Atlantide
26.11.2012 - 19:10
ANALISI
 
Israele: il governo Netanyahu rinuncia all’offensiva terrestre contro Gaza
Roma, 26 nov 2012 19:10 - (Agenzia Nova) - Dopo alcuni giorni di combattimento, il governo israeliano ha accettato di fermare i raid aerei sulla Striscia di Gaza, congedando anche parte dei riservisti recentemente mobilitati. La decisione era nell’aria e merita di essere approfondita nelle sue probabili determinanti e nelle sue possibili conseguenze. E’ verosimile che Gerusalemme abbia accettato di sottoscrivere la tregua perché ritiene di aver conseguito buona parte degli obiettivi immediati dell’operazione “Pilastro di Nuvole”, poi ribattezzata “Pilastro di Nuvole”, poi ribattezzata “Pilastro di Difesa”.

Non si trattava solo di soddisfare un’impellente necessità elettorale, accogliendo le istanze di quel milione di elettori israeliani residenti nella parte meridionale dello Stato ebraico che chiedeva a Benjamin Netanyahu di porre fine agli attacchi condotti da Hamas e dalla Jihad Islamica palestinese. Si voleva anche, infatti, rischiando il meno possibile, ristabilire la credibilità delle forze armate e, soprattutto, sottoporre ad un test di decisiva importanza sia il nuovo Egitto del presidente Mohamed Morsi che l’amministrazione del presidente Usa Barack Obama, fresca di riconferma a Washington.

Le risposte giunte dal campo sono state piuttosto lusinghiere per i militari israeliani, finalmente vittoriosi dopo una lunga serie di scacchi che ne avevano significativamente eroso il prestigio sul piano interno ed internazionale. La performance resa dalle forze armate di Gerusalemme, a dispetto della crescente riluttanza della borghesia ebraica ad alimentarne gli organici, è stata infatti obiettivamente brillante, sia sotto il profilo offensivo che quello difensivo. L’aviazione e la marina hanno colpito la gran parte dei bersagli assegnati. In più, il mondo ha potuto osservare in tempo reale le capacità del nuovo sistema di difesa antimissile schierato a protezione dei centri abitati, l’Iron Dome: probabilmente quanto di meglio esista al momento per contrastare la minaccia portata dai vettori a corto e medio raggio, un tempo ritenuti semplicemente non intercettabili.

Si tratta di un risultato che di per sé contribuisce già in maniera significativa a modificare in senso favorevole a Gerusalemme l’equazione regionale di potenza, in costante deterioramento almeno dal 2000, cioè dai tempi del ritiro di dei militari israeliani dal Libano meridionale, ed ormai prossima ad una soglia critica. (G.d.)
 
Medio Oriente: ridimensionate le ambizioni regionali di Turchia e Iran
Roma, 26 nov 2012 19:10 - (Agenzia Nova) - L’obiettivo principale del premier israeliano Benjamin Netanyahu, con le sue mosse militari, era costringere il presidente Usa Barack Obama ad una netta scelta di schieramento, tra Israele ed i suoi avversari, verificando contestualmente che atteggiamento avrebbe assunto la leadership del Cairo nell’eventualità di un conflitto tra lo stato ebraico e le autorità al potere nella Striscia di Gaza. Sotto questo profilo, Gerusalemme pare aver colto successi importanti.

La Casa Bianca, infatti, non solo ha riconosciuto fin dalla prima ora il diritto israeliano all’autodifesa, ma attraverso il segretario di Stato uscente, Hillary Clinton, si è spesa per ottenere il rapido raggiungimento di un cessate-il-fuoco sulla base di termini complessivamente favorevoli allo Stato ebraico. Occorre ribadire qui come Israele non avesse alcun autentico interesse a rioccupare Gaza, conducendo un’operazione terrestre dalla quale sarebbero derivate di sicuro perdite importanti senza procurare alcun vero beneficio strategico. Obama ha quindi in un certo senso “coperto” il bluff israeliano, offrendogli una specie di fidejussione mascherata.

L’allineamento in questa crisi di Washington alle posizioni di Gerusalemme è un fatto notevole, perché si tratta del primo passo compiuto dalla Casa Bianca negli ultimi anni in una direzione che teoricamente rassicura Israele. Oggi, di conseguenza, lo stato ebraico ha ragione di sentirsi meno isolato di una settimana fa, perché lo spettro del temuto tradimento americano è stato allontanato, anche se permangono indubbiamente degli elementi di criticità, che forse sono alla base della scelta di ritirarsi dalla vita politica recentemente annunciata dal ministro della Difesa Ehud Barak.

Tutto sommato, in questo momento, l’incognita è comunque la reazione della piazza e delle élites musulmane, che non dovrebbero tardare molto a percepire il riposizionamento operato sotto la spinta degli eventi dal presidente Obama. In prospettiva, diventa cruciale quello che accadrà in Giordania, dove la Fratellanza Musulmana sta uscendo allo scoperto contro il re Abdullah II. E’ lì che si accerterà se il cambio di linea operato da Obama su Gaza è stato tattico e congiunturale, oppure strategico e strutturale.

