Atlantide
18.12.2012 - 18:33
ANALISI
 
Siria: tempesta mediatica o accelerazione reale?
Roma, 18 dic 2012 18:33 - (Agenzia Nova) - Se non siamo tutti vittime inconsapevoli degli effetti distorsivi di una manipolazione delle informazioni con pochi precedenti, quanto ad intensità e complessità, è forse giunto ad un tornante decisivo il conflitto civile che insanguina ormai da quasi due anni la Siria. Parrebbe infatti in atto una significativa accentuazione della pressione dell’insurrezione, i cui attacchi sul centro di gravità del regime avrebbero raggiunto una rilevanza tale da aver consigliato ad alcuni stati – come il Pakistan – il ritiro del proprio personale diplomatico dalla capitale siriana.

Si dice altresì che i vertici militari di Damasco si stiano risolvendo all’abbandono dei presidi più periferici, meno utili e pure più difficili da proteggere, per concentrare le forze dove occorrono maggiormente ed intensificare il ricorso al potere aereo di cui ancora dispongono. Gli apparati di sicurezza sarebbero in effetti ancora coesi intorno a Bashar el Assad, malgrado i duri attacchi subiti. Le loro capacità appaiono tuttavia in costante degrado, a meno di non voler ipotizzare, come pure fanno alcuni osservatori, che si stia predisponendo una trappola per le milizie degli insorti. Intorno alla capitale, inoltre, ampie zone di territorio sono interessate sempre più frequentemente dall’interruzione dei servizi pubblici essenziali, segno evidente che le cose non vanno proprio benissimo per il regime. Non è tutto: una delle componenti islamiche più radicali, il movimento di impronta jihadista Al Nusra, il cui braccio militare risulta sottoposto al comando del cognato di Abu Mussa al Zarqawi, si è appena spinto a prefigurare l’imminente instaurazione di uno stato shariatico a ridosso delle frontiere della Turchia, malgrado gli Stati Uniti abbiano appena provveduto a bollarlo come organizzazione terrorista.

Anche il livello di legittimazione politica dell’opposizione ha fatto un sensibile salto di qualità: la Coalizione nazionale siriana, creata a Doha l’11 novembre dal preesistente Consiglio e sottoposto alla guida di Ahmad al Khatib, è stata riconosciuta unica rappresentante della Siria dai paesi riunitisi a Marrakesh il 12 dicembre scorso, compresa l’Italia. Per ammorbidire Mosca, è stato inoltre permesso ad un cristiano con trascorsi comunisti, Gurg Sabra, di assumere un incarico di rilievo all’interno del cartello che raggruppa le opposizioni.

E proprio alla Russia occorre adesso volgersi con attenzione per fiutare cosa sta effettivamente accadendo. In effetti, negli ultimi giorni Mosca si è trovata al centro di almeno due vicende poco chiare. La prima riguarda le sorprendenti dichiarazioni rese dal viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov, che il 13 dicembre avrebbe ammesso la possibilità di una sconfitta dei lealisti, aggiungendo che occorrerebbe “guardare la realtà” e lasciando intendere che la Russia sarebbe addirittura in procinto di considerare l’evacuazione della propria ambasciata di Damasco. Il governo federale ha smentito il giorno seguente, ma in modo complessivamente poco convincente, cosa che farebbe pensare ad una specie di leak controllato, cioè ad una fuga d’informazioni preordinata, allo scopo di tastare il terreno e preparare l’opinione pubblica russa alla possibilità di un drastico cambio di politica.

La seconda invece è legata indiscrezioni raccolte e rilanciate dall’autorevole giornalista francese Georges Malbrunot, che dalle colonne del “Figaro” ha preannunciato l’imminente arrivo a Damasco dell’inviato delle Nazioni Unite, Lakdhar Brahimi, in qualità di latore di un ultimatum congiunto russo-americano ad Assad, il cui testo sarebbe stato concordato dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov e dal segretario di Stato Hillary Clinton. Pubblicato dalla testata transalpina il 14 dicembre mattina, il presunto scoop non risulta ancora essere stato smentito.

A tutto questo, andrebbero poi aggiunte le voci che concernono la riunione degli oppositori ad Assad più vicini a Mosca, e riconosciuti in qualche modo anche dal regime, in programma a Roma tra il 17 ed il 18 dicembre ed è iniziata a fari spenti, senza alcuna copertura di stampa, nonché il grosso movimento che interessa i siriani che frequentarono a suo tempo l’università russa intitolata a Lumumba, al quale ha dedicato su “Il Foglio” degli interessanti approfondimenti l’inviato Luigi De Biase.

“Voice of America” e “Moscow Times” hanno giudicato tardivo il tentativo del Cremlino di agganciare il treno dell’insurrezione. Ma la situazione sul campo e nella regione è in rapida evoluzione e molte cose sono cambiate negli ultimi mesi. Per comprendere l’atteggiamento di Mosca è utile ricordare come il vero obiettivo della Russia nel conflitto siriano sia quello di arrestare in qualche modo il diffondersi della “primavera araba” prima che questa si espanda ulteriormente e dilaghi verso il Caucaso. Qualsiasi soluzione che realizzi questo interesse è pertanto accettabile, specialmente se la difesa dello status quo si rivelasse troppo costosa politicamente o comunque sempre più difficile da assicurare, come parrebbe il caso. Dopo tutto, la politica estera russa è tradizionalmente pragmatica. Proprio per questo le recenti evoluzioni di Mosca, se non sono interamente il frutto di una macchinazione mediatica, costituiscono il dato più significativo di questi ultimi giorni, testimoniando al di là di ogni dubbio il deterioramento delle posizioni del regime di Damasco.

