Atlantide
08.10.2012 - 17:11
ANALISI
 
Turchia-Siria: la crisi rivela la vulnerabilità del premier Erdogan
Roma, 8 ott 2012 17:11 - (Agenzia Nova) - L’evento che ha maggiormente attirato l’attenzione dei media in una settimana per molti versi memorabile sulla scena internazionale, è certamente la crisi, tuttora in corso, determinatasi in seguito al bombardamento da parte dell’esercito siriano di un villaggio frontaliero turco, sfociato nell’uccisione di cinque civili. Ne è infatti derivata un’ondata di attacchi di rappresaglia, con la quale le forze armate di Ankara stanno faticosamente cercando di ristabilire la credibilità della propria deterrenza, già appannata in seguito all’abbattimento mesi or sono di un Phantom da ricognizione che volava nei pressi del confine.

A parte i limitati successi tattici colti colpendo le postazioni siriane responsabili dell’offesa originaria, la Turchia è tuttavia uscita piuttosto male dalla vicenda, almeno per il momento. Il tentativo del premier turco Recep Tayyip Erdogan di sfruttare l’incidente per promuovere una rapida internazionalizzazione del conflitto civile siriano, magari coinvolgendo l’Alleanza atlantica una campagna lampo, ha dato infatti risultati decisamente insoddisfacenti. Dal Consiglio del Nord atlantico, convocato d’urgenza per consultazioni secondo le previsioni dell’articolo 4 del Trattato di Washington, non è stato possibile trarre molto di più di una solenne condanna della provocazione siriana. Non si è infatti ritenuto opportuno riconoscere nell’accaduto i presupposti per l’attivazione dell’articolo 5, quello che concerne il “casus foederis” della Nato e chiama in causa la risposta collettiva degli stati membri, del resto ignorato dagli stessi turchi, forse memori delle difficoltà già incontrate nel 2003, quando Ankara chiese agli alleati protezioni adeguate dalle possibili rappresaglie di Saddam Hussein alla vigilia dell’invasione dell’Iraq.

Non è tutto. Diversi paesi europei, in primo luogo la Germania, nell’associarsi al biasimo nei confronti di Damasco, hanno piuttosto raccomandato prudenza ai turchi, anticipando una linea poi fatta propria anche dalla baronessa Catherine Ashton a nome dell’intera Unione europea. Sono tuttavia gli Stati Uniti ad aver quasi certamente deciso per l’inazione, costringendo la Turchia alla moderazione della linea intransigente adottata a caldo. Tale reazione statunitense era peraltro prevedibile, considerando la predilezione dell’amministrazione in carica per il cosiddetto “leading from behind” (dirigere dietro le quinte) e tenendo conto dell’imminenza del voto presidenziale del 6 novembre, al quale un Barack Obama per la prima volta in relativa difficoltà dopo l’infelice duello televisivo con Mitt Romney non intende di sicuro presentarsi con un nuovo ed impopolare intervento militare in Medio Oriente sulle spalle.

Ad Ankara, così, dopo neanche ventiquattro ore dai primi roboanti proclami non è rimasto che scegliere tra un’onorevole ritirata tattica ed il rischioso avvio di una propria campagna militare unilaterale in Siria, magari limitata allo stabilimento di una “safe area” per i ribelli nelle zone a ridosso della frontiera, ma comunque suscettibile di determinare imprevedibili reazioni da parte di altre potenze interessate all’evolversi del conflitto, come l’Iran, la Russia e la Cina. Erdogan è riuscito a strappare a larga maggioranza da un parlamento riunito a porte chiuse l’autorizzazione ad utilizzare la forza contro Damasco per un anno, ma non ha potuto valersene nell’immediato, anche perché l’opinione pubblica del suo paese rimane fortemente ostile ad una guerra con il regime siriano, di cui percepisce chiaramente i pericoli. Per il premier turco, si è sicuramente trattato di un duro colpo, oltretutto giunto in un momento in cui Erdogan pare incontrare crescenti difficoltà anche all’interno del suo partito, l’Akp.

Questa mano di poker, incredibilmente, è così stata vinta da Bashar al Assad, anche se i suoi maggiori alleati han chiesto a Damasco di far piena luce sull’incidente, anche per evitare altri infortuni che potrebbero in futuro riservare ben altri esiti, aggregando rapidamente un fronte internazionale ostile al regime siriano. Che le cose siano andate così sembra dimostrarlo anche la prosecuzione degli attacchi, ormai giunti al quinto giorno consecutivo a dispetto di ogni raccomandazione ed invito a porvi fine. E’ come se Damasco avesse rilevato la vulnerabilità di uno dei suoi maggiori avversari e stesse adoprandosi per indebolirlo ulteriormente. Regge poco, invece, specialmente alla luce del carattere continuativo delle provocazioni siriane, la tesi che vorrebbe i bombardamenti in corso come l’esito di decisioni locali, se non addirittura come l’opera di infiltrati jihadisti o comunque ostili ad Assad.