La cartina di tornasole la forniranno le scelte che assumerà Washington e soprattutto se le concorderà o meno con Gerusalemme. A questo proposito, va tenuto fermo un punto-chiave: l’eventuale caduta degli Hashemiti priverebbe lo stato ebraico di un importante alleato con cui è attualmente in pace, generando nel processo anche i presupposti per risolvere la questione palestinese su basi del tutto diverse rispetto a quelle discusse finora. In seguito alla fine della monarchia ad Amman, diventerebbe infatti possibile riunire Cisgiordania e Transgiordania in una nuova repubblica dominata dai palestinesi, ben più grossa e solida della fragile Anp di oggi. Dovrebbe esser perciò chiaro come Netanyahu si aspetti che Obama puntelli Abdullah II. E’ tutt’altro che scontato, tuttavia, che l’amministrazione americana si muova nella direzione auspicata da Gerusalemme.

E’ importante analizzare in questo contesto anche ciò che è accaduto al Cairo. In seguito ai fatti di Gaza, infatti, Morsi si è venuto a trovare a sua volta in una posizione a dir poco delicata, essendo chiamato a conciliare l’esigenza di proteggere in qualche modo Hamas, costola della Fratellanza Musulmana, con quella di preservare la “special relationship” con Washington, alla quale deve in misura non trascurabile la propria ascesa al potere.

Il presidente egiziano ne è emerso in modo piuttosto brillante, anche se sono rimaste sul terreno incognite di un certo peso. Siccome i razzi ed i missili Fajr-5 utilizzati da Hamas, e forse dalla Jihad Islamica palestinese, non sono entrati nella Striscia dai valichi israeliani, ma da quelli egiziani, spetterà infatti al Cairo far sì che da Gaza non partano più attacchi contro lo stato ebraico. E se da un lato questo ruolo essenziale del nuovo Egitto sta facendo di Morsi il personaggio pivot del Medio Oriente, ridimensionando tanto le ambizioni della Turchia quanto quelle di un Iran in difficoltà su tutti i fronti, dall’altro mette il presidente egiziano oggettivamente nel mirino, esponendolo al pericolo di un’aggressione israeliana nel Sinai. (g.d.)
 
Medio Oriente: la conclusione della guerra
Roma, 26 nov 2012 19:10 - (Agenzia Nova) - L’accettazione da parte del Cairo della responsabilità di garantire la tregua fra Israele e Hamas è rilevante e può essere considerato un successo anche da Israele, che ora ha modo di verificare le intenzioni della presidenza egiziana e se del caso sanzionarle. La tenuta della tregua ed il suo consolidamento in qualcosa di più solido dipenderanno quindi da quanto accadrà dentro Gaza e ad immediato ridosso delle sue frontiere nel Sinai. Se Mohamed Morsi vorrà provare ad esercitare il ruolo che gli è stato affidato e ce la farà, i benefici geopolitici potrebbero essere grandi.

L’Egitto tornerebbe infatti ad esser la guida del mondo arabo. Nulla vieterebbe di immaginare persino un ritorno dell’area allo status quo ante 1967, con la West Bank che andrebbe ad Amman, magari divenuta capitale di una repubblica a forte partecipazione palestinese 42 anni dopo il terribile Settembre Nero del 1970, e Gaza che tornerebbe, di fatto se non di diritto, nelle mani del Cairo. Con gli Stati Uniti garanti esterni della stabilità del nuovo assetto.

Non è detto, tuttavia, che le nuove autorità egiziane riescano a soddisfare ambizioni di questa portata. O che siano davvero intenzionate a costruire il proprio futuro entro il quadro appena descritto. Morsi può infatti essere efficacemente sfidato dalla destra salafita, magari incoraggiata opportunamente dall’Arabia Saudita, e persino subire un’offensiva interna di matrice jihadista. In questo senso, se non è soltanto l’esito del tentativo di sfruttare una crisi per stabilire una dittatura islamica, la decisione appena assunta dal presidente Morsi di modificare unilateralmente la Costituzione del suo Paese per dilatare i propri poteri può anche essere interpretata come una specie di misura cautelativa rispetto al rischio di gravi disordini interni.

Non si può peraltro neanche escludere che la nuova deriva autoritaria appena manifestata dal presidente egiziano sia dettata anche dalla volontà di Morsi di preparare il paese ad una eventuale guerra regionale, che riproporrebbe l’Egitto nei panni di campione della nazione araba, magari provocando ad arte un attacco israeliano. Alcuni analisti russi hanno denunciato il pericolo, che obiettivamente è significativo.

Una grande confusione regna evidentemente sotto il cielo. L’unico dato certo, in quanto sta sviluppandosi sotto i nostri occhi, è il serio ridimensionamento delle ambizioni regionali turche ed iraniane. Ankara e Teheran, infatti, in questa vicenda di Gaza hanno giocato un ruolo del tutto secondario, di attori non protagonisti, che le rispettive leadership stanno nascondendo alle proprie opinioni pubbliche. E’ difficile tuttavia che l’inganno duri a lungo. Da un lato, infatti, la stampa “democrat” statunitense, che sta manifestando tutta la propria delusione nei confronti di Erdogan, presto o tardi troverà orecchie interessate anche in Turchia. Dall’altro, se l’Egitto darà corso alle promesse fatte, l’Iran si troverà sbarrata anche la strada di Gaza, dopo che a chiudergli quelle del Libano hanno provveduto a modo loro gli insorti siriani. (g.d.)