Atlantide
15.10.2012 - 18:51
ANALISI
  
Mali: possibile un intervento militare internazionale
Roma, 15 ott 2012 18:51 - (Agenzia Nova) - Per quanto soltanto la stampa cattolica se ne stia seriamente occupando, gli sviluppi della crisi in atto in Mali hanno preso una piega che lascia immaginare la concreta possibilità di un prossimo intervento militare multinazionale nel paese africano. Il governo di Bamako lo invoca del resto a gran voce, aspirando a recuperare il pieno controllo del suo territorio nazionale, una parte del quale si trova invece ormai da tempo alla mercé di movimenti emanazione di al Qaeda.

Il Mali è al centro di un’area di grande rilevanza strategica potenziale, essendo incastonato tra Algeria, Mauritania, Niger, Burkina Faso, Costa d’Avorio e Guinea. La crisi che lo interessa è iniziata in seguito alla ribellione dei Tuareg, che hanno tentato di dar vita ad una propria autonoma formazione politica nel nord del paese, l’Azawad, successivamente infiltrata da due gruppi di ispirazione jihadista: l’Ansar Dine e la sezione locale del Gruppo salafita per la predicazione ed il combattimento, nel frattempo ribattezzatosi “al Qaeda nel Magreb Islamico”, o Aqmi. Quest’ultimo movimento risulta ormai attivo in ampia parte del Sahel.

Nell’urto con la componente “laica” dei Tuareg, l’Ansar Dine e l’Aqmi hanno avuto nettamente la meglio, con l’effetto di provocare nel Mali settentrionale l’avvio di un vero e proprio esperimento talebano in salsa africana, che ha già comportato notevoli limitazioni alla già circoscritta libertà dei costumi locali, nonché significative manifestazioni di intolleranza verso il rilevante patrimonio culturale del paese. In risposta alle sollecitazioni del governo di Bamako, nel frattempo caduto nelle mani dei militari, su proposta della Francia lo scorso weekend il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità una risoluzione che autorizza le organizzazioni regionali africane dotate di competenze in materia di sicurezza a preparare entro i prossimi 45 giorni uno schema d’intervento, che riuscirebbe gradito anche ai Tuareg secolari qualora prendesse di mira solo gli elementi jihadisti dell’Azawad.

Ad assumere l’iniziativa dovrebbero essere l’Ecowas – la Comunità economica dell’Africa occidentale - o la stessa Unione africana che, tuttavia, dopo la caduta di Gheddafi, dispone di molte meno risorse di un tempo. E’ comunque probabile che il contingente africano al quale si pensa – si parla di tremila uomini, francamente insufficienti in rapporto al mandato che verrebbe loro conferito - debba essere supportato da una o più potenze occidentali. Parigi è fortemente indiziata, anche in ragione del recente potenziamento del dispositivo militare francese operante nell’area. Si parla sempre più insistentemente anche di un possibile ruolo per l’Unione europea, che sta faticosamente cercando di riaffacciarsi sul Continente nero. In effetti, proprio il 15 ottobre le diplomazie dei paesi Ue hanno attivato la procedura che dispone l’urgente redazione di piani d’intervento armato in Mali, da discutere il prossimo 19 ottobre proprio a Bamako.

Nel caos del Sahel è in qualche modo coinvolta anche l’Italia. Soprattutto, ma non esclusivamente, per l’incarico che il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha appena attribuito a Romano Prodi, il cui arrivo per colloqui a Bamako è previsto per il 17 ottobre sera. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha già più volte espresso il compiacimento della Farnesina e del governo italiano per la nomina ottenuta da Prodi e non è da escludere che proprio su queste basi anche il nostro Paese possa decidere di partecipare alle eventuali operazioni che venissero deliberate nelle prossime settimane.

Ma esiste una ragione ancora più forte a spingere nella medesima direzione: ed è l’interesse della Chiesa per il Mali ed il Sahel più in generale, zona attraverso la quale passa la frontiera che divide l’Africa musulmana da quella cristiano-animista. Può darsi quindi che anche questa volta il ridimensionamento di un impegno militare nazionale – quello in Afghanistan - serva solo a renderne possibile un altro, proprio come aveva lasciato intendere il sottosegretario Staffan De Mistura, intervenendo ad un convegno nello scorso mese di settembre. (g.d.)
 
