Atlantide
19.11.2012 - 18:06
ANALISI
 
Gaza: l’attacco israeliano non è solo una mossa elettorale di Netanyahu
Roma, 19 nov 2012 18:06 - (Agenzia Nova) - Di una settimana intensissima sul fronte internazionale – si pensi al ricambio della leadership cinese, al caso Petreaus-Allen ed a quanto sta accadendo in Siria – l’evento di maggior impatto immediato è certamente il nuovo urto tra Israele ed Hamas, apertosi con l’uccisione del capo del braccio militare del movimento islamico palestinese, Ahmed Jabari, responsabile del sequestro Shalit. Non è una vera sorpresa. Era infatti preventivato da molti – e certamente da questa rubrica – che nel lasso di tempo intercorrente tra le presidenziali Usa e le elezioni politiche israeliane, in caso di vittoria di Barack Obama, il governo di Gerusalemme potesse passare all’attacco. Ed è esattamente ciò che è accaduto. Non poteva essere altrimenti, considerate le sfide che il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva ed ha di fronte a sé.

Da un lato, si trattava di rispondere alle ansie degli abitanti delle regioni meridionali del suo paese, un milione di persone che gli chiedevano d’intervenire per arginare gli attacchi provenienti da Gaza; dall’altro, con il venir meno di ogni residua speranza di un cambio ai vertici degli Stati Uniti, il 6 novembre scorso era stato sgombrato il campo da ogni residua perplessità, permettendo di osare.

La campagna contro Gaza è stata confezionata in modo apparentemente magistrale, non soltanto sotto il profilo operativo ma soprattutto sotto quello più squisitamente politico. Implica tuttavia rischi rilevanti, non solo per la sicurezza israeliana, ma per la pace in Medio Oriente e, per la prima volta, in tutto il bacino orientale del Mediterraneo. Quanto accade, pertanto, ci riguarda molto da vicino.

Il problema fondamentale al quale la politica di sicurezza e difesa di Gerusalemme sta cercando di rispondere è il grave deterioramento degli equilibri geopolitici regionali conseguente al riorientamento della politica estera turca, al rovesciamento in Egitto del regime laico di Hosni Mubarak e soprattutto all’evidente cambiamento degli obiettivi perseguiti da Washington nell’area mediterranea e mediorientale. Appoggiando la “primavera araba” e la conseguente ascesa al potere di movimenti politici emanazione della Fratellanza musulmana, contro l’avviso del governo israeliano, la Casa Bianca ha infatti accresciuto il senso d’isolamento in cui versa lo stato ebraico, accentuandone la sindrome d’assedio. C’è verosimilmente anche un certo grado di paranoia nel modo in cui Gerusalemme sta reagendo agli eventi, ma gli stati d’animo sono rilevanti perché condizionano le decisioni politiche tanto quanto il calcolo razionale e nel caso israeliano poggiano su una storia specialmente travagliata, che non permette di sottovalutare alcuna minaccia.

Agli israeliani è ben presente il retroterra ideologico dal quale hanno tratto origine i partiti espressione dell’Islam politico appena giunti al potere, o in procinto di farlo, e non sono pochi coloro che, diffidando del futuro, hanno deciso negli ultimi tempi di alimentare una nuova diaspora, abbandonando il proprio paese. Tale fenomeno costituisce una minaccia esistenziale alla sopravvivenza dello stato ebraico, non meno dei missili che gli vengono scagliati contro. Netanyahu non poteva quindi rimanere ancora per molto inerte. Di qui, il disegno che è stato concepito per modificare il quadro: di cui Hamas è solo il bersaglio immediato e di circostanza.


Le opzioni a disposizione di Netanyahu

Le opzioni che Netanyahu aveva di fronte erano tre, che saranno allineate di seguito secondo il criterio della rischiosità crescente, sia dal punto di vista operativo che politico: la prima era un’offensiva su Gaza; la seconda consisteva nella rioccupazione del Sinai; e la terza in un attacco aero-missilistico all’Iran. Il governo di Gerusalemme ha scelto la prima, almeno per adesso, senza peraltro precludersi la possibilità di esplorare successivamente anche le altre. E’ infatti possibile che la mossa contro la Striscia di Gaza si riveli insufficiente rispetto all’obiettivo reale perseguito da Israele, che è l’arresto della propagazione della “primavera araba”, o quanto meno della politica statunitense di attivo sostegno alle insurrezioni in atto sulla sponda sud del Mediterraneo. Tuttavia, alcuni elementi di questa offensiva inducono a ritenere che il calcolo fatto dagli israeliani abbia una certa solidità ed un notevole livello di sofisticazione.

Il bersaglio immediato dell’attacco sono certamente le capacità militari di Hamas, delle quali è pressoché certo che a Gerusalemme si conoscesse l’entità. I missili che stanno piovendo sullo stato ebraico fino a Tel Aviv, in questo senso, stanno propagandisticamente agendo a favore d’Israele, dimostrando al mondo intero l’entità del riarmo di Gaza e la permeabilità dell’embargo al quale la Striscia è stata sottoposta. Ogni razzo pesante che cade sul suolo israeliano costituisce in effetti uno scacco per chi si è battuto internazionalmente affinché il blocco venisse rimosso, come Ankara ed i movimenti pacifisti europei. L’argomento è d’impatto: Hamas è riuscita ad armarsi, anche in barba alle misure di sorveglianza adottate per impedirlo, ma non a sfamare i bambini della Striscia.

