Atlantide
03.12.2012 - 19:29
Analisi
 
La Palestina riconosciuta come Stato dalle Nazioni Unite
Roma, 3 dic 2012 19:29 - (Agenzia Nova) - Con una votazione destinata verosimilmente ad entrare nella storia, il 29 novembre scorso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato a grandissima maggioranza, con soli nove “no”, la richiesta di riconoscimento dello status di “Stato non membro osservatore”, avanzata dall’Autorità nazionale palestinese (Anp). I sì sono stati 148 e 41 le astensioni. Da qualche giorno, conseguentemente, dal punto di vista formale, l’Anp è riconosciuta come uno stato sovrano, seppure non ancora come un membro dell’Organizzazione, esattamente come la Santa Sede. Come questa, potrà quindi seguire i lavori dell’Onu, ma non partecipare attivamente alle votazioni.

Si tratta di un passo dalla valenza simbolica notevole, perché è la prima volta che i palestinesi si vedono elevare al rango di stato. E poco importa che Ramallah eserciti ben poche delle prerogative tradizionali tipiche dello stato sovrano, non controllando parte cospicua del proprio territorio e della sua popolazione - quella governata da Hamas nella Striscia di Gaza - ed essendo tuttora soggetta a stringenti limiti nel campo della sicurezza, a causa della presenza delle Forze armate israeliane all’interno dei propri confini. La dinamica, infatti, cambia notevolmente, dal momento che futuri attacchi israeliani ai territori nominalmente assegnati allo stato palestinese potranno d’ora in avanti essere assimilati in tutto e per tutto ad aggressioni internazionali.

Anche per questo motivo, il maggior beneficiario della svolta non sarà verosimilmente Fatah, ma Hamas, che trarrà vantaggio della copertura legale offerta dal nuovo status accordato ai palestinesi, oltreché dell’evidente riavvicinamento in atto con l’Egitto e, per il tramite del Cairo, persino con la stessa Washington. Gli Stati Uniti di Barack Obama, peraltro, sono tra i nove paesi che hanno votato contro la concessione di questo status ai palestinesi. A ben vedere, tuttavia, l’atteggiamento tenuto in tutta la vicenda dalla Casa Bianca presenta non pochi aspetti ambigui.

Gli Stati Uniti, infatti, non hanno fatto alcun serio tentativo per intralciare o anche solo differire o sottoporre a condizioni l’accoglimento della domanda inoltrata dall’Autorità nazionale palestinese. E sono anzi numerosi gli indizi che portano a ritenere che il voto contrario espresso al Palazzo di Vetro sia stata una semplice concessione di facciata agli israeliani. Washington, inoltre, si è astenuta dall’esercitare pressioni sui suoi alleati contro l’accoglimento dell’istanza palestinese e vi è più di un motivo per ritenere che ne abbia invece fatte nella direzione opposta. Non si spiegano facilmente in altro modo la scelta della Francia - il cui presidente, Francois Hollande, si è per la prima volta fortemente smarcato dalla politica mediterranea e mediorientale piuttosto benevola nei confronti di Israele che aveva contraddistinto l’azione del predecessore, Nicolas Sarkozy - e soprattutto quella dell’Italia, maturata in modo assai rocambolesco.
 
La possibile ragione delle scelte dell’Italia
Roma, 3 dic 2012 19:29 - (Agenzia Nova) - Il nostro paese aveva in effetti auspicato in occasione del recente Consiglio europeo del 22-23 novembre scorsi un voto sulla delicata questione che fosse coordinato e concordato tra tutti gli stati membri dell’Unione. Malgrado i tentativi fatti per pervenire alla definizione di una posizione comune, i Ventisette hanno però preferito andare alla conta in ordine sparso. Così, mentre Francia e Spagna annunciavano la propria intenzione di votare a favore, Germania e Regno Unito rendevano nota la loro decisione di astenersi e la Repubblica Ceca addirittura quella di votare contro. Svanita la possibilità di diluire le proprie scelte facendo riferimento ad un contesto più ampio, la Farnesina ha sostenuto, per quanto le competeva, la tesi secondo la quale fosse opportuno esprimere un voto negativo.

La circostanza non sorprende. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, in effetti, è considerato tra i pilastri dei rapporti di amicizia tra l’Italia ed Israele e si è battuto fino alla fine affinché Roma resistesse alla richiesta proveniente da Ramallah, perorando la causa del voto contrario anche con una propria lettera al presidente del consiglio. Ma alla fine ha dovuto piegarsi ad una decisione assunta dal Consiglio dei ministri e fortemente sostenuta dal capo dello stato, Giorgio Napolitano, probabilmente ventilata segretamente già nel corso della recente seduta del Consiglio supremo di Difesa, riunitosi al Quirinale lo scorso 28 novembre. Il presidente della repubblica ha svolto un ruolo importante anche sotto il profilo internazionale, cercando con un proprio intervento personale sul presidente israeliano, Shimon Peres, di preparare i vertici dello stato israeliano al fatto che Roma avrebbe sostenuto l’istanza presentata dall’Anp.

Anche il presidente del consiglio, Mario Monti, ha fatto un gesto distensivo della stessa natura, telefonando, subito dopo il voto, all’omologo israeliano, Benjamin Netanyahu, per illustrargli le ragioni della decisione italiana, attestarne il carattere non anti-israeliano e garantire a Gerusalemme l’impegno dell’Italia a prevenire eventuali tentativi palestinesi di valersi del nuovo status per adire contro lo stato ebraico la Corte penale internazionale. Tale garanzia, tuttavia, appare vuota di sostanza politica, essendo l’Italia priva del peso necessario a condizionare tanto incisivamente i vertici dell’Autorità nazionale palestinese. E non è bastata a scongiurare la delusione dell’ambasciata israeliana a Roma.

