interferire più di tanto nel processo, avendo ormai declassato l’Afghanistan a teatro secondario, se non addirittura a passività strategica di cui liberarsi al più presto, magari mettendo nei guai qualche suo importante vicino. La politica di disimpegno dal paese centro-asiatico, che si riflette anche sulle scelte del governo italiano di questi giorni, sembra comunque già portare frutti interessanti all’amministrazione del presidente Barack Obama, che osserva con sicuro compiacimento la corsa delle potenze regionali al capezzale afgano. India ed Iran, in particolare, si stanno affrettando a coordinare i propri sforzi per evitare che Kabul torni sotto l’influenza preponderante di Islamabad. E’ molto probabile che a breve saranno seguiti anche da Russia e Turchia, se non addirittura dalla Cina, all’interno della quale vi è chi da tempo auspica l’adozione di una politica nazionalista di espansione verso l’Asia centrale.

La fine delle missioni operative della Nato e statunitensi in Afghanistan verrà spacciata per un sicuro successo. Ma molto più prosaicamente nasconde semplicemente una rivalutazione delle priorità geopolitiche di Washington, che è più interessata al mantenimento della supremazia globale ed al logoramento dei propri potenziali rivali di quanto lo sia all’occidentalizzazione del mondo musulmano. (g.d.)
 
TUTTE LE NOTIZIE SU..