Siria: sostanziale stallo tra Damasco e Ankara
Roma, 15 ott 2012 18:51 - (Agenzia Nova) - Non è approdata a nessun nuovo fatto significativo la crisi scoppiata tra Ankara e Damasco in seguito al cannoneggiamento incrociato di villaggi e postazioni a cavallo della frontiera. I dati rilevanti sono due: il premier turco Recep Tayyip Erdogan non è per il momento riuscito a trascinare la Nato in guerra contro Bashar el Assad, pur avendo ottenuto la solidarietà politica degli alleati ed un innalzamento dello stato d’allerta a Bruxelles, ma non per questo la Turchia ha smesso di esercitare pressioni. Al contrario, al conflitto è stata aggiunta una nuova dimensione, in seguito al forzato atterraggio di un aereo di linea siriano proveniente dalla Russia, con un carico sospetto a bordo, e quello più recente di un secondo velivolo diretto ad Aleppo e proveniente dall’Armenia, paese notoriamente vicino a Mosca. Le autorità turche sostengono di aver trovato sul jet civile siriano armi, munizioni e pezzi di ricambio di produzione russa, ma la circostanza è stata smentita dalle controparti moscovite, che hanno invece contestato ai turchi l’opportunità di una scelta che avrebbe messo in pericolo la vita di numerose persone.

Sembra tuttavia che qualcosa di vero nelle affermazioni di Ankara ci sia, circostanza che ora rende obiettivamente più difficile per il Cremlino abbandonare alla sua sorte il raìs di Damasco, poiché cedere a questo punto implicherebbe ripercussioni rilevanti sul prestigio nazionale della rinascente potenza russa. Per ragioni analoghe, è divenuto più complicato anche convincere gli alleati europei della Nato della necessità di un intervento militare contro Assad. Nessuno ha infatti voglia in questa fase di sfidare apertamente Mosca. Così le forze armate turche si muovono da sole, tentando di stabilire una fascia smilitarizzata a ridosso del confine con le proprie esclusive capacità. Nelle intenzioni di Ankara, tale area potrebbe con il tempo anche trasformarsi in un vero e proprio rifugio nel quale gli insorti troverebbero riparo, rifornimenti e forniture militari. Molti fattori sono ormai in gioco ed uno tra i più importanti sembra proprio esser rappresentato dalle crescenti ambizioni turche e dalla grande fiducia nei propri mezzi ostentata dal governo di Ankara.

Il ministro degli Affari europei, Egemen Bagis, che il 18 ottobre sarà a Roma, si è spinto a dichiarare nei giorni scorsi che la Turchia può devastare la Siria in pochi giorni. Ma non sono pochi gli anonimi funzionari governativi di Ankara ad andare oltre, affermando in privato che, ottenuto il via libera dall’estero, probabilmente dagli Stati Uniti, i militari turchi potrebbero conquistare la capitale siriana addirittura nello spazio di una manciata di ore. Sembra francamente una pretesa eccessiva, e pericolosa, che oltretutto nulla dice relativamente a quello che accadrebbe presumibilmente dopo, una volta che Damasco fosse caduta nelle mani dei soldati di Ankara. Il precedente di Baghdad 2003 e quanto accade nello stesso Kurdistan turco dovrebbero invece valere da ammonimento. (g.d.)
 
Afghanistan: il governo italiano non accelera il ritiro
Roma, 15 ott 2012 18:51 - (Agenzia Nova) - Lo scorso 11 ottobre il governo italiano ha comunicato al parlamento il proprio intendimento di limitare il prossimo anno ad un 25-30 per cento degli effettivi la contrazione del dispositivo nazionale presente in Afghanistan, rimpatriando il residuo 70 per cento nel 2014, in attesa di conoscere il requisito sul quale sarà raggiunto l’accordo in ambito Nato per la missione che succederà all’Isaf, di natura esclusivamente addestrativa. A differenza di quanto aveva auspicato il sottosegretario Staffan De Mistura, l’Italia non seguirà quindi le scelte di alcuni suoi alleati, che hanno deciso invece di rimpatriare i propri contingenti più velocemente. I francesi sono praticamente già tutti tornati a casa, mentre lo scorso 14 ottobre i britannici hanno fatto sapere di essere in procinto di richiamare a casa migliaia dei loro novemila uomini attualmente schierati nell’Helmand. Ed a considerevoli riduzioni si preparerebbe anche il governo tedesco.

Si possono fare molte ipotesi sulle ragioni che hanno dettato gli orientamenti più rigidi di Roma, ma una appare particolarmente convincente. Anche se il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, è stato prorogato di un anno, fino all’agosto 2014, c’è sul tappeto una candidatura italiana a sostituirlo. E’ quella dell’ex ministro degli Esteri e commissario Ue, Franco Frattini, che sarebbe stata tuttavia fortemente indebolita dall’estensione del mandato ottenuta dal danese Rasmussen.

Da più parti si sostiene però che l’Italia, in questo momento fortemente sottorappresentata ai vertici dell’Alleanza, avrebbe comunque un candidato molto forte nell’attuale ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola. Il fervore che contraddistingue la volontà di rimanere in Afghanistan fino all’ultimo momento potrebbe servire proprio a rafforzarne le chance. (g.d.)