Atlantide
10.12.2012 - 17:51
Analisi
 
Egitto: ruolo decisivo degli Stati Uniti nella crisi
Roma, 10 dic 2012 17:51 - (Agenzia Nova) - Considerato fino a pochi giorni fa l’astro nascente del firmamento politico mediorientale, con tanto di copertina su “Time”, il presidente egiziano Mohammed Morsi si trova inopinatamente costretto a fronteggiare una grave crisi interna. All’origine delle sue attuali difficoltà vi è il tentativo, operato all’indomani del successo riportato nel mediare la tregua tra Israele ed Hamas, di assumere poteri eccezionali limitando l’indipendenza della magistratura, che minacciava altrimenti di minare la legittimità delle istituzioni rappresentative nate dalla rivolta di Piazza Tahrir.

Dell’azione intrapresa da Morsi in questa circostanza circolano molteplici chiavi di lettura. Per alcuni commentatori che simpatizzano con il presidente islamico, si è trattato di una mossa essenzialmente difensiva, volta a sottrarre ai giudici il potere di dichiarare illegalmente costituita l’assemblea costituente ed impedir loro di compromettere il varo della nuova costituzione, sulla quale a breve gli egiziani saranno chiamati a pronunciarsi con apposito referendum.

Per altri e meno indulgenti osservatori, il nuovo uomo forte del Cairo starebbe invece perfezionando un disegno strategico che mirerebbe, nel migliore dei casi, ad instaurare un regime autoritario personale non diverso da quello di Hosni Mubarak e nel peggiore ad incanalare l’Egitto verso un esperimento totalitario islamico, che differirebbe da quello iraniano solo per l’assenza tra i sunniti di una gerarchia come quella sciita.

Le due cose, in realtà, non si escludono a vicenda e potrebbero anche essere due aspetti dello stesso processo. La trasformazione lungo linee autoritarie di un sistema politico, infatti, richiede necessariamente la compressione di ogni potere che sia in grado di opporvisi. E non depone a favore delle tesi abbracciate dai sostenitori di Morsi il fatto che il presidente si sia posto al di sopra delle norme di legge. Questo passo, infatti, segna tipicamente la transizione all’assolutismo, implicando lo svincolo dell’autorità dall’obbligo di soggiacere a norme universalmente valide.

Si discute altresì se la strategia ispiratrice delle scelte di Morsi risponda o meno agli obiettivi della forza politica di cui è emanazione. Vi è in effetti chi ne dubita, sostenendo che in realtà ormai il presidente agisca autonomamente. Si tratta, in genere, di tutte persone che attribuiscono alla Fratellanza Musulmana un carattere moderato che altri invece le negano, probabilmente con ragioni più solide. Occorre infatti sottolineare come fin dalla loro fondazione, ad opera di Hasan al Banna, i Fratelli siano stati graduali nell’approccio ma radicali negli obiettivi. All’ultimo stadio, in effetti, questi ultimi prevedrebbero nulla di meno della restaurazione del califfato, esattamente com’era negli auspici dei jihadisti guidati da Osama bin Laden, rispetto ai quali la differenza fondamentale risiede nei metodi di lotta politica e soprattutto nel diverso rapporto con il ricorso alla violenza.

Se questa lettura del programma della Fratellanza è corretta, diviene possibile desumere con un certo grado di affidabilità che Morsi abbia approfittato del successo internazionale ottenuto a Gaza - e del carattere di argine alla locale penetrazione dell’Iran assunto dal Cairo - per muovere più decisamente verso un rafforzamento dei suoi poteri e la costruzione di una Repubblica islamica in Egitto.

Proprio per il ruolo svolto nella Striscia di Gaza, il presidente egiziano riteneva verosimilmente di disporre una sorta di copertura da parte di Washington. Ma le cose hanno preso una piega imprevista, ed a lui sfavorevoli, perché le dimostrazioni ostili sono state importanti, le forze di sicurezza dipendenti dal ministero dell’Interno hanno avuto la mano pesante ed è divenuto obiettivamente difficoltoso per la Casa Bianca far finta di nulla, malgrado la polizia egiziana abbia dimostrato uno straordinario tempismo nell’annunciare al mondo l’arresto dell’individuo ritenuto responsabile della morte dell’ambasciatore Stevens a Bengasi.

Alla fine, è entrato in scena l’Esercito, prima vittima delle epurazioni deliberate da Morsi ed ora garante ultimo della sua sicurezza. E’ alla Guardia Repubblicana, una divisione da 24 mila uomini di stanza nella capitale e posta sotto il diretto comando del ministro della Difesa, che è stato infatti affidato il compito di difendere il palazzo presidenziale.

L’unità si è schierata intorno alla residenza di Morsi, evitando tuttavia di aprire il fuoco. E’ probabile che i militari rifiuteranno di attuare in Egitto una riedizione dei massacri di Piazza Tien An Men e che saranno agevolati in questo dal grande prestigio di cui godono nella società civile. Ma il loro intervento comporterà sicuramente la reintegrazione delle Forze Armate tra i pilastri del sistema egiziano, che forse gli Stati Uniti sosterranno dall’esterno.

In effetti, Barack Obama non vuole spargimenti di sangue che gli renderebbero difficile continuare ad assicurare l’appoggio americano all’avanzata della “primavera araba”, già piuttosto claudicante in Siria. Proprio per questo, il presidente statunitense conta sulla moderazione di Morsi, cui ha chiesto durante un colloquio diretto svoltosi al telefono di non ricorrere alla forza, magari anche prospettando lo sblocco degli aiuti attesi dal Fondo monetario internazionale.

