Atlantide
10.09.2012 - 19:39
ANALISI
 
Ue: l’impatto del programma della Bce, sconfitta la Bundesbank non la Bundesrepublik
Roma, 10 set 2012 19:39 - (Agenzia Nova) - Al contrario di quanto si tende a ritenere nel nostro paese, politica economica e politica estera non sono separabili. Costituiscono invece due manifestazioni intimamente connesse della cosiddetta “high politics”. Per questo, le decisioni assunte dal board dei governatori dei paesi dell’Eurozona lo scorso 6 settembre sono rilevanti anche sotto il profilo geopolitico. La Bce ha varato un programma di acquisiti illimitati di titoli pubblici a breve scadenza, da operarsi sui mercati secondari e previa una serie di importanti condizionalità, che realizzeranno una sorta di commissariamento soft dei paesi che ne beneficeranno. Denominato Outright Monetary Transactions, o Omt, il nuovo piano di interventi della Bce non è ancora l’acquisto diretto di bond dagli stati emittenti, al quale possono invece ricorrere tutte le altre Banche centrali del mondo in caso di necessità. Vi si avvicina però più dei crediti triennali all’1 per cento concessi ai maggiori istituti di credito europei nell’ambito del cosiddetto Ltro (long term refinancing operation, piano di rifinanziamento a lungo termine) per sostenere i corsi dei debiti sovrani più deboli di fronte alla speculazione internazionale.

Acquisti diretti sul mercato primario potranno tuttavia essere effettuati dal Fondo salvastati, o Efsf, e dal Meccanismo Europeo di Stabilità, Esm, la cui attivazione è proprio per questi motivi oggetto di un procedimento aperto dinnanzi alla Corte costituzionale tedesca. In Germania, infatti, si dubita della legittimità di strumenti che all’occorrenza costringeranno il contribuente a sottoscrivere una massiccia operazione di socializzazione dei debiti sovrani europei, a tutto vantaggio di quelli che oltre-Reno vengono considerati stati-cicala.
Malgrado non sia stata ancora deliberata una monetizzazione parziale del grande stock di debito gravante su Eurolandia, l’annuncio del programma Omt è bastato a determinare euforia nei mercati finanziari, provocando una notevole riduzione degli spread rispetto al Bund tedesco. Il voto del board dei governatori non è stato peraltro unanime, a causa del no manifestato dal presidente della Bundesbank tedesca, Jens Weidmann, che ha subìto una grave sconfitta sia sul piano europeo che su quello nazionale. Come è stato fatto notare, infatti, Mario Draghi ha ottenuto la copertura politica del cancelliere Angela Merkel, affrettatasi a riconoscere come rientrante “nel quadro del proprio mandato” l’iniziativa della Bce.
La Bundesbank ha quindi perso soprattutto nei confronti del potere politico del proprio paese, esattamente come capitò alla fine della guerra fredda, quando il lungimirante Helmut Kohl impose l’unione monetaria tra il Deutsche Mark e l’Ost Mark con un rapporto di cambio alla pari. Otto Poehl, che dirigeva allora l’istituto di emissione della Repubblica Federale, si dimise per non avallare un’operazione che non condivideva. Ma la scelta permise a Kohl di prolungare di sette anni la propria permanenza alla cancelleria, consentendogli di pilotare il processo di riunificazione nazionale della Germania e di farlo accettare al resto d’Europa.
Quella del 6 settembre scorso non è quindi la sconfitta della Bundesrepublik – anche se qualcuno sta cercando di farla passare come tale - ma quella di un modo assai ristretto di concepire i suoi interessi. Hanno infatti vinto, per adesso - oltre a francesi, italiani e spagnoli - anche quei tedeschi che vedono nell’Unione europea un moltiplicatore della potenza del loro paese, nell’Eurozona un ricco mercato da non compromettere, e nella relativa debolezza dell’euro una garanzia della competitività dei loro prodotti. Le manifatture della Repubblica federale, infatti, soffrirebbero non poco dall’esser denominate in una valuta tedesca che sarebbe incomparabilmente più forte di quella europea, tanto sui mercati dei partner dell’Unione quanto nel resto del mondo. (g.d.)
 
Ue: gli effetti geopolitici della decisione della Bce, rafforzate le chance di Obama
Roma, 10 set 2012 19:39 - (Agenzia Nova) - La scelta della Banca centrale europea di varare il programma Omt non esaurisce i propri effetti all’interno dell’Ue e sui mercati finanziari internazionali, ma pare in grado di dispiegare conseguenze politiche significative anche fuori dal Vecchio continente. In teoria, infatti, dovrebbe favorire le prospettive di riconferma alla Casa Bianca del presidente Barack Obama, la cui amministrazione non a caso preme dai mesi sull’Europa per ottenerne l’allentamento della politica monetaria.

In effetti, non è certo che il pronosticato riverbero positivo sull’economia statunitense si materializzi in tempo per influire sull’esito delle elezioni del 6 novembre prossimo, ma è sicuro che l’eventuale collasso della divisa unica europea avrebbe avuto conseguenze rilevanti sulle percezioni degli operatori economici Usa, scoraggiandone le scelte di investimento e quindi condizionando negativamente il clima generale in cui si voterà. Washington ha inoltre certamente gradito il consolidamento all’orizzonte del ruolo del Fmi in Europa.

La mossa promossa da Mario Draghi ed avallata dagli altri governatori dell’Eurozona - escluso presidente della Bundesbank tedesca, Jens Weidmann - dovrebbe altresì favorire il Quantitative Easing 3 che il capo della Federal Reserve, Ben Bernanke, starebbe per varare allo scopo di fornire un ulteriore impulso all’economia statunitense. Per la stessa ragione, il piano di interventi della Bce dovrebbe invece danneggiare lo sfidante repubblicano Mitt Romney, che ha un programma di politica economica più vicino a quello ortodosso dei banchieri tedeschi che non a quello abbracciato da Draghi.

