Atlantide
22.10.2012 - 15:40
Analisi
 
Usa: corsa per la Casa Bianca, Obama favorito ma Romney competitivo
Roma, 22 ott 2012 15:40 - (Agenzia Nova) - Malgrado il secondo duello televisivo del 16 ottobre scorso sia andato piuttosto maluccio per lo sfidante repubblicano, la candidatura di Mitt Romney alla Casa Bianca è molto più credibile di quanto inizialmente previsto. A livello nazionale, i sondaggi condotti più recentemente, ancorché non riflettano gli esiti dell’ultimo faccia a faccia di qualche giorno fa, attestano infatti una situazione prossima alla parità, con un leggero vantaggio a favore del presidente in carica, Barack Obama. Dal momento, però, che negli Stati Uniti non conta il fatto di prevalere nel computo dei voti popolari ma è invece decisiva la conquista del maggior numero di delegati eletti a scegliere il presidente, aggiudicati all’uno o all’altro dei contendenti, stato per stato, secondo la regola maggioritaria secca del “winner takes all” (chi vince prende tutto), è importante verificare che cosa stia succedendo nelle singole articolazioni territoriali della grande Federazione statunitense.

Ad un rapido sguardo, si scopre che la distribuzione geografica dei consensi è piuttosto nitida e tutto sommato anche abbastanza familiare, con i repubblicani forti nel sud e nel mid-west, base delle vittorie di George W. Bush, ed i democratici invece prevalenti nel New England e nell’ovest, da sempre tendenzialmente più "liberal" e cosmopoliti.

Al momento, stando ai sondaggi, Obama sarebbe sicuro di acquisire almeno 154 “grandi elettori”, espressi dagli stati dove il presidente in carica si trova saldamente in vantaggio. A questi andrebbero aggiunti i 30 che dovrebbero venire da quelli dove esiste una significativa superiorità di preferenze per i democratici, ed infine i 17 provenienti dagli stati nei quali si riscontra comunque una tendenza pro-Obama. In totale, l’attuale inquilino della Casa Bianca potrebbe quindi avere già in tasca 201 grandi elettori (che per la Cnn sarebbero addirittura 237).

Dal canto suo, Mitt Romney sarebbe certissimo di 76 grandi elettori ed avrebbe un solido vantaggio in un altro novero di stati che gliene garantirebbero ulteriori 83. Penderebbero altresì verso il candidato repubblicano tre stati, dotati complessivamente di altri 32 grandi elettori. Al momento, pertanto, Romney disporrebbe sulla carta di 191 seggi nel collegio elettorale che materialmente designerà il nuovo presidente (dato, questo, condiviso anche dalla Cnn).

L’elezione del prossimo 6 novembre si deciderà nei cosiddetti stati in bilico, o “toss-up”, nei quali non a caso i due candidati stanno concentrando i loro sforzi maggiori. Il più grande fra questi è la Florida, che esprime 29 grandi elettori e sarà probabilmente cruciale, come già accaduto più volte in passato. Dovrebbe esser perciò confermata la regola secondo la quale è difficile entrare alla Casa Bianca senza averla nel proprio bottino. Le ultime rilevazioni la danno leggermente propensa per lo sfidante repubblicano, ma non risulta al momento possibile attribuirla con una qualche sicurezza a Romney.

Sono inoltre incerti altri dieci stati, per un totale di ulteriori 117 grandi elettori. Molti sono collocati a ridosso dei Grandi laghi settentrionali, che votano tradizionalmente democratico. Il numero magico cui occorre arrivare è 270: dei 146 davvero ancora in palio, per raggiungerlo il presidente in carica dovrebbe assicurarsene 69, mentre a Romney ne servirebbero 78 (secondo le stime della Cnn, però, i grandi elettori degli stati "toss-up" sarebbero solo 110, e ad Obama ne basterebbero solo 33, mentre per Romney ce ne vorrebbero 79).

E’ quindi una situazione molto difficile, quella del candidato repubblicano, molto simile a quella in cui si trovò quattro anni fa il suo predecessore nel ruolo, John McCain: Florida a parte, che è alla sua portata, Romney dovrebbe infatti sfondare nella cintura degli stati di antica industrializzazione, raramente caldi nei confronti del Grand old party, cosa di gran lunga più complessa.

