Atlantide
29.10.2012 - 15:37
Analisi
 
Afghanistan: l’Italia perde un altro militare
Roma, 29 ott 2012 15:37 - (Agenzia Nova) - Per quanto i militari italiani stiano cedendo ai colleghi afgani ampie porzioni di territorio già sottoposte alla loro responsabilità nel contesto della missione della Nato Isaf, la partecipazione del nostro paese alla stabilizzazione dell’Afghanistan continua ad essere fonte di perdite. Il 25 ottobre è toccato al caporale Tiziano Chierotti,della Task Force South East, colpito allo stomaco nel corso di un agguato teso ad una pattuglia mista italo-afgana nel villaggio di Siav, situato non lontano dalla base avanzata di Lavaredo, nel mezzo del difficile distretto di Bakwa della provincia occidentale di Farah. Il caporale è morto poche ore più tardi in un grande ospedale militare alleato allestito nell’attigua Helmand.

Al di là delle inevitabili, consuete, recriminazioni di circostanza, l’evento va considerato come un’occasione preziosa per promuovere una riflessione ulteriore sull’andamento del conflitto, che fatica sempre di più a conquistare l’attenzione dei media nei periodi in cui non si verificano eventi luttuosi. Va ribadito che le cose in Afghanistan non stanno affatto andando bene, per quanto ci si affanni a far credere il contrario. E non dovrebbe essere più un mistero che la cosiddetta “transition strategy” adottata dalla Nato su impulso statunitense nasconda un vero e proprio ritiro, al quale in tempi più o meno lunghi – il 2017 al massimo – seguirà l’abbandono completo di Kabul alla sua sorte. Gradualmente, ma nel quadro di una rigida pianificazione, che non prevede verifiche né ripensamenti, non solo quelle italiane, ma tutte le forze alleate stanno infatti allontanandosi da zone sempre più ampie dell’Afghanistan.

Per rassicurare l’opinione pubblica internazionale e, forse, tacitare le coscienze, si dice che ogni trasferimento agli afgani sia preceduto da una valutazione delle condizioni effettive di sicurezza sul terreno, ma non è vero. Anche noi italiani, dopo aver lasciato la città di Herat, davvero tra le zone più tranquille di tutto l’Afghanistan, adesso stiamo restituendo alle cure dei poliziotti e dei soldati di Kabul aree che non possono ritenersi affatto pacificate, tanto nella provincia di Farah quanto in quella di Baghdis, come provano il fatto che nei mesi scorsi il nostro Comando vi abbia condotto complesse operazioni militari, come la Shrimps Net, e soprattutto la circostanza che si sia deciso in qualche caso di distruggere i nostri avamposti, nel timore che potessero a breve servirsene i talebani.

E’ vero che il numero dei caduti occidentali è in sensibile calo dal 2010. Ed il trend discendente appare in ulteriore rafforzamento quest’anno. Ma questo dato positivo si deve soprattutto al fatto che i nostri soldati sul terreno sono di meno – solo gli statunitensi hanno rimpatriato quest’anno quasi 30 mila uomini, tornando ai 64-68 mila ante-insurrezione, ed anche Roma ne ha rimpatriati qualche centinaio dei suoi. Quelli che ci sono ancora, inoltre, escono dalle loro basi sempre più raramente. Lo scorso 25 ottobre, ad esempio, i soldati italiani erano in pattugliamento nel villaggio di Siav solo perché la loro rassicurante presenza era stata esplicitamente richiesta dai colleghi afgani.

La pressione talebana è rimasta in effetti elevata, come attestano le statistiche pubblicate dalla stessa Isaf, che parlano di una media di quattromila attacchi mensili realizzati dagli insorti, cioè oltre cento al giorno. In massima parte, sono rivolti contro le forze di sicurezza governative ed i funzionari che lavorano per il presidente Hamid Karzai, ma non mancano le azioni contro i militari occidentali, specialmente quelle perpetrate dai guerriglieri che i talebani sono riusciti ad infiltrare nell’esercito e nella polizia nazionale afgane. Continuano, inoltre, a registrarsi di tanto in tanto episodi eclatanti. Di questi ultimi, è un esempio l’assalto senza precedenti condotto da un commando di insorti lo scorso 14 settembre contro la munitissima base di Camp Bastion, dove alloggiano 28 mila soldati occidentali (tra i quali il principe Harry), durante il quale sono stati distrutti ben sei velivoli Harrier americani – praticamente la linea di volo della nostra portaerei Garibaldi – ed ucciso il colonnello dei Marine che era preposto al loro comando.