Tuttavia, non tutto è ancora perduto per Ankara. Anche se le ambizioni nutrite dalla Turchia preoccupano notevolmente un certo numero di paesi vicini e lontani, l’ipotesi di un ricorso alla forza per chiudere la partita siriana non può essere ancora del tutto esclusa. Seppure non a brevissimo termine, qualcosa può ancora accadere. Molto dipenderà da cosa accadrà negli Stati Uniti il 6 novembre prossimo, quando gli elettori saranno chiamati a decidere chi dovrà occupare la Casa Bianca fino al gennaio 2017. (g.d.)
 
Usa: si riduce il vantaggio di Obama sul candidato repubblicano
Roma, 8 ott 2012 17:11 - (Agenzia Nova) - L’esito delle presidenziali Usa appare un po’ meno scontato dopo la grigia prestazione fornita da Barack Obama nel primo dei tre duelli televisivi che stanno scandendo il percorso di avvicinamento al voto. Il tema era l’economia e lo sfidante repubblicano Mitt Romney ha fatto brillantemente valere contro il presidente in carica il grave deterioramento fatto registrare durante il suo mandato da tutte le principali variabili macroeconomiche. Obama è parso stanco e sulla difensiva, sorpreso dagli eventi quasi quanto lo fu Silvio Berlusconi in occasione del primo faccia a faccia che l’aveva opposto a Romano Prodi nel 2006. Ovviamente, non basta certamente un match televisivo a sovvertire l’andamento di settimane di confronto a vasto raggio negli Stati Uniti. Ma in questi casi invertire il trend e generare quello che gli americani chiamano “momentum” è di fondamentale importanza, e Romney c’è riuscito.

Al momento, il repubblicano è ancora indietro, tanto nel voto popolare presunto quanto nel numero degli stati che verranno probabilmente conquistati dai due candidati, ciò che davvero conta per aggiudicarsi la Casa Bianca. Giova ricordare come la scelta tra Obama e Romney non sia priva di implicazioni per noi europei. La conferma del primo implicherebbe infatti quasi certamente un’accelerazione del distacco statunitense dal nostro continente ed un più marcato disimpegno dalla stessa Alleanza atlantica, oltre al consolidamento dell’apertura fatta nel Mediterraneo alla Fratellanza musulmana. Di contro, il successo dello sfidante repubblicano dovrebbe aprire le porte ad un nuovo tentativo di restaurare su basi più tradizionali la leadership Usa. Non è detto che l’Europa ne trarrebbe beneficio, ma nel contesto di un rinnovato duello tra l’Occidente ed il resto del mondo per il nostro Continente dovrebbe tornare ad esserci più spazio.

In novembre, dovrebbe essere altresì ufficialmente sancito il passaggio del testimone tra la quarta e la quinta generazione dei leader della Repubblica popolare cinese. Usciranno di scena Hu Jintao e Wen Jiabao, che faranno spazio a Xi Jimping e la sua squadra, ormai privi di ostacoli dopo la recentemente deliberata espulsione dal Partito comunista del neomaoista Bo Xilai. (g.d.)
 
Russia: si acuisce il contrasto tra Putin e Medvedev
Roma, 8 ott 2012 17:11 - (Agenzia Nova) - Prosegue senza sosta l’urto sotterraneo che in Russia contrappone il presidente Vladimir Putin al premier Dmitrij Medvedev. Gli elementi di tensione sono ormai sempre più evidenti. Da un lato, Medvedev ha criticato il pugno di ferro utilizzato dalla magistratura legata a Putin contro le “Pussy Riots”, le manifestanti che in realtà hanno profondamente offeso il sentimento religioso ortodosso. Dall’altro, il presidente ha preteso l’allontanamento dalla compagine di governo di alcuni ministri fedeli al premier, sfruttando come pretesto gli scarsi risultati da questi finora ottenuti nel dar corso alle premesse elettorali fatte da Putin durante la sua campagna presidenziale.

Mentre il presidente si adopera per ridurre i condizionamenti esterni sulla sua “democrazia sovrana” chiudendo le porte della Russia anche ad Ong apparentemente innocue, il capo del governo Medvedev sta inoltre tentando platealmente di gettare ponti verso Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, e secondo molti osservatori uno dei pilastri organici dello Smart Power obamiano. E’ difficile in queste condizioni che la coabitazione dei due leader della Federazione russa continui ancora a lungo. Prima o poi, il Putin che oltre al suo sessantesimo compleanno sta festeggiando il prossimo abbattimento di Mikheil Saakashvili a Tbilisi esigerà l’allontanamento dal potere del suo antico delfino. (g.d.)