Alla vigilia del terzo confronto televisivo, che si suppone prevalentemente dedicato alla politica estera, e quindi focalizzato su questioni che di rado hanno deciso un’elezione presidenziale, il margine di Obama sembra pertanto abbastanza confortevole. E’ difficile che il confronto sulla visione del ruolo dell’America nel mondo alteri a questo punto le dinamiche fondamentali, atteso che il grosso degli elettori opera le proprie scelte soprattutto sui temi caldi della politica interna ed economica ed quelli di alcuni stati "toss-up" hanno già inviato da tempo per posta le proprie schede elettorali compilate.

Ovviamente, non è ancora detta l’ultima parola: un confronto c’è – anche piuttosto aspro – e questo di per sé è un dato interessante, considerata la debolezza e le divisioni interne con le quali i Repubblicani si sono presentati quest’anno alla contesa per la presidenza. (g.d.)
 
Siria: la guerra civile continua ad internazionalizzarsi
Roma, 22 ott 2012 15:40 - (Agenzia Nova) - Prosegue la guerra d’attrito in Siria, dove l’impressione che va facendosi strada è quella di un’insurrezione attualmente incapace di assestare un colpo decisivo al regime di Damasco. La consistenza delle milizie antiregime sarebbe stata ampiamente sopravvalutata, secondo quanto affermano alcuni quotati analisti, e non sarebbe superiore ai 30 mila uomini, contro i 70 mila stimati un tempo. Fatto ancora più importante, ben tremila tra loro sarebbero classificabili come jihadisti riconducibili in qualche modo, almeno ideologicamente, al ceppo di al Qaeda, cosa che rende difficile specialmente agli Stati Uniti di rifornire l’insurrezione di tutti i sistemi d’arma di cui necessiterebbe.

A sua volta, neppure il fronte lealista sembra in grado di schiacciare il composito fronte che lo sta attaccando, malgrado nel conflitto sia sempre più evidente l’apporto dato alla causa del clan del presidente Bashar al Assad dagli alleati di sempre, regionali e non. Alcuni sviluppi recenti meritano comunque di essere segnalati. Si è avuta ad esempio la conferma, la scorsa settimana, del salto di qualità fatto registrare dal coinvolgimento dell’Hezbollah libanese nella lotta agli insorti che hanno sfidato Damasco. Il Partito di Dio, infatti, non si limiterebbe più ad addestrare e sostenere dalle retrovie i lealisti, ma avrebbe iniziato ad utilizzare la propria artiglieria pesante basata nella valle della Bekaa contro le truppe del cosiddetto Esercito libero siriano.

Secondo l’intelligence israeliana, inoltre, Hezbollah avrebbe iniziato a sguarnire il fronte meridionale del Litani, spostando molti dei suoi asset militari – cannoni e razzi in particolare – dalle aree prospicienti Israele alle zone orientali del Libano attigue alla frontiera siriana. Tale sviluppo è ovviamente molto gradito a Gerusalemme, dal momento che allontana dal territorio dello stato ebraico la minaccia diretta rappresentata del movimento sciita proprio all’indomani del test da questi condotto con un drone di produzione iraniana sui cieli israeliani, oggettivamente riducendo la probabilità di un attacco preventivo a breve termine ispirato da Teheran. In questo contesto, potrebbe essere riconducibile anche ad un tentativo di coprire le retrovie di Hezbollah il recente attentato dinamitardo di Beirut nel quale ha perso la vita un autorevole esponente dei servizi di sicurezza libanesi notoriamente ostile al regime di Damasco. A fianco degli Assad si inoltre sarebbero mobilitati anche i sadristi iracheni, che starebbero entrando in forze in Siria per sostenere l’alleato in pericolo.

Nel frattempo, per loro stessa ammissione, le autorità russe hanno iniziato a rischierare nella propria regione militare meridionale che fronteggia la Turchia gli avanzatissimi sistemi missilistici antiaerei di nuova generazione S-400, che sono ritenuti fra i migliori della categoria esistenti al mondo. E’ difficile non vedere in questo passo il tentativo di esercitare pressioni su Ankara, alle spalle se vogliamo, per indurre l’establishment turco, incline nelle ultime settimane ad una certa retorica bellicista, a moderare la propria politica.

Il complesso di questi avvenimenti, ed in particolare la mossa di Mosca, evidenzia fino a che punto il conflitto in atto in Siria si sia internazionalizzato. La circostanza potrebbe peraltro non essere del tutto negativa, perché drammatizzando la prospettiva di una conflagrazione più ampia, di fatto incoraggia le maggiori parti in causa a considerare l’ipotesi di avviare un negoziato. Il precedente al quale occorre guardare è quello di Dayton, quando statunitensi e russi prepararono l’accordo in base al quale l’allora presidente jugoslavo Slobodan Milosevic legò le mani di Radovan Karadzic in cambio del riconoscimento di un’ampia autonomia alla Republika Srpska di Bosnia.

