Atlantide
17.09.2012 - 19:04
ANALISI
 
Cina: la crisi economico-politica di Pechino è un rischio per la stabilità globale
Roma, 17 set 2012 19:04 - (Agenzia Nova) - Sta forse avvenendo qualcosa di nuovo ed imprevisto sulla scena internazionale, potenzialmente suscettibile di produrre rilevanti conseguenze anche alle nostre latitudini. L’economia cinese è in rallentamento, pur continuando a crescere, ed ai vertici del Partito comunista sembra essersi aperta una lotta per il potere che potrebbe avere serie ripercussioni sulla stabilità del paese e sulla politica estera della Repubblica popolare. Non è detto che tra difficoltà economiche e tensioni politiche vi sia un legame diretto. Appare invece decisamente più probabile una connessione indiretta, mentre è assolutamente certo l’effetto di mutuo rafforzamento che le une dispiegano sulle altre.

Veniamo all’economia. Dal 1978, anno in cui Deng Xiaoping varò le grandi modernizzazioni che avrebbero trasformato la Cina, il Dragone si sviluppa trainato dalle esportazioni. Il fatto inedito è che queste stanno iniziando palesemente a risentire della debolezza della domanda mondiale, causata dalla crisi che ha colpito principalmente Stati Uniti ed Europa. La crescita delle esportazioni cinesi è passata dal +20,3 per cento dello scorso anno al 7,1 fatto registrare nello scorso agosto.

E’ un fatto: l’Occidente è meno affamato di prodotti cinesi. Specialmente gli europei, che sono a corto di denaro e stanno riducendo sensibilmente i loro consumi interni, hanno ridotto le proprie importazioni dalla Repubblica popolare, determinando preoccupazioni che i leader cinesi hanno prontamente riversato sul cancelliere tedesco Angela Merkel durante la sua recente visita a Pechino della scorsa estate. Ovviamente, la minor richiesta mondiale di manufatti cinesi implica il rallentamento della crescita della Repubblica popolare. Anche le importazioni hanno conosciuto una drastica contrazione, passando nello stesso arco di tempo dal + 24 per cento dello scorso anno ad uno più contenuto + 5,1 per cento. Non siamo ancora alla recessione, evidentemente, ma i tassi d’incremento del Pil sono ora più bassi, tendendo verso il 7 per cento su base annua.

La reazione politica di Pechino alla fiacchezza delle esportazioni è consistita essenzialmente in una stimolazione dei consumi interni, molto gradita dagli Stati Uniti, che si è rivelata essenziale anche per attenuare le forti tensioni sociali che percorrono il territorio cinese. Si è ad esempio provveduto ad aumentare i salari, al punto che sul mercato del lavoro si sono determinate condizioni che hanno reso attraente anche alle imprese basate in Cina la delocalizzazione in paesi vicini. Molte persone, forse addirittura 25 milioni, hanno così perso il posto, rendendo dubbia la fattibilità dell’ambizioso piano che prevede il trasferimento dalle campagne alle città di qualcosa come 300 milioni di cinesi nei prossimi anni.

Tutto questo, al contrario di quanto parrebbe a prima vista, non costituisce necessariamente una buona notizia, pur dilatando teoricamente gli spazi a disposizione della concorrenza. E’ invece motivo d’inquietudine, anche perché potrebbe preludere ad importanti cambiamenti della collocazione internazionale della Repubblica popolare. Alle prese con il problema di mantenere l’ordine pubblico, sfidato ogni anno da oltre 150 mila rivolte locali, la futura leadership cinese potrebbe infatti trovare irresistibile la tentazione di cedere alle sirene del nazionalismo, tanto più che nella Repubblica popolare questo richiamo troverebbe terreno fertile su cui attecchire. A quel punto, la politica estera cinese cesserebbe d’improntarsi ai principi dell’ascesa pacifica e della non ingerenza che l’hanno contraddistinta negli ultimi decenni, per divenire decisamente più aggressiva, con l’effetto di esacerbare gli attriti regionali con il Giappone, Taiwan, la Corea del sud, il Vietnam, le Filippine ed altresì l’India, la Russia e gli stessi Stati Uniti. In parte, è ciò che sta già accadendo in questa delicata fase di transizione, che precede l’ascesa al potere di una nuova generazione di leader. Di tali tendenze si osservano infatti le avvisaglie nel Mar cinese meridionale ed in posti come le isole Shenkaku, che Pechino contende a Tokyo anche con gesti simbolici assai eloquenti.

Di fronte alla crisi del modello di sviluppo cinese, potrebbero acquisire ulteriore peso anche le tendenze neo-maoiste di cui si è fatta interprete la controversa figura di Bo Xilai, figlio di uno degli otto “eroi immortali” della Lunga Marcia, alla cui fazione si dice siano legate le impreviste difficoltà che stanno contrassegnando il percorso di avvicinamento ai vertici della politica nazionale dell’erede designato di Hu Jintao, Xi Jinping, eclissatosi improvvisamente e senza spiegazioni dalla ribalta mediatica nazionale per quasi due settimane, prima di riapparire recentemente in pubblico.

Anche se di queste vicende possiamo essere solo spettatori, è bene comprendere fin d’ora come simili tendenze possano ripercuotersi significativamente anche sulle nostre realtà. Un revival del nazionalismo cinese accrescerebbe infatti le tensioni tra le tre maggiori economie industriali del mondo, deprimendo le già deboli aspettative dei mercati in merito ai tempi e l’intensità dell’attesa ripresa economica. L’eventuale uscita della Cina dal novero delle economie capitaliste più avanzate, inoltre, deprimerebbe direttamente il reddito mondiale, con riflessi a cascata che si avvertirebbero ovunque. Ecco perché monitorare sviluppi ed esiti della duplice crisi in atto in Cina appare più che mai necessario, per meglio prepararsi a gestirne le eventuali conseguenze. (g.d.)
 