La battaglia, peraltro, non si è ancora conclusa. Perché se è vero che i vertici della Bundesbank hanno perduto, è altrettanto vero che è ancora pendente il già richiamato giudizio della Corte di Karlsruhe sulla legittimità della partecipazione tedesca al Fondo europeo di stabilizzazione ed al Meccanismo europeo di stabilità, che dovrebbe essere formalizzato il 12 settembre: un’eventuale pronuncia negativa, in effetti, priverebbe l’Omt delle sue basi, aprendo una nuova crisi nell’Eurozona.

Critiche ed accuse a Draghi sono giunte anche dal Bundestag, dove parlamentari della Cdu-Csu, incluso il potente leader bavarese Alexander Dobrindt, hanno dichiarato di ritenere oltrepassati i limiti operativi statutari della Bce. Non vanno sottovalutati neanche i rigurgiti di nazionalismo monetario, dal momento che la prospettiva di un ritorno al marco alletta la maggioranza dei cittadini tedeschi e nel 2013 si vota in Germania. Occorre quindi attendere: molte cose potrebbero ancora cambiare. (g.d.)
 
Ue: la decisione della Bce e i possibili effetti sull'Italia
Roma, 10 set 2012 19:39 - (Agenzia Nova) - Il piano di interventi varato dalla Banca centrale europea a sostegno dell’economia, con riferimento all’Italia suscita tre ordini di considerazioni. Il primo: il rimbalzo dei mercati finanziari prova come al nucleo della crisi finanziaria europea vi fosse e vi sia tuttora un problema di credibilità della garanzia bancaria alla solvibilità degli stati. Non sono quindi le pesanti manovre deflazionistiche interne a ridurre gli spread: questi piuttosto hanno riflettuto una scommessa dei mercati sul collasso dell’euro, che solo la Bce poteva e può sventare, con le opportune coperture politiche.

Il secondo: il rigore interno è stata la carta che l’Italia ha giocato, fin dai tempi di Giulio Tremonti, per poter dilatare i propri margini di manovra a livello europeo e più recentemente anche nei suoi rapporti con gli Stati Uniti. E’ sostanzialmente la moneta di scambio che il nostro paese ha pagato per tornare a farsi ascoltare ai tavoli che contano. A tempo debito, non è detto che i sacrifici fatti non rechino frutti, permettendo a Roma di ottenere adeguati sostegni dall’estero senza compromettere eccessivamente la propria sovranità. L’avanzo primario di bilancio che sta maturando nel nostro paese, seppure al prezzo di gravissimi sacrifici, potrebbe infatti far la differenza rispetto alla Spagna, se e quando si renderà necessario attingere alle risorse dei Fondi di stabilizzazione o della Bce.

Il terzo: gli interventi prospettati dall’Istituto di emissione di Francoforte si concentreranno sui titoli fino a tre anni, mentre la politica seguita dall’Italia negli ultimi anni è stata quella di allungare la vita del suo debito sovrano, rimpiazzando titoli a breve con titoli a lunga. L’impatto delle Outright Monetary Transactions sul nostro paese potrebbe quindi essere meno rilevante di quello atteso. (g.d.)
 
Siria: dubbi in Iran e Russia sull’opportunità di continuare a sostenere Assad
Roma, 10 set 2012 19:39 - (Agenzia Nova) - Anche se la macchina della repressione lealista continua ad infliggere duri colpi all’insurrezione in Siria, che peraltro dà tuttora rilevanti segni di vitalità in molte parti del paese, stanno venendo allo scoperto i dubbi che due tra i maggiori sponsor del regime di Damasco iniziano a nutrire nei confronti delle prospettive di sopravvivenza del presidente Bashar al Assad. Gli israeliani del sito “Debkafile” avevano già rivelato la considerevole riduzione delle forniture russe di armi ai lealisti e la contestuale decisione di Mosca di ridurre al minimo il presidio mantenuto nella base navale di Tartus, attribuendone tuttavia la causa al timore del Cremlino di rimanere invischiato in un’operazione militare internazionale promossa dall’Occidente. Altri analisti ipotizzavano altresì che la scelta di Mosca potesse dipendere anche da un pronostico sulle sorti finali del conflitto, favorevole ad Assad quanto basta per permettere un disimpegno in sicurezza dal teatro, a questo punto utile per ragioni d’immagine.

Il fatto che stiano emergendo dubbi a Teheran costringe tuttavia a riconsiderare la vicenda. Attraverso la manipolazione delle forniture finora garantite a Damasco, è infatti possibile che tanto i russi quanto gli iraniani stiano in effetti cercando di esercitare pressioni tese ad ottenere la sostituzione di Assad con un altro uomo espresso dall’attuale establishment. Il loro obiettivo resterebbe sempre quello di prevenire il rovesciamento del regime alawita e baathista ad opera di un cartello di forze islamiche ed islamiste di matrice sunnita, sulla cui probabile natura effettiva si stanno moltiplicando dubbi e sospetti anche in Occidente.

L’attivismo dimostrato dal presidente egiziano Mohammed Morsi – atteso a breve anche a Roma - potrebbe inopinatamente attribuire a questo tentativo russo-iraniano qualche probabilità ulteriore, giacché apre una competizione tra le forze che spalleggiano l’insurrezione, suscettibile di indebolirne il supporto. Tra Egitto, Arabia Saