Atlantide
24.09.2012 - 17:31
Analisi
 
Medio Oriente: la Fratellanza musulmana getta acqua sul fuoco della crisi generata dal film “blasfemo”
Roma, 24 set 2012 17:31 - (Agenzia Nova) - A dieci giorni dall’inizio della crisi determinata nel mondo musulmano dalla divulgazione di immagini prodotte in Occidente e ritenute blasfeme per la religione islamica, sembra possibile delineare un’interpretazione più chiara di quello che è accaduto. Da un lato e dall’altro – si pensi alla più recente pubblicazione su un settimanale satirico francese di vignette piuttosto aggressive nei confronti di Maometto – pare evidente che c’è chi sta scommettendo sulla riproposizione dello schema dello scontro di civiltà, che certamente favorisce tanto nei paesi occidentali quanto in quelli musulmani le forze politiche più conservatrici ed intransigenti. Questi attori contrapposti stanno di fatto collaborando.

Il loro comune bersaglio è la politica di “appeasement”, riconciliazione e legittimazione che, dai primi mesi del 2011, caratterizza il comportamento dell’amministrazione del presidente Usa Barack Obama nei confronti della Fratellanza musulmana, in varie forme presente in quasi tutti gli stati interessati dalla cosiddetta “primavera araba”. Le conferme non mancano, non solo perché intorno alle piazze in ebollizione si stanno agitando movimenti jihadisti fortemente ostili all’Islam politico moderato, ma altresì perché soffia sul fuoco tutta la galassia salafita che ha finora goduto dell’appoggio finanziario dell’Arabia Saudita e di altri ricchi Emirati del Golfo.

Circostanza forse più rivelatrice, si sta soprattutto osservando una netta dissociazione dei Fratelli musulmani e delle formazioni loro apparentate dalle dimostrazioni e dalle violenze delle ultime due settimane. La Fratellanza ha evidentemente compreso come quanto accade miri a condizionarne le scelte. I governi ascesi al potere a seguito delle rivolte dello scorso anno appoggiate dagli Stati Uniti non hanno esitato in diversi casi a vietare le manifestazioni di protesta, talvolta ricorrendo alle armi per disperdere quelle comunque materializzatesi, se giudicate suscettibili di rappresentare un pericolo per le sedi diplomatiche occidentali. Il tunisino Rachid Ghannouchi, ispiratore del partito islamico che ha trionfato alle elezioni indette dopo la “rivoluzione dei gelsomini”, si è spinto addirittura a descrivere esplicitamente i salafiti come un pericolo per il suo paese.

Il fatto è interessante e preoccupante allo stesso tempo, perché pare integrare le caratteristiche di un nuovo scenario di confronto tra le forze emerse vincitrici dal cosiddetto “risveglio arabo”, che potrebbe aprire una stagione irta di incognite. I partiti vicini alla Fratellanza musulmana sono chiamati di fatto ad optare tra una politica di dialogo con Stati Uniti ed Europa, che implica il rischio di importanti tensioni interne nei rispettivi paesi, ed una strategia di allontanamento, che servirebbe a consolidare i nuovi regimi aprendoli all’apporto più attivo degli elementi politico-sociali più intransigenti. Nel primo caso, è probabile un’involuzione autoritaria dei governi sorti dalle rivoluzioni del 2011. Nel secondo, il loro spostamento su un fronte internazionale di natura antagonista.

Date queste prospettive, è possibile, seppure non certo al 100 per cento, che Washington solleciti tutti i suoi alleati ad offrire ulteriori sponde ai nuovi esecutivi insediatisi in Egitto, Libia e Tunisia. E’ molto probabile che l’Italia risponda positivamente ad eventuali inviti in questa direzione: ne è un indizio anche il modo in cui è stato accolto a Roma il presidente egiziano Mohammed Morsi.

Non è peraltro scontato che una reazione concordata dei maggiori paesi occidentali a sostegno dei governi sbocciati dal “risveglio arabo” basti effettivamente a fermare la deriva verso una maggiore instabilità ed una più pronunciata islamizzazione della politica sulla sponda meridionale del Mediterraneo.

Anzi, pare verosimile il contrario. Molte sono infatti le incognite. Un fattore tra gli altri da prendere in considerazione è il carattere composito della stessa Fratellanza, che espone il movimento al pericolo di scissioni e smottamenti verso le ali estreme. Chi ha interesse a precipitare questo risultato – fondamentalisti americani, salafiti e jihadisti di tutte le risme, ma forse anche qualche Stato sovrano che nasconde abilmente la propria mano – prevedibilmente continuerà a spingere nella direzione della polarizzazione dello scontro. Nuovi scossoni sono da mettere in preventivo. (g.d.)
 
Afghanistan: in pieno svolgimento il ritiro occidentale
Roma, 24 set 2012 17:31 - (Agenzia Nova) - Il segretario alla Difesa statunitense, Leon Panetta, ha reso noto l’avvenuto perfezionamento del ritorno in patria dei 33 mila soldati statunitensi che erano stati inviati in Afghanistan nel quadro del cosiddetto “surge” deliberato dal presidente Barack Obama nel 2009 nel tentativo di riportare un successo decisivo in quel teatro. Anche se rimangono sul terreno numerosi altri militari dipendenti dal Pentagono, poco meno di 70 mila, il percorso di uscita sembra tracciato. Si va verso un ritiro che nel 2013 dovrebbe procedere ancor più velocemente, anche per effetto della decisione di diversi paesi alleati impegnati nell’Isaf di rimpatriare anticipatamente le proprie truppe.

