Atlantide
01.10.2012 - 17:46
ANALISI
 
Usa: il presidente Obama all’Onu ribadisce gli orientamenti della propria amministrazione nei confronti dell’Iran
Roma, 1 ott 2012 17:46 - (Agenzia Nova) - Uno dei temi che hanno maggiormente polarizzato l’attenzione dei media, fra i tanti trattati all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è certamente quello dei burrascosi rapporti tra Israele, gli Stati Uniti e l’Iran. Per sua natura, l’appuntamento annuale al Palazzo di Vetro è un importante evento politico, offrendo un palcoscenico mondiale che le diplomazie nazionali sfruttano per spostare a proprio favore gli orientamenti dell’opinione pubblica interna ed internazionale. Dopo aver ascoltato gli interventi pronunciati dal presidente Usa Barack Obama, dal suo collega iraniano Mahmoud Ahmadinejad e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quadro che pare delinearsi è il seguente.

Gli Stati Uniti dell’attuale amministrazione non sono ancora disponibili ad assecondare la richiesta israeliana di imporre a Teheran un ultimatum concernente la cessazione delle proprie attività di arricchimento dell’uranio. Gerusalemme aveva chiesto ad Obama di enunciare esplicitamente una linea rossa invalicabile, tale da implicare al suo attraversamento l’automatico ricorso alla forza contro l’Iran. Il presidente statunitense, invece, ha solo ribadito che Washington non è disponibile ad accettare che la Repubblica islamica si doti della bomba atomica, senza precisare come intenda evitare che ciò accada.

Non si tratta di un enorme passo in avanti. Al contrario: Obama non si è infatti distaccato per nulla dalla politica adottata sin dal 2009, quando riconobbe a Teheran il diritto a sviluppare capacità elettronucleari civili, a patto che i suoi sforzi nel settore non avessero implicazioni militari. Da allora, però, molta acqua è passata sotto i ponti e non sono pochi gli indizi in base ai quali è legittimo sospettare che la Repubblica islamica miri effettivamente a farsi un proprio deterrente atomico.

Non per questo è possibile concludere che gli Usa si stiano facendo prendere in giro. E’ vero piuttosto che la partita si gioca sullo sfondo di molti elementi di poco agevole comprensione. E c’è inoltre un equivoco di fondo che grava sulla posizione di Washington. Dal momento che la tecnologia richiesta alla produzione di energia elettronucleare e a quella di sviluppo dei materiali adatti a fabbricare una bomba è la medesima, ciò che la Casa Bianca desiderava e tuttora esige è un impegno iraniano a non costruire ordigni: cioè, essenzialmente, una dichiarazione politica e soprattutto la decisione di Teheran di non procedere a test che conclamerebbero l’avvenuta trasformazione dell’Iran in una potenza nucleare militare “ufficiale”. Di fatto, la Casa Bianca accetterebbe quindi una Repubblica islamica che, proprio nel solco dell’esempio dato a suo tempo da Israele, adottasse uno status ambiguo: bomba sì, purché non scoppi.

Obama non si è spostato da questo approccio neanche al Palazzo di vetro, ed è facile capire perché: al calcolo geopolitico Usa un Iran ambiguamente nucleare potrebbe anche rivelarsi utile, dal momento che renderebbe indispensabile agli Emirati del golfo ed alla stessa Arabia Saudita ottenere dagli Usa una più solida garanzia per la loro sicurezza. Di contro - e non da oggi: si pensi alle dichiarazioni rese al riguardo dal generale David Petraeus un paio d’anni fa - il rapporto con Israele è sempre più percepito dagli statunitensi come una passività strategica da ridimensionare. Proprio per questo non manca chi, negli Stati Uniti, ragiona ormai apertamente di una politica mediorientale post-israeliana. (g.d.)
 
Medio Oriente: la posizione israeliana nei confronti del problema iraniano
Roma, 1 ott 2012 17:46 - (Agenzia Nova) - Nei confronti del problema iraniano, la posizione israeliana appare profondamente diversa da quella degli Stati Uniti, ed aumentano le inquietudini nello Stato ebraico, di cui quelle legate al possibile successo del programma nucleare iraniano sono solo uno degli aspetti. A Gerusalemme si è infatti più sensibili alle capacità che alle intenzioni, perché la volontà delle élite è per definizione mutevole. E se oggi, a dispetto delle apparenze, la leadership iraniana pare improntare nel complesso il proprio comportamento a parametri assolutamente realisti, non è da escludere che in futuro le cose possano cambiare.