E’ consigliabile monitorare attentamente anche l’Iran, che ha un interesse persino più immediato di quello russo alla tenuta degli Assad. Sta infatti a Teheran, a questo punto, dimostrare che il proprio alleato è più in sella che mai. Per questo, sarebbe normale attendersi a breve termine la visita a Damasco di qualche alto esponente politico iraniano. Se nessuno si muoverà, per il raìs la fine potrebbe davvero essere vicina.

Naturalmente, ciò nulla dice relativamente a quanto accadrà dopo. Lo scenario della frammentazione del Paese è ancora plausibile, così come quello che ipotizza l’innesco di una nuova fase del conflitto civile, cosa che trasformerebbe la Siria in un nuovo Iraq. La posizione dei cristiani è comunque particolarmente difficile. Come “Avvenire” ricorda, sono ormai decine di migliaia quelli di loro che possono essere considerati ostaggi degli elementi più oltranzisti dell’insurrezione. (g.d.)
 
Egitto: Morsi cede qualcosa ma resta saldamente in sella
Roma, 18 dic 2012 18:33 - (Agenzia Nova) - La situazione in Egitto si è evoluta in una direzione complessivamente favorevole al presidente Mohammad Morsi, sfidato nelle scorse settimane da imponenti dimostrazioni di piazza dopo l’emanazione della “dichiarazione costituzionale” con la quale si era posto recentemente al di sopra della legge e della magistratura. A tale mossa l’uomo forte del Cairo si era probabilmente risolto per prevenire il tentativo dei supremi giudici di nomina mubarakista di invalidare la Costituzione appena approvata dall’Assemblea Costituente ed ora oggetto di una consultazione referendaria.

Morsi è stato in effetti obbligato a concedere qualcosa ai propri avversari, almeno sul piano del metodo e della tolleranza del dissenso, ed anche all’Esercito, cui ha dovuto rivolgersi per la propria sicurezza. Ma ha conservato l’appoggio degli Stati Uniti, che gli era essenziale per sopravvivere, e si avvia a cogliere una vittoria probabilmente decisiva nei confronti dell’opposizione secolare. Il tentativo di cancellare o quanto meno procrastinare il referendum è infatti fallito, seppure un boicottaggio parziale dei giudici incaricati di monitorarne la regolarità abbia imposto la divisione del voto in due turni.

La prima parte della consultazione si è svolta il 15 dicembre e stando alle indiscrezioni, si sarebbe conclusa con i sì alla Costituzione in netto vantaggio, ancorché minoritari al Cairo. E’ a questo punto molto probabile che il 22 dicembre sera il risultato finale corrisponda pienamente alle aspettative del presidente Morsi, che conta sulle solide capacità di mobilitazione della Fratellanza Musulmana per amplificare il successo ottenuto nel recente fine settimana. Probabilmente, le proteste contro le irregolarità vere o presunte verificatesi nel corso della consultazione si intensificheranno, ma difficilmente produrranno conseguenze politiche di rilievo. Certamente, non l’annullamento del voto, già richiesto da Mohammed El Baradei.

Ottenuta la ratifica popolare della Costituzione, Morsi potrà anche ritirare la controversa “dichiarazione costituzionale” che è stata all’origine dei disordini. Il suo sistema di potere e soprattutto il progetto di islamizzazione dello stato non dovrebbero infatti risentirne più di tanto. I militari, che con 120 mila uomini e poteri di polizia presidiano i seggi, riceveranno sicuramente in premio uno status rafforzato nel paese, mentre dal canto suo Washington ha già espresso la propria gratitudine a Morsi ed alle sue forze armate onorando l’impegno a cedere al Cairo ben venti caccia F-16 di ultima generazione, i primi quattro dei quali giungeranno in Egitto proprio mentre Israele sarà impegnata nelle sue elezioni politiche.

Non è un bel segnale. Obama, infatti, conferma in questo modo, dopo qualche iniziale esitazione, il proprio investimento nell’ascesa della Fratellanza Musulmana, seppur imponendo il rispetto di alcuni irrinunciabili standard il cui mancato rispetto avrebbe reso impossibile anche a questa Amministrazione statunitense confermare l’opzione prescelta agli inizi dell’anno scorso. Siria a parte, diventa ora davvero cruciale osservare ciò che accadrà in Giordania, se e quando la locale articolazione del movimento fondato da Hassan al Banna sferrerà il suo affondo contro la Monarchia hashemita.

Israele è in ansia anche per un ulteriore sviluppo. A quanto pare, Abu Mazen ha avviato colloqui a porte chiuse per studiare la fattibilità di un accordo confederale che leghi la Cisgiordania ad Amman. Le potenzialità di un’intesa di questa natura non sono affatto trascurabili, specialmente ove Abdallah II fosse costretto a cedere il potere e ad accettare la trasformazione del suo paese in una Repubblica. Lo stato palestinese potrebbe infatti dilatarsi a comprendere Cisgiordania e Transgiordania, mentre la Striscia di Gaza tornerebbe all’Egitto, di fatto se non di diritto, determinando l’accerchiamento di Israele, che si troverebbe circondato da paesi dominati da una forza politica che ne desidera l’annientamento.

E’ improbabile che Gerusalemme si rassegni passivamente ad un simile scenario. Proprio per questo motivo, aumentano di giorno in giorno le possibilità che lo stato ebraico giochi spregiudicatamente la carta curda, per fomentare l’instabilità complessiva e magari generare tensioni sull’unità dei paesi vicini, favorendo l’affermarsi di una nuova nazione con la quale stabilire poi una solida alleanza. Resta ovviamente sempre sullo sfondo l’alternativa del diavolo, ovvero l’eventualità che il governo israeliano scateni un nuovo attacco preventivo, contro l’Egitto ad esempio, o altrove. La situazione resta pertanto critica. (g.d.)