La cosa che forse conta di più è che, colpendo Hamas, Israele sta sottoponendo intenzionalmente a pressioni notevoli anche il governo egiziano del presidente Mohamed Morsi, di cui sta testando solidità ed intenzioni. Questi ha dato finora prova di grande moderazione e destrezza, condannando l’aggressione israeliana e provvedendo ad effettuare alcuni gesti simbolici di significativa portata, come il richiamo dell’ambasciatore accreditato presso lo stato ebraico, ma astenendosi per ora dal compiere passi suscettibili di precipitare un conflitto. Su questo versante, tuttavia, è incalzato tanto dai salafiti egiziani, quanto dai settori della Fratellanza musulmana ad essi più vicini, che ne subiscono l’attrazione e la concorrenza. Per cui non è ancora da escludere che Morsi possa tornare sui suoi passi. E fare qualcosa di più: aprendo ad esempio i valichi tra il suo paese e la Striscia di Gaza o rimilitarizzando il Sinai. Potrebbe ancora succedere, specialmente se Israele avviasse una campagna terrestre a Gaza.

L’eventuale rimilitarizzazione del Sinai costituirebbe una materiale violazione degli accordi di Camp David ed un ovvio casus belli. E’ probabilmente anche per questo motivo che Israele sta mobilitando i riservisti – ben 75 mila - ed ammassando unità alla sua frontiera meridionale. Certo, le truppe potrebbero ben essere impiegate a Gaza, ma al rischio di subire un attrito importante, perdite pesanti ed un appannamento notevole dell’immagine internazionale dello stato ebraico. Ha maggior senso il loro schieramento al confine in funzione precauzionale anti-egiziana.

A questo punto si raggiunge il terzo livello del concetto strategico alla base dell’operazione “Colonna di fumo”, divenuta “Pilastro di difesa”: in caso di eventuale conflitto con l’Egitto, gli Stati Uniti di Obama dovrebbero scegliere da che parte stare. E questo è presumibilmente il vero obiettivo ultimo dell’intera manovra: la Casa Bianca potrà scegliere di appoggiare Morsi, assumendosene però le conseguenze sul piano interno e liberando altresì Gerusalemme da ogni remora circa le modalità migliori della propria autodifesa, che potrebbero contemplare a questo punto anche l’allestimento di un asse con Russia, Cipro e Grecia; oppure, più probabilmente, schierarsi ancora una volta con Israele, bruciando però in un istante tutto il capitale politico di credibilità accumulato negli ultimi due anni presso l’opinione pubblica araba e musulmana più in generale.

Forse questo livello non verrà raggiunto ed è auspicabile che non lo sia. Contribuirà ad evitare la tragedia anche il fatto che inaspettatamente Washington ha assunto in questa circostanza un atteggiamento nettamente filoisraeliano, seppur con qualche imbarazzo.


I rischi delle altre due alternative

Se Gaza non bastasse, ed il riallineamento regionale e globale non si spingesse fino ai limiti auspicati, Gerusalemme potrebbe considerare a medio termine anche le altre due opzioni sul tappeto, ciascuna delle quali, tuttavia, implica azzardi crescenti. La preparazione politico-diplomatica di una mossa unilaterale in Sinai sarebbe infatti difficilissima, anche se è già partita con una sapiente quanto sotterranea campagna tesa a dimostrare che il governo egiziano non riesce ad assicurare alcun tipo di controllo su quanto accade nella penisola. Attaccando senza preavviso l’Egitto nel Sinai, sarebbe in effetti Israele a sabotare gli accordi di Camp David, mentre Gerusalemme desidera invece che questo passo, se proprio inevitabile, sia addebitabile a Morsi. Ciò accadrebbe qualora il Cairo decidesse di sostenere attivamente una Gaza invasa dalle truppe israeliane.

L’altra possibilità è l’offensiva aero-missilistica contro l’Iran, che è rischiosa soprattutto sotto il profilo operativo, anche se le forze armate israeliane hanno dimostrato recentemente, con un brillante raid condotto in Sudan, di essere perfettamente in grado di colpire a grandi distanze dal proprio territorio nazionale. Occorre esser chiari anche rispetto all’eventualità di una guerra israelo-persiana: Israele non teme affatto la bomba degli ayatollah, che è perfettamente in grado di fronteggiare stabilendo un sistema di dissuasione simile a quello esistente tra statunitensi e sovietici durante la Guerra Fredda. Ma il nucleare persiano è un eccellente movente per costringere la Casa Bianca a schierarsi, ancora una volta, pro o contro Israele. Anche se i militari di Gerusalemme temono la prospettiva di doversi battere senza sapere davvero cosa farà un’America sempre più inaffidabile ai loro occhi. (g.d.)