Atlantide
06.11.2012 - 11:00
Analisi
 
Usa: alla vigilia delle presidenziali, una riflessione sulla “dottrina Obama”
Roma, 6 nov 2012 11:00 - (Agenzia Nova) - Seppure molto studiate in patria ed all’estero, restano ancora incomprensibili a molti osservatori le modalità di funzionamento della cosiddetta “dottrina Obama”, ed in particolare dell’elemento che ne è al centro: il ricorso al cosiddetto Smart Power. Essenzialmente, lo Smart Power, espressione che potrebbe esser tradotta in italiano come “potere scaltro”, è un metodo d’azione indiretto, con il quale l’attuale amministrazione Usa sta cercando di perseguire i propri obiettivi strategici di medio e lungo termine evitando gli impegni militari di maggiori dimensioni, che implicano spese importanti e generano ostilità e diffidenza all’estero.
C’è questa concezione dietro la decisione obamiana di operare ritiri selettivi da alcuni teatri ritenuti ormai di minore importanza, come quello euro-mediterraneo, al fine di poter concentrare risorse e sforzi negli oceani Pacifico ed Indiano e, soprattutto, generare vuoti strategici in grado di attirare i potenziali rivali e competitori degli Stati Uniti, così da logorarne le energie e precludere loro la possibilità di contrastare Washington sul terreno dove veramente può essere contestata la sua supremazia globale. Un caso evidentissimo è quello dell’Afghanistan, teatro dal quale la Casa Bianca si sta ritirando forse con la speranza di attirarvi russi, cinesi, iraniani, indiani e pachistani, che sarebbero costretti a farsi carico dei costi della stabilizzazione di quel paese a discapito del finanziamento di altre iniziative o programmi ostili agli interessi degli Stati Uniti. Questa filosofia è erroneamente scambiata per una manifestazione di declino. E’ invece soprattutto uno stratagemma che permette agli Usa di recuperare il proprio prestigio morale senza compromettere in nulla le basi della propria potenza. Dove serve, infatti, Barack Obama è rimasto straordinariamente aggressivo, come dimostra ad esempio la grande campagna condotta con i droni sulle zone tribali pachistane e lo stesso raid di Abbottabad in cui è stato ucciso Osama Bin Laden.

Nelle efficaci parole del giornalista statunitense David Sanger, si tratta di “affrontare e nascondersi”, colpendo gli interessi dei propri avversari e competitori senza che questi possano accorgersi da chi venga l’attacco. E’ per questo motivo che l’apparente disimpegno degli Stati Uniti dal teatro euro-mediterraneo ed africano non riflette in alcun modo un’abdicazione. Al contrario, almeno in questa fase, proprio rinunciando ai più ruvidi esercizi di leadership del passato Washington sembra aver trovato un modo efficacissimo di ottenere ciò che si prefigge. Lo si è visto in Libia, in occasione di un conflitto nel quale è oggi più che mai evidente come il principale obiettivo dell’amministrazione Obama fosse quello di rinfocolare le antiche rivalità esistenti tra le maggiori potenze europee, indebolendo la Germania e destabilizzando nel processo anche il governo Berlusconi, ritenuto ormai non più affidabile in ragione delle proprie aperture politiche al Cremlino. Alla defenestrazione di Gheddafi, infatti, non ha fatto seguito alcun particolare incremento della presenza statunitense sul suolo libico. Della dottrina Obama fa parte anche l’apertura all’Islam politico, di cui sono stati aspetti salienti lo sdoganamento della Fratellanza Musulmana ed il supporto garantito alla “primavera araba”. Proprio su queste basi è possibile affermare che l’attuale amministrazione statunitense ha scommesso sull’instabilità, generando tensioni ed insicurezza nelle regioni immediatamente adiacenti al nostro continente. Proprio per questo motivo, in quanto europei ed italiani dovremmo auspicare un successo di Mitt Romney, che verosimilmente porterebbe al ripristino delle politiche estere praticate dagli Stati Uniti fino al 2010. La restaurazione della leadership Usa, infatti, almeno nella concezione che dimostra di averne lo sfidante repubblicano, implicherebbe necessariamente il rilancio della relazione euro-americana. I governi europei verrebbero probabilmente spesso posti di fronte a scelte forti, che gli Stati Uniti solleciterebbe come all’epoca di George W. Bush, ma la trasparenza nei rapporti reciproci dovrebbe essere incomparabilmente più alta.
 
Mali: i rischi per l’Italia di una eventuale operazione militare
Roma, 6 nov 2012 11:00 - (Agenzia Nova) - Le caratteristiche tipiche della “dottrina Obama” e dello Smart Power che ne è al cuore, sembrano sul punto di affiorare in relazione alla grave crisi in atto nel Mali, paese le cui regioni settentrionali sono sfuggite al controllo della capitale per precipitare nelle mani di una galassia di movimenti jihadisti. Sta consolidandosi, in effetti, un vasto consenso internazionale circa l’opportunità di promuovere un intervento militare multinazionale che permetta al governo legittimo di Bamako di recuperare il pieno controllo della situazione. L’iniziativa sarebbe africana, nel senso che il grosso delle truppe a terra, circa 3.300 uomini secondo le previsioni, e soprattutto tutte quelle combattenti, sarebbero fornite dall’Ecowas, un’organizzazione regionale che raggruppa i paesi più o meno gravitanti sul Golfo di Guinea. Mentre alcune potenze europee e gli Stati Uniti metterebbero a disposizione le loro risorse logistiche, addestrative e di monitoraggio del teatro. Già adesso, ad esempio, il Mali è attentamente scrutato da aerei senza pilota americani Global Hawk di grandi capacità, presumibilmente assistiti anche da satelliti orbitanti nello spazio.
Questo approccio rifletterebbe un elemento costitutivo dello Smart Power secondo la concezione di Barack Obama, il cosiddetto “leading from behind” al quale si oppone rigidamente il candidato repubblicano per la Casa Bianca, Mitt Romney, sostenendo che ha offuscato l’immagine internazionale degli Stati Uniti e soprattutto la sua leadership sul mondo libero. La “guida dal sedile posteriore”, in effetti, è funzionale al disegno di ridurre le resistenze sempre più forti che hanno finora incontrato gli esercizi di potenza statunitensi, specialmente quelli successivi agli attacchi dell’11 settembre 2001. E probabilmente tende a stabilire anche un sistema nel quale Washington subappalterebbe a tutta una serie di suoi alleati – come Francia e Turchia – il controllo di quelle regioni che gli Usa non considerano più veramente vitali dal punto di vista dei loro interessi nazionali. In Mali, tuttavia, vi è forse dell’altro. All’impiego della forza contro i Tuareg e i jihadisti che li hanno infiltrati si oppone infatti l’Algeria, anche se Algeri ha recentemente ammorbidito la propria posizione al riguardo. Gli algerini temono che un eventuale attacco internazionale contro al Qaeda in Maghreb ed i gruppi associati possa generare, se operato incautamente, seri effetti collaterali anche sul loro territorio. La stampa locale sta pubblicando da giorni articoli nei quali emerge evidente la preoccupazione che dietro l’attacco al Mali si celi in realtà l’intento Usa e forse anche francese di destabilizzare l’Algeria. Se fosse così, saremmo veramente in presenza di un tipico esercizio di Smart Power e di un’applicazione sofisticatissima delle strategie indirette di cui gli anglosassoni sono notoriamente maestri.
L’Algeria è un paese rimasto finora immune rispetto alle ondate di proteste e rivolte che conosciamo come “primavera araba”, e che si è opposto con energia all’attacco internazionale contro la Libia del colonnello Muammar Gheddafi. Ciò non basta certamente a farne il bersaglio di un’azione complessa di destabilizzazione. E’ invece un movente assai più interessante il rapporto storicamente intrattenuto da Algeri con la Russia, che di recente ha acquisito anche una rilevante dimensione legata al controllo del mercato del gas e delle forniture di metano all’Europa, attraverso l’alleanza tra Gazprom e Sonatrach. In questo contesto, la teoria cospiratoria acquista maggiore spessore e diventa difficile ignorarne le implicazioni per la sicurezza energetica italiana ed europea. La diplomazia statunitense sta indubbiamente accelerando, malgrado la delicatissima congiuntura elettorale. Che Hillary Clinton si stia muovendo sullo scacchiere mediterraneo in modo così aggressivo alla vigilia di un’elezione presidenziale che gli analisti prevedono molto “tirata” la dice lunga sia sulla fiducia che l’attuale amministrazione Usa nutre in se stessa che sulla rilevanza degli interessi perseguiti.
Se iniziano a chiarirsi gli obiettivi veri o presunti di Washington, è invece ancora ai primi passi il processo d’individuazione degli interessi del nostro paese nella crisi in atto. Malgrado il ruolo che vi gioca Romano Prodi, il Mali non pare infatti interessare Roma. A lume di naso, un’operazione militare a forte connotazione anti-algerina come quella che si profila all’orizzonte non dovrebbe convenire all’Italia. Proprio per questo sarebbe probabilmente opportuno che Roma si allineasse alla Germania, il cui ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, si è recato a Bamako il 2 novembre scorso per verificare la situazione e quindi ritrattare le recenti aperture interventiste del cancelliere Angela Merkel. Il precedente libico, tuttavia, non è incoraggiante e l’attuale governo italiano non sembra particolarmente desideroso di ostacolare progetti regionali oggettivamente destinati a mettere in difficoltà il nostro paese. L’impressione, in effetti, è che la Farnesina per il momento nicchi e si tenga sulle sue, forse nella speranza che il nostro paese non sia chiamato ad esprimere una sua posizione.