Le trattative potrebbero cominciare subito dopo l’eventuale conferma di Barack Obama alla Casa Bianca, come ha lasciato intendere in una sua recente intervista anche Egenem Bagis, ministro turco per gli Affari europei, in visita la scorsa settimana in Italia per promuovere la causa dell’accesso di Ankara all’Ue. Sul tappeto c’è un vasto insieme di possibilità, che vanno dalla cantonalizzazione della Siria ad una soluzione yemenita, che contemplerebbe la sopravvivenza dell’attuale regime senza la famiglia Assad, magari sostituita alla testa del potere da una persona in grado di rassicurare efficacemente tutte le parti in causa. Un esito di questo genere godrebbe probabilmente anche dell’appoggio della Turchia, che si trova evidentemente nella necessità di dare uno sbocco alla crisi che le consenta di evitare uno scacco.

La prospettiva di un accordo è certamente difficile da concretizzare, ma forse non del tutto irrealistica. Che qualcosa bolla in pentola lo proverebbe del resto anche l’atteggiamento assunto dalla diplomazia italiana che, pur essendo da diversi mesi schierata sulle posizioni di Washington, sembra da qualche tempo riconoscere la legittimità degli interessi russi in Siria. Un sostegno ad esplorare passi nella direzione di un negoziato e di un’intesa sta venendo in qualche modo anche dalla Santa Sede che, preoccupata per il destino della cospicua comunità cristiana siriana, sta inviando a Damasco una delegazione cardinalizia latrice di aiuti e di un invito al dialogo. Un interesse condiviso ad evitare un successo completo dell’insurrezione starebbe così emergendo, anche in seguito alla constatazione da parte occidentale del rischio concreto di favorire una vittoria dei movimenti jihadisti che si stanno consolidando all’interno dello schieramento ostile a Damasco.

L’eventuale accordo dovrebbe essere garantito sul terreno da una forza d’interposizione e peacekeeping, magari creata a partire da un’espansione degli organici e delle competenze territoriali dell’attuale Unifil di stanza in Libano, che il mediatore Onu, Lakdhar Brahimi, vorrebbe inviare già adesso in Siria, seppure allo scopo di congelare il conflitto e guadagnare tempo per trattare, quindi nel contesto della preparazione di una trattativa e non a seguito della sua conclusione. Cosa che però porrebbe notevoli problemi tecnici, giacché non esistono fronti nitidi nella Siria attuale ed i rischi sarebbero comunque elevati. E’ probabile che sia anche in vista di un’operazione del genere che il governo italiano ha considerato finora essenziale contribuire con un significativo numero di uomini e donne alla missione dei caschi blu nel Paese dei cedri.

Dietro la riluttanza occidentale a sposare la linea turca di un incondizionato sostegno ai ribelli potrebbero tuttavia celarsi anche calcoli più sottili. Seppure a Washington si stia scommettendo molto sulla crescita geopolitica della Turchia, nella quale alcuni vedono un eccellente “proxy” regionale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale, preoccupano in effetti le sempre maggiori ambizioni di Ankara, che aspira a svolgere un ruolo di elevato profilo sulla scena globale.

E’ anche per questo motivo che pare ormai difficile per i turchi ottenere l’integrale soddisfacimento dei propri desideri. Per arginare il protagonismo della nuova Turchia, sta tra l’altro assumendo iniziative poco ortodosse persino la Francia, che è pure stata finora in prima linea nel sostegno alla “primavera araba” ed il cui presidente François Hollande appoggia a parole la causa dell’intervento umanitario. La scorsa settimana, infatti, Parigi ha ospitato in una sede del parlamento transalpino un’importante riunione, alla quale hanno preso parte delegati di movimenti appartenenti a tutte le articolazioni della nazione curda, cioè provenienti tanto da zone sotto sovranità siriana, quanto da quelle sotto il dominio iracheno, iraniano e soprattutto turco. In tale riunione si sono discusse le prospettive di un processo di unificazione e liberazione nazionale.

Forse il fronte anti-Assad è davvero molto ampio, ma non è affatto detto che tutti i paesi e le forze che vi si riconoscono siano disponibili ad agevolare una soluzione dalla quale Ankara traesse vantaggi eccessivi. Il quadro permane assai complesso. (g.d.)