In ambito Nato, si è cercato di mascherare questo processo con il concetto di “transizione”, che sottintenderebbe l’ordinata e graduale restituzione delle aree pacificate dagli eserciti occidentali alla competenza esclusiva delle forze di sicurezza afghane. E’ però pura propaganda. In realtà, infatti, le cose stanno procedendo in altro modo, come ha evidenziato Gianandrea Gaiani sulle colonne di “Libero” e del “Sole-24 Ore”: i militari italiani, ad esempio, dopo aver lasciato la città di Herat, effettivamente stabilizzata, stanno ora abbandonando non i presidi più sicuri, ma quelli maggiormente esposti, piazzati in aree duramente contese, dove è difficile che gli afgani possano farcela da soli. La stessa cosa è successa nell’Helmand, dove il grosso delle forze occidentali si è trincerato dentro Camp Bastion, una base che ospita ormai oltre 28 mila uomini e dove il 14 settembre scorso un commando di quindici talebani è riuscito ad annientare un intero squadrone di Harrier AV-8B appartenente ai Marine statunitensi, distruggendo al suolo sei velivoli e danneggiandone altri due.

Il ripiegamento delle nostre forze, avvenuto in coincidenza con lo scambio di consegne tra le brigate Garibaldi e Taurinense insieme ad una prima riduzione del nostro schieramento (da 4.200 a 3.500 uomini), ha già implicato l’abbandono della base operativa avanzata Columbus a Bala Murghab, non lontano dalla frontiera turkmena, e quello di una serie di siti minori nella provincia di Farah, alcuni dei quali addirittura distrutti, per evitare che la guerriglia potesse immediatamente entrarne in possesso e valersene per attaccare i regolari afgani.

Anche se la riconfigurazione in atto è stata preparata da intense manovre offensive sviluppatesi durante l’estate, come la Shrimps Net, non è possibile coltivare alcuna illusione sul futuro che si prepara per l’Afghanistan. Senza controllo dei suoi effetti a posteriori, la transizione in atto rischia di accrescere l’instabilità anziché favorire la stabilizzazione dell’Afghanistan. E’ comunque chiaro che è la politica Usa verso lo scacchiere nel suo complesso ad essere mutata: Kabul non è più strategica e può essere abbandonata al suo destino. Con tutta probabilità, il ritmo impresso da Washington ai rimpatri accelererà ulteriormente. (g.d.)
 
Estremo Oriente: si aggravano le tensioni sino-giapponesi
Roma, 24 set 2012 17:31 - (Agenzia Nova) - Sta diventando più complessa e difficile da gestire l’evidente crescita delle tendenze nazionalistiche che stanno condizionando la politica delle maggiori potenze dell’Estremo Oriente. Ciò che preoccupa non è tanto la composizione materiale della crisi che investe le isole Shenkaku, possedute finora a titolo privato da un cittadino giapponese, quanto il contesto emotivo e politico che si sta creando intorno alla vertenza.

In sé, in effetti, nell’avocare al proprio controllo l’arcipelago rivendicato da Pechino, il governo nipponico sta soltanto cercando di sottrarlo alle mire dell’incendiario governatore della capitale, Shintato Ishihara, che intenderebbe subentrare nella proprietà delle isole per farne un emblema del proprio programma di riscossa nazionale.

Ma le difficoltà economiche, sociali e politiche in cui si dibatte la Repubblica popolare cinese alla vigilia di una delicatissima transizione ai vertici del Partito comunista non permettono a Pechino di adottare in questa fase un atteggiamento morbido. Di qui, il disinvolto ricorso alla carta nazionalista da parte della Cina, che rischia ora di dar vita a un perverso meccanismo a catena, con conseguenze potenzialmente piuttosto serie soprattutto sulle prospettive di ripresa dell’economia mondiale.

Malauguratamente, gli attriti con Tokyo non sono un dato isolato della recente politica estera cinese, che sta invece generando inquietudini e preoccupazioni anche in altri paesi, come le Filippine e lo stesso Vietnam, che in chiave anticinese sta adesso riavvicinandosi clamorosamente agli Stati Uniti, paese sconfitto da Hanoi al principio degli anni Settanta al termine di una lunghissima guerra.

Washington, in effetti, assiste da spettatrice interessata a quanto sta accadendo sulle rive occidentali dell’Oceano Pacifico, ostentando una neutralità nel confronto tra Pechino ed il Giappone che tuttavia non potrà spingersi sino al punto di vanificare le previsioni del trattato bilaterale che obbliga gli Usa a difendere l’Impero del Sol Levante in caso di aggressione. C’è da scommettere sul fatto che la crisi rientrerà. Lascerà tuttavia tracce profonde. Anche nell’Estremo Oriente, infatti, la guerra fredda è alle spalle e molti scenari improbabili fino a qualche anno fa stanno acquisendo sorprendente concretezza. (g.d.)