La difficoltà di decidere e la volontà del governo di tenersi fino all’ultimo le mani libere, spiegano altresì la scelta di evitare sull’argomento, pure di elevatissimo spessore politico, un dibattito in parlamento che si sarebbe inevitabilmente concluso con il voto di qualche strumento d’indirizzo. Le sottigliezze politico-diplomatiche con le quali il nostro paese si affanna a far accettare le proprie scelte anche a coloro che se ne sentono danneggiati non sono ovviamente bastate a rasserenare gli animi in Israele. Al contrario, Benjamin Netanyahu non ha perso tempo per accomunare nel biasimo tutti gli stati che hanno sostenuto la richiesta palestinese, Italia inclusa, descrivendo come unici paladini della verità i nove paesi che hanno espresso voto contrario.

Il premier israeliano ha altresì annunciato immediatamente una propria visita a Berlino, quasi a voler meglio marcare il punto e lasciar intendere a tutti chi, d’ora in avanti, lo stato ebraico considererà come suoi amici ed alleati e chi, invece, no. E’ molto probabile che ne derivino conseguenze di una certa portata nel prossimo futuro, seppure quelle di maggior rilievo siano destinate a non essere immediatamente visibili. Dovrebbe ad esempio allentarsi la cooperazione nella lotta al terrorismo internazionale tra i servizi italiani e le controparti israeliane, con ovvie ripercussioni sulla sicurezza nazionale del nostro paese.
 
In ulteriore aumento il rischio di una nuova guerra regionale
Roma, 3 dic 2012 19:29 - (Agenzia Nova) - Le ricadute più gravi, tuttavia, saranno quelle che discenderanno dall’ulteriore deterioramento del quadro geopolitico regionale. Il voto alle Nazioni Unite, infatti, ha sicuramente accentuato l’isolamento israeliano, anche rispetto alla Russia, rispetto alla quale si era osservato recentemente un certo riavvicinamento. Tale circostanza sicuramente concorrerà a rinfocolare nello stato ebraico la sindrome d’accerchiamento che lo assilla dallo scoppio della Primavera araba e che è certamente già stata tra le molle del recente attacco contro Gaza. L’immediata convocazione ad Istanbul di un Forum turco-arabo per discutere il da farsi dovrebbe provare in modo eloquente tutta la valenza del voto e la fondatezza dei timori israeliani.

Per questo, il successo palestinese al Palazzo di Vetro avvicina forse ulteriormente lo scoppio di un nuovo conflitto in Medio Oriente. Le ansie israeliane, probabilmente, ne saranno il detonatore, perché la tentazione di condizionare la politica estera statunitense e comunque modificare in qualche modo un quadro strategico che deteriora di continuo la posizione dello stato ebraico potrebbe rivelarsi irresistibile, un po’ come accadde agli inglesi, che nell’intento di reagire al collasso del proprio impero coloniale nel 1956 si imbarcarono nell’avventura di Suez che invece ne accelerò la disgregazione.

Le stesse decisioni appena assunte dal governo israeliano in materia di nuovi insediamenti sembrano prese apposta per esacerbare ulteriormente la tensione e di certo non contribuiscono a preparare tempi più stabili, specialmente nell’attigua Giordania, nella quale il sovrano, Abdullah II, è ormai sottoposto a pressioni crescenti da parte della piazza e della locale articolazione della Fratellanza Musulmana. Nella regione, purtroppo, si è ormai accumulato un potenziale di conflitto talmente importante da ricordare molto da vicino quello che avvelenava le relazioni tra le principali potenze europee nella primavera del 1914.

Una battaglia trasversale, ad esempio, interessa ormai un ampio ventaglio di stati nei quali si assiste al confronto tra le forze legate alla Fratellanza Musulmana, ovunque in ascesa, e coloro che invece desiderano il mantenimento dello status quo oppure una svolta di segno laico e liberale, in grossa difficoltà. E’ su questo sfondo che si sviluppano le trame di una lotta per la supremazia regionale ingaggiata da paesi del calibro di Arabia Saudita, Egitto, Iran e Turchia, alle cui spalle si muovono altresì giganti come gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, nonché altre potenze esterne non proprio trascurabili, come la Francia.

Ryad non difende soltanto il suo ruolo geopolitico nel Medio Oriente, che è minacciato tanto dall’Iran quanto, più sottilmente, anche da Egitto e Turchia, ma i propri stessi assetti interni. Il Cairo sta tentando a sua volta di ristabilire il proprio antico primato sul mondo arabo, accentuando la rivalità con l’Arabia Saudita e contestualmente proteggendo la sua rinata sfera di influenza dal tentativo neo-ottomano di Ankara. Gli Stati Uniti sembrano intenti a promuovere l’avanzata del “Risveglio”, che semina il caos alle periferie dell’Eurasia complicando l’ascesa geopolitica delle potenze emergenti e danneggiando l’Europa, mentre Russia e Cina agiscono per frenarne l’espansione prima che questa raggiunga il Caucaso, l’Asia Centrale e la regione orientale musulmana della Cina, lo Xingjang.

La geologia della potenza è in movimento, cosa che rende possibile l’evento parossistico. In termini più triviali: è difficile che tutti i contenziosi che si stanno generando per effetto di questi sviluppi possano essere regolati in modo soddisfacente con un meccanismo diverso dalla guerra. La storia ci dice che ciò accade molto di rado.