Atlantide
12.11.2012 - 18:22
Analisi
 
Usa: Obama riconfermato alla Casa Bianca, secondo il pronostico
Roma, 12 nov 2012 18:22 - (Agenzia Nova) - Lo scorso 6 novembre, l’America ha deciso e lo ha fatto nella direzione pronosticata dai più: confermando cioè Barack Obama alla Casa Bianca, seppure con un margine assai più ristretto di quello che s’immaginava al principio della campagna: 50,6 contro 47,9 per cento, pari a 62 milioni di voti contro poco meno di 59, tradottisi in 332 grandi elettori contro 206. Contro John McCain, nel 2008 Obama aveva invece conquistato 365 grandi elettori, aggiudicandosi più di 69 milioni di voti contro i 59 presi dal rivale repubblicano. Sono molti di meno, quindi, gli statunitensi che si sono recati alle urne, anche prendendo in considerazione il milione di elettori che si è espresso per il libertario Gary Johnson, ex governatore del Nuovo Messico, ed a venir meno sono stati quasi tutti elettori che quattro anni fa avevano sostenuto il senatore dell’Illinois. Ad Obama sono infatti mancati ben sette milioni di voti, mentre i repubblicani hanno mantenuto lo stesso risultato. Tale circostanza avvalora il giudizio di chi ritiene che il presidente abbia deluso molte aspettative.

In campo repubblicano infuria la polemica, ma in realtà il destino della candidatura di Mitt Romney era probabilmente compromesso fin dall’inizio, e non tanto in conseguenza della popolarità del presidente in carica, in realtà piuttosto appannata come si è visto, quanto per effetto della crisi strutturale che pare aver colpito la destra statunitense. E’ stato fatto notare come, almeno in termini di voti popolari, dal 1992 ad oggi il candidato repubblicano abbia prevalso una sola volta contro cinque. Persino George W. Bush aveva ottenuto meno consensi del democratico Al Gore nel 2000, pur spuntandola grazie alla favorevole distribuzione dei consensi attraverso il vasto territorio degli Stati Uniti, e soprattutto alla bravura di coloro che avevano perorato la sua causa presso la Corte Suprema, facendogli aggiudicare la Florida.

I migliori conoscitori della politica interna americana ritengono che il declino della performance elettorale del “Grand Old Party” derivi soprattutto da due circostanze: la crescita dell’incidenza dell’elettorato nero e latino, e l’incapacità dimostrata dai repubblicani nell’intercettarlo. In effetti, Romney ha ottenuto la maggioranza del voto bianco, sul quale era del resto confezionato il suo messaggio, mentre Obama lo ha surclassato tra le minoranze. Gli strateghi repubblicani oggi ritengono che la ricostruzione politica della destra debba passare attraverso una proposta politica che risulti attraente almeno agli ispanici, che sotto più di un profilo sarebbero dei conservatori.
Continua poi certamente a pesare sul Partito repubblicano anche la complessa eredità lasciata dalle presidenze di George W. Bush, che costringe i suoi leader a distanziarsene. Era successo quattro anni fa con John McCain. Ed è capitato anche questa volta con Romney. Ed è davvero difficile accreditarsi come portatori di un progetto convincente quando non si può additare agli incerti come un modello il predecessore immediato della propria parte politica. Si tratta di un handicap importante, perché obbliga i repubblicani a rifarsi costantemente a Ronald Reagan, che è ormai un riferimento storicamente lontano, per quanto apprezzato.
C’è da considerare anche la scelta dello sfidante. Se si pensa alle alternative disponibili – Jeb Bush non voleva tentare, per Condoleezza Rice era troppo difficile, Mike Huckabee e Nick Santorum sembravano fuori dal tempo – Mitt Romney era di sicuro la migliore personalità che i repubblicani potessero esprimere per tentare di sottrarre ad Obama gli elettori centristi meno contenti delle sue politiche sociali fortemente interventiste. Ma era comunque esposto ad importanti vulnerabilità, sostanziali e d’immagine, che alla prova dei fatti hanno contato. Inoltre, la sua corsa verso la parte mediana del sistema politico è iniziata in grande ritardo, a causa del condizionamento del Tea Party alla sua destra. E’ stata forse un’imprudente concessione a quel movimento anche la scelta di nominare come vice nel ticket Paul Ryan, che a Romney non è riuscito a portare neanche il suo stato d’origine.

C’è dell’altro: quando, come adesso, i repubblicani non controllano la California, che garantisce ben 55 grandi elettori, il loro candidato è costretto a vincere nelle roccaforti democratiche del New England, impresa certamente possibile, ma molto ardua, che è riuscita di recente solo a George W. Bush. Conseguentemente, Romney ha dovuto giocarsi il tutto per tutto in zone politicamente impervie, come l’Ohio e gli stati che si trovano a ridosso dei Grandi Laghi del Nord. Lì Obama ha rischiato qualcosa, a causa della profondità della crisi economica che ha colpito l’industria nazionale, ma alla fine, anche con alcune gaffe, Romney lo ha aiutato.