In queste condizioni, non è realistico pensare che alla fine della cosiddetta “transizione” l’Afghanistan risulti stabilizzato, e tanto meno sottoposto ad un governo centrale democraticamente legittimato e riconosciuto. I nuovi equilibri politici saranno invece dettati, com’è sempre stato nella storia afgana, dai rapporti di forza. I talebani pretenderanno di riconquistare il potere e spetterà ai loro vertici decidere come: se, cioè, con metodi militari, come pare probabile, o piuttosto nel contesto di un accordo con alcune delle forze che hanno finora sostenuto il presidente Karzai. L’ufficio politico creato dal Mullah Omar nelle scorse settimane potrebbe in effetti anche preludere alla ricerca di una più vasta intesa, che eviti ai talebani l’onere di spingere alle estreme conseguenze una nuova stagione di guerra civile, per quanto sembri al momento poco verosimile che tagiki, uzbeki ed hazara accettino la prospettiva di una loro nuova soggezione ai nemici di sempre.

Proprio in considerazione della situazione venutasi a creare sul campo e dell’evidente volontà di Washington di uscire rapidamente dal teatro, ormai non più strategico per gli Stati Uniti dopo l’uccisione di Osama Bin Laden e lo scoppio della “primavera araba”, diversi paesi occidentali hanno deciso di accelerare il loro ritiro. Vi stanno procedendo rapidamente i francesi. Ci stanno pensando gli inglesi, i tedeschi, gli spagnoli e molti altri. Noi no, forse perché con la nostra presenza militare in Afghanistan il governo ritiene di rafforzare la candidatura di un politico italiano alla carica di Segretario generale della Nato, che Anders Fogh Rasmussen libererà nell’agosto 2014. Roma sostiene apertamente Franco Frattini, ma delle ambizioni le cova anche il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, che non a caso pochi giorni or sono ha spiegato al parlamento come il prossimo anno l’Italia ridurrà le proprie forze in Afghanistan solo del 25-30 per cento.

Si è nel frattempo appreso, grazie alla stampa tedesca (la nostra è totalmente silente sulla questione), che al termine del suo mandato, a fine 2014, l’Isaf sarà sostituita da una missione di assistenza all’addestramento delle truppe afgane, l’Itam, che non avrà alcun compito di combattimento e sarà prevedibilmente assai leggera. Ed è possibile che qualcosa resti anche delle unità Usa attualmente impegnate nell’operazione Enduring Freedom. Complessivamente, tuttavia, dovrebbe trattarsi di poca cosa: essenzialmente, un presidio in funzione di deterrente, destinato a premere soprattutto sulle zone tribali pachistane al di là della Linea Durand, che da qualche anno sono bersaglio di una sanguinosa campagna condotta dagli Stati Uniti quasi esclusivamente con l’impiego di droni.

Nessuno dovrebbe però illudersi. A Kabul molti hanno già fiutato l’aria, traendo le conseguenze del caso: i più abbienti trasferendo le proprie ricchezze a Dubai, in vista di un esilio dorato. Altri, i più sfortunati, alimentando un esodo di disperati che giunge fino alle nostre coste adriatiche. L’Afghanistan non è più al centro delle preoccupazioni della Casa Bianca. Come già accaduto altre volte, e specialmente dopo il 1989, sarà invece sostanzialmente lasciato a se stesso, magari con la segreta speranza di trasformarlo a medio termine in uno spinoso problema di sicurezza per cinesi, indiani, iraniani e russi. (g.d.)
 
Difesa: allo studio nuove ipotesi di intervento militare italiano in Siria e Mali
Roma, 29 ott 2012 15:37 - (Agenzia Nova) - La riduzione del nostro contingente in Afghanistan, per quanto limitata al 25-30 per cento del contingente, come detto dal ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, potrebbe non implicare alcuna vera semplificazione del quadro degli impegni internazionali delle nostre Forze armate. Il sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, nell’auspicare lo scorso 25 settembre a titolo personale un rimpatrio più rapido delle truppe italiane da Herat, aveva dichiarato esplicitamente di ritenerlo un passo necessario per liberare risorse da utilizzare altrove. Non è dato sapere se il sottosegretario pensasse già allora alla Siria o al Mali, ma è possibile. In questi giorni, comunque, hanno preso a circolare con una certa insistenza inquietanti ipotesi che prevedono un intervento armato multinazionale su entrambi i teatri. Non è detto che siano necessariamente destinate a concretizzarsi, ma ne va assolutamente tenuto conto, in ragione delle conseguenze che possono provocare.

Ad una missione militare in Siria, che è caldeggiata da autorevoli testate come il settimanale britannico “Economist”, starebbe lavorando l’inviato speciale dell'Onu e della Lega araba, l’algerino Lakhdar Brahimi, che è in contatto con tutte le capitali del Medio Oriente e dei paesi coinvolti politicamente nel conflitto, come Iran, Russia e Turchia. Com’è noto, Brahimi ha ottenuto l’assenso delle parti alla proclamazione di una tregua in occasione della festività con la quale i musulmani ricordano il sacrificio di Isacco narrato dalla Bibbia: nelle sue speranze, un primo passo preliminare all’apertura di un negoziato, che sarebbe ora reso possibile dalla constatazione che nessun belligerante avrebbe la forza per schiacciare l’avversario. Secondo l’inviato del Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, per consolidare il cessate-il-fuoco (che ha mostrato però crepe rilevanti) e farlo durare quanto basta all’innesco di una trattativa guidata da statunitensi e russi, sarebbe a questo punto opportuno il rapido invio in Siria di una forza multinazionale di peacekeeping da tremila uomini, che potrebbe anche essere generata trasferendo dal Libano l’Unifil II, attualmente sotto comando italiano.