Se questo non dovesse bastare, sarà comunque sempre percorribile un’alternativa: condizionare, cioè, i militari egiziani attraverso i trasferimenti di risorse con i quali Washington ne alimenta consumi ed investimenti. Insomma, come già agli inizi del 2011, in questa vicenda la golden share la possiede Barack Obama e sarà interessante vedere che uso ne farà.

A rigor di logica, dall’interesse statunitense al successo dell’Islam politico popolare dovrebbe derivare un impulso a perseguire il raggiungimento di un compromesso tra Fratellanza ed opposizione, che segnerebbe un importante punto a favore anche per Israele, di cui sono noti l’estrema diffidenza nei confronti del nuovo regime egiziano ed i timori relativi ad un possibile voltafaccia della Casa Bianca.

Se il presidente Morsi optasse per una repressione, invece, un cambio di politica degli Stati Uniti diventerebbe inevitabile. Tale prospettiva avvantaggerebbe ancor più nettamente Israele e forse allontanerebbe lo spettro di un vasto conflitto in Medio Oriente. Non è chiaro invece cosa comporterebbe per l’Italia e l’Europa, poiché diventerebbero più probabili l’approfondimento della crisi in cui versa l’Egitto e l’innesco di un massiccio deflusso migratorio che interesserebbe anche le nostre coste. (g.d.)
 
Siria: in corso un conflitto armato e mediatico
Roma, 10 dic 2012 17:51 - (Agenzia Nova) - Sta nuovamente aumentando, e significativamente, la pressione internazionale sulla Siria. Gli obiettivi sono in apparenza gli stessi degli ultimi mesi: facilitare la frantumazione del gruppo dirigente e degli apparati di sicurezza che proteggono Bashar al Assad e nel frattempo generare il consenso necessario all’effettuazione di un esercizio della cosiddetta “responsabilità di proteggere” contro il regime di Damasco.

Tuttavia, potrebbe anche esserci dell’altro. Occorre in effetti andare oltre il complesso schermo disinformativo attraverso il quale leggiamo gli sviluppi del conflitto in atto, secondo il quale l’insurrezione sarebbe sempre più forte, i lealisti in crescente difficoltà e costretti a difendersi anche nella capitale del paese. E’ una narrativa ormai vecchia, che non ha finora trovato adeguato riscontro nei fatti. Ciò induce ad ipotizzare che le cose siano differenti da come ci vengono rappresentate. Il precedente libico è del resto piuttosto istruttivo al riguardo.

Non si va per il sottile. Anche l’allarme sul possibile impiego contro i ribelli delle armi chimiche da parte del regime – reiterato con forza negli ultimi giorni – potrebbe rientrare nell’ambito di una macchinazione più vasta, magari soltanto tesa a facilitare l’approvazione da parte dell’Alleanza Atlantica del trasferimento di un certo numero di batterie Patriot alla frontiera tra Siria e Turchia, ma più probabilmente orientata piuttosto a pregiudicare una massiccia controffensiva che Assad starebbe preparando per venire a capo una volta per tutte della rivolta che lo minaccia.

Quello in atto sarebbe pertanto anche un scontro per la determinazione delle percezioni, con il fronte anti-Assad impegnato a generare l’impressione di una tendenza inesorabile al successo al quale potrebbe esser d’ostacolo soltanto l’impiego di mezzi proibiti da parte di Damasco. Le voci che sfuggono a questo coro sono pochissime: una delle più autorevoli è rappresentata dalla stampa cattolica, alla quale dobbiamo una rappresentazione molto più complessa delle dinamiche in atto in Siria.

Secondo diversi addetti ai lavori, molti degli attacchi degli insorti, inclusi quelli contro l’aeroporto della capitale, sarebbero in realtà essenzialmente dimostrativi e tarati sulle esigenze dei media che appoggiano la rivolta. Ed anche se le capacità militari dell’insurrezione sono in evidente aumento, questa mancherebbe tuttora delle forze indispensabili a mantenere un saldo controllo sugli obiettivi che di volta in volta colpisce.

Un elemento di maggior interesse e potenziale cambiamento, da monitorare attentamente, è invece quello concernente la posizione della Russia, che appare in evoluzione dopo il viaggio in Turchia di Vladimir Putin. Pare infatti che proprio Mosca sia dietro la convocazione di una riunione dell’opposizione anti-Assad a Roma per il 18 dicembre prossimo, un evento che si situa in chiara competizione con il vertice degli Amici della Siria, riuniti a Marrakech il 12.

Alcuni osservatori si sono spinti ad ipotizzare un tardivo tentativo russo di favorire l’emersione tra gli insorti di interlocutori che siano in grado di garantire gli interessi della Federazione anche dopo l’eventuale caduta di Assad. Non è in effetti del tutto improbabile. E risponderebbe anche alla logica del principio di precauzione, che impone di prepararsi anche al più avverso degli scenari. Tuttavia, la tesi è stata accreditata da una fonte schierata, come “Voice of America”. Per valutarne l’attendibilità, sarebbe quindi bene ricordare cosa è davvero in gioco per il Cremlino in questo conflitto.

In Siria si combatte nulla di meno che una grande battaglia che, a seconda dei punti di vista, dovrebbe marcare l’accelerazione della primavera araba o il suo arresto. Per la Russia, è certamente il secondo caso. In un certo qual modo, Damasco è infatti diventata agli occhi dei russi la prima linea di difesa della stabilità del Caucaso e delle repubbliche federate meridionali. Non è quindi in discussione solo la sopravvivenza di un pied- à-terre in Medio Oriente, ma molto di più. Se le cose stessero così, è lecito prevedere che Putin cederà soltanto in vista di straordinarie contropartite o se non vedrà più vie d’uscita. Proprio per questo, fra tutte le potenze coinvolte nella crisi, è alla Russia che occorre guardare per capire dove soffia il vento. (g.d.)