Libia: l'attacco al consolato Usa di Bengasi minaccia ricadute negative anche per l'Italia
Roma, 17 set 2012 19:04 - (Agenzia Nova) - La scia della crisi determinata dal risentimento musulmano per la divulgazione delle anticipazioni di una pellicola assai controversa concernente la vita di Maometto minaccia ricadute di segno negativo anche nel nostro paese. La pubblicazione parziale del filmato su “YouTube” ha infatti alimentato una massiccia ondata di proteste che sta interessando una gran quantità di paesi islamici: dalla Tunisia all’Egitto, dallo Yemen al Sudan, fino a Kabul e Karachi, teatro delle più recenti manifestazioni. Sono già finite nel mirino diverse sedi diplomatiche Usa e di paesi alleati, come la Gran Bretagna e la Germania, con un bilancio complessivo che si aggrava di ora in ora.

L’evento più eclatante si è però verificato a Bengasi, capoluogo della Cirenaica, dove in un attacco meticolosamente preparato da una cellula jihadista è stato ucciso l’ambasciatore degli Stati Uniti a Tripoli, oltre a tre funzionari addetti al consolato americano preso d’assalto. Malgrado non sia ancora disponibile una ricostruzione unanimemente accettata degli eventi libici – Tripoli e l’amministrazione Obama sposano tuttora tesi parzialmente divergenti – le modalità dell’azione costata la vita a Christopher Stevens tenderebbero a far escludere che il film blasfemo possa esserne stato la vera causa scatenante, anche se appare sicuro che la coincidenza sia stata sfruttata per dilatare l’effetto propagandistico della mossa.

La circostanza non rende l’evento meno grave. Anzi, è vero il contrario, specialmente se risultasse verificato il sospetto che a dettare l’iniziativa sia stata la notizia della visita a Bengasi dell’ambasciatore Usa basato nella capitale libica, perché diventerebbe a quel punto obbligatorio sospettare infiltrazioni nelle maglie dei sistemi di sicurezza che proteggono le sedi diplomatiche nella nostra ex Quarta Sponda. La carneficina di Bengasi va comunque separata dalle reazioni più o meno spontanee verificatesi altrove, a prescindere dalla natura dei soggetti politici che ne hanno tratto il maggior beneficio, come le formazioni di ispirazione salafita che con il supporto saudita contendono il potere alla Fratellanza musulmana in un crescente numero di paesi.

Si è detto che l’operazione condotta in Cirenaica sia stata ordinata addirittura dall’attuale leader di al Qaeda, l’egiziano Ayman Al Zawahiri, per vendicare l’eliminazione mirata di uno dei suoi più importanti comandanti subordinati, Al Libi, avvenuta mesi fa. Ma l’interpretazione non è del tutto convincente. Sembra invece più credibile l’ipotesi che il network internazionale del terrore abbia tentato con questa mossa di aprire un cuneo nell’asse allestito dalla diplomazia Usa con la Fratellanza musulmana, rilanciando l’alternativa jihadista che la “primavera araba” dello scorso anno aveva oscurato. E’ certamente questa la lettura data agli eventi degli ultimi giorni anche dal presidente egiziano Mohammed Morsi, che ha negato il sostegno del suo movimento alle proteste indette in Egitto al termine delle preghiere dello scorso venerdì.

Una delle speranze dei qaedisti è che l’amministrazione del presidente Usa Barack Obama, in piena campagna elettorale per la riconferma, reagisca in modo sproporzionato all’offesa subita, ad esempio riproponendo l’urto frontale che caratterizzò la reazione statunitense all’11 settembre e riconsiderando l’apertura all’Islam politico: uno fra gli assi portanti dell’attuale politica estera di Washington. E’ però difficile che la Casa Bianca si presti al gioco. Massicci interventi militari americani nel Dar al Islam non paiono conseguentemente all’orizzonte, anche se localmente si sta provvedendo a rinforzare le difese dei presidi diplomatici più esposti. Verosimilmente, invece, il presidente Obama applicherà anche ai jihadisti cirenaici il metodo che ne contraddistingue l’operato nelle zone tribali pakistane. La risposta più probabile dovrebbe quindi essere affidata a velivoli senza pilota e forse a reparti di commando, ai quali verrà attribuito il compito di scovare ed eliminare i responsabili dell’aggressione di Bengasi in tempi rapidissimi. A Washington serve infatti un trofeo da esibire per tacitare lo sfidante repubblicano, che ha accusato il presidente in carica di aver indebolito gli Usa.

Non si può neanche escludere che alla base dell’attacco vi possa essere stata proprio l’idea di esprimere un qualche genere di condizionamento sulle sorti del voto americano del 6 novembre, favorendo per le ragioni anzidette rispetto ad Obama un Mitt Romney che si ritiene possa restaurare il modello di politica estera adottato da George Walker Bush. Da considerare, infine, un ulteriore possibile movente secondario: gli Stati Uniti potrebbero anche aver scontato la prudenza dimostrata nel sostenere l’insurrezione siriana dopo la constatazione del peso considerevole che vi hanno assunto i jihadisti. Nessuna spiegazione esclude le altre. Quello di Bengasi può ben essere stato un attacco ad obiettivi multipli. (g.d.)