In particolare, è stato un errore formidabile l’improvvida sortita contro l’Italia, che ad una settimana dal voto ha nociuto allo sfidante repubblicano sotto almeno due profili: alienandogli coloro che vivono dell’indotto della Chrysler, azienda salvata dalla Fiat con l’aiuto indiretto del contribuente italiano, e compromettendogli l’appoggio della Niaf, la potente associazione degli italo-americani, che si dice orienti qualcosa come 15 milioni di voti. Dove la differenza l’han fatta pochissimi punti percentuali, questa scivolata è stata forse decisiva.
 
Usa-Europa: le conseguenze della conferma di Obama
Roma, 12 nov 2012 18:22 - (Agenzia Nova) - In termini materialmente rilevanti per noi europei, la conferma di Barack Obama garantisce di sicuro una continuità di indirizzi. Ma al contrario di quel che pensa il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, la circostanza non può essere automaticamente considerata come rassicurante. Costituisce invece fonte di qualche preoccupazione. Durante il suo primo mandato, il presidente Obama ha in effetti rivoluzionato sotto più di un profilo il modo in cui Washington si rapporta al mondo, riorientando le priorità geografiche degli Stati Uniti e modificando le metodologie impiegate per perseguirne gli interessi nazionali. Allo scopo di concentrarsi maggiormente sul Pacifico e l’Estremo Oriente, Washington si è ad esempio parzialmente disimpegnata dall’Europa, salvo poi esercitare pressioni per alterarne la politica economica.

La Casa Bianca ha altresì fatto minor ricorso alla forza, utilizzando al suo posto strumenti d’influenza meno pervasivi ma non meno efficaci, come il Web 2.0 e le manovre sui mercati finanziari, che sono servite in più di una circostanza a segnalare le preferenze degli Stati Uniti rispetto a determinate situazioni, un po’ come in passato si era verificato ai tempi della crisi di Suez. Ha inoltre sovvertito le proprie alleanze nel cosiddetto Grande Medio Oriente, in particolare scommettendo sull’ascesa dell’Islam politico e ridimensionando il peso annesso al rapporto con Israele, con l’effetto di generare inquietudini a Gerusalemme che potranno a medio termine anche facilitare lo scoppio di un conflitto regionale. In effetti, dal momento stesso in cui è divenuto noto l’esito delle presidenziali Usa, in Israele hanno ripreso a circolare indiscrezioni concernenti prossime, se non imminenti, operazioni offensive a Gaza, nel Sinai, o addirittura contro l’Iran.

L’adozione del nuovo approccio ha evidentemente implicato l’accettazione di un grado superiore di instabilità nel sistema internazionale, che è stato tuttavia giudicato in qualche modo tollerabile, se non addirittura utile, nella misura in cui è parso suscettibile di creare diversioni strategiche a danno delle grandi potenze emergenti che puntano all’avvento di un ordine internazionale effettivamente multipolare, come Cina, Russia ed in una certa misura India, Iran e Turchia.

Persino la decisione di ritirarsi dall’Afghanistan può essere ricondotta a questo contesto, dal momento che, dopo aver tentato invano di schiacciare i talebani, Obama ha ritenuto uno spreco continuare a mantenere in quel paese centomila soldati al costo pro-capite di un milione di dollari all’anno, quando l’eventuale collasso di Kabul danneggerebbe soprattutto Mosca, Pechino, Nuova Delhi e Teheran.

E’ lo “Smart Power”, la dottrina strategica attraverso la quale il presidente democratico appena riconfermato alla Casa Bianca intende prorogare il lungo momento dell’egemonia globale Usa. Non è cosa per la quale Obama possa essere rimproverato: il suo compito, dopotutto, è quello di tutelare gli interessi del proprio paese. Tuttavia, si tratta di una scomoda realtà di cui occorre essere consapevoli, per potersi regolare di conseguenza di fronte alle personalità che nella seconda amministrazione Obama rimpiazzeranno il segretario di Stato Hillary Clinton, il segretario alla Difesa Leon Panetta e lo stesso ormai ex direttore della Cia David Petraeus.

Si dovranno tenere presenti soprattutto i presumibili obiettivi che l’amministrazione continuerà a perseguire in Europa: prevenire il consolidarsi, attraverso la Germania, di un asse geopolitico euro-russo ed evitare che la nostra moneta unica diventi un’alternativa credibile al dollaro come valuta di riferimento dei mercati finanziari e commerciali internazionali. In questa prospettiva, è davvero incomprensibile l’entusiasmo acritico manifestato in questi giorni dalle nostre parti per l’avvenuta rielezione di Obama. Con Romney, probabilmente, avremmo respirato un pochino di più.