Lo stesso accenno di saluto del presidente Ahmadinejad al Dodicesimo Imam, di cui ha prefigurato al Palazzo di Vetro l’imminente manifestazione, ha offerto in effetti qualche argomento in più alla tesi israeliana: il Mahdi, in effetti, nella teologia sciita è destinato a riapparire quando l’umanità non avrà più mezzi suoi per sottrarsi alla propria distruzione. Saremmo quindi in presenza di un riferimento evidente alla possibilità di un olocausto nucleare di vaste proporzioni a breve termine, anche se gli sciiti duodecimani attendono questo evento non prima del 2019.

Di qui, il tenore dell’intervento del premier israeliano Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite, probabilmente rivolto più al pubblico statunitense che agli altri capi di stato e di governo presenti a New York. Israele ha chiesto l’imposizione di “linee rosse” da non valicare e comunque sollecitato una grande solidarietà in ambito internazionale nei confronti della sua posizione.

A dispetto di tutto, però, la prospettiva di un attacco unilaterale dello stato ebraico all’Iran pare essersi allontanata. A Gerusalemme si è infatti ormai convinti che la sua effettuazione prima del 6 novembre rafforzerebbe la campagna elettorale di Barack Obama, che invece in Israele si vorrebbe veder battuto dallo sfidante Mitt Romney, peraltro in evidente crisi di consenso. A questo punto, sarebbe quindi meglio agire successivamente, per condizionare in modo durevole la politica mediorientale di un’amministrazione comunque destinata a rimanere in carica fino al 2016.

Questa è in effetti la vera posta in gioco, anche se Washington si è fatta relativamente più tiepida nei confronti dell’insurrezione in atto in Siria: dopo l’apertura del presidente statunitense alla Fratellanza musulmana, Israele si sente infatti isolato e tradito anche dal suo maggior alleato, che non ha tutelato il regime di Hosni Mubarak, permettendo l’ascesa al potere di Mohammed Morsi e la successiva epurazione di tutta la vecchia guardia egiziana, di cui Gerusalemme aveva imparato a fidarsi.

Gli scenari, visti da una prospettiva israeliana, sono effettivamente preoccupanti. Il rapporto con la Turchia si è sensibilmente deteriorato; l’Egitto è diventato un’incognita; la Fratellanza musulmana inizia a premere anche sulla monarchia giordana; mentre in Siria il protrarsi delle ostilità radicalizza ogni giorno che passa l’insurrezione in atto contro Bashar el Assad. La vera ragione di un attacco preventivo unilaterale all’Iran sarebbe proprio quella di spezzare tale difficile condizione, determinando un tale caos geopolitico regionale da rendere inevitabile una discesa in campo in armi degli Stati Uniti. O Washington si accorda con Gerusalemme per l’attacco – questa è la logica – oppure sarà in ogni caso costretta ad intervenire dopo.

Comunque, l’attacco non è più questione di giorni o settimane, semmai lo era stato, e non a caso adesso persino un falco come Avigdor Lieberman può affermare che in fondo le sanzioni decretate contro la Repubblica islamica stanno dispiegando effetti devastanti. Va inoltre sottolineato come i militari israeliani temano notevolmente le conseguenze di un’azione non concordata con Washington, in quanto suscettibile di risolversi in un fiasco e quindi di peggiorare ulteriormente le cose, e come la questione sia motivo di fortissimi attriti tra i vertici delle forze armate ed il premier israeliano.

Per quanto riguarda l’Iran, un urto militare limitato appare senza dubbio allettante almeno per una parte del sistema politico locale, che vi vede un’opportunità per consolidare il fronte più conservatore rispetto a coloro che tuttora auspicano una modernizzazione del regime. Ma le decisioni le assume la Suprema guida spirituale della Repubblica islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, che non pare in questa fase disponibile ad assecondare gli impulsi degli elementi più intransigenti del suo paese. Si profila quindi uno stallo regionale, che potrebbe perdurare per mesi. (g.d.)