E’ auspicabile che non se ne faccia niente. Qualora attuati, infatti, i propositi di Brahimi rischierebbero di provocare una catastrofe, per almeno due ragioni. Innanzitutto, perché i tremila uomini di cui si parla non basterebbero a separare i contendenti, che non si affrontano lungo un fronte continuo, ma sono distribuiti a pelle di leopardo persino nelle maggiori città come Damasco ed Aleppo. In secondo luogo, perché i caschi blu diventerebbero di sicuro in tempi brevi il bersaglio delle parti escluse dai negoziati, e specialmente dei numerosi jihadisti legati ad al Qaeda attivi nel contesto dell’insurrezione contro il regime del presidente Bashar al Assad. Per far fallire le trattative, ed anche a scopi propagandistici, è infatti molto probabile che questi gruppi cercherebbero di colpire i militari stranieri in ogni modo, e soprattutto con attentati simili a quello condotto contro la base Maestrale a Nassyriah in Iraq il 12 novembre 2003. Meglio quindi lasciar perdere, almeno per ora.

C’è poi il Mali, dove secondo alcuni osservatori sarebbe crescente la tentazione di promuovere un intervento militare multinazionale, che avrebbe l’obiettivo di ripristinare l’autorità del governo di Bamako sull’intero territorio nazionale. Il progetto allo studio prevedrebbe essenzialmente il ricorso ad unità fornite da paesi africani della Comunità economica degli stato dell’Africa occidentale (Ecowas), come la Nigeria, che però si gioverebbero di un supporto hi-tech Usa ed europeo, che potrebbe anche estendersi all’inquadramento ed alla fornitura di forze speciali.

I francesi vi prenderebbero parte – anche se Parigi ha negato il fondamento delle recenti indiscrezioni concernenti i movimenti delle proprie truppe nello scacchiere – ma avrebbero fatto conoscere la loro disponibilità anche altri paesi, inclusa la Germania (con una dichiarazione della cancelliera Angela Merkel, che ha già determinato vivaci reazioni nel parlamento tedesco). Dal canto suo, Washington monitora gli sviluppi della situazione dal cielo, con i propri satelliti ed altri strumenti, mentre inizia a muoversi il segretario di Stato Hillary Clinton. Difficile che possa tirarsi indietro l’Italia, che è presente nella crisi con l’inviato speciale nominato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Romano Prodi. Questi, in effetti, ha già iniziato a sollecitare un maggior interesse di Roma per quanto sta accadendo nel Sahel.

Sull’intervento di cui si discute, tuttavia, gravano molti dubbi, concernenti tanto il probabile rigetto da parte della popolazione locale di unità militari provenienti dall’Africa Nera, quanto la prevedibile reazione jihadista all’ingresso di forze “bianche” nell’Azawad, per quanto con mansioni puramente logistiche o addestrative. Occorre quindi una certa prudenza. Anche in questo caso, infatti, i pericoli sarebbero notevoli. Esiste il rischio che l’ingresso di una missione multinazionale dia maggiore energia a salafiti e qaedisti, ampliandone l’agenda secondo i desiderata di Osama Bin Laden, che proprio nell’Africa occidentale ed in particolare in Nigeria intravedeva il fulcro futuro della sfida jihadista. E manca anche un’intesa sugli obiettivi di fondo. Sarebbe pertanto auspicabile il ricorso ad un metodo più morbido, che preveda ad esempio il sostegno indiretto ad un processo negoziale, magari opportunamente “lubrificato” da elargizioni economiche e vari altri incentivi.

Pare soprattutto raccomandabile il raggiungimento di un’intesa con i Tuareg, magari basata sul riconoscimento del loro diritto ad una più ampia autonomia, per poi potenziarne le forze e metterli così nelle condizioni di arginare da soli o quasi le infiltrazioni di Aqim, al Qaeda nel Maghreb. Questa è del resto anche la linea che sostiene Parigi.

Tuttavia, non pare che siano questi gli intendimenti del governo maliano, almeno stando a quanto affermano gli uomini blu del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla), che lamentano la tendenza dei soldati di Bamako ad aprire il fuoco contro i civili Tuareg ovunque se ne presenti la possibilità. E tale approccio non è condiviso neppure dall’Algeria, altro attore cruciale di questa vicenda, che rispetto al Movimento vorrebbe privilegiare il dialogo con una delle componenti del cartello islamista, l’Ansar Dine, giudicata meno intransigente di Aqim. Nell’incertezza, meglio quindi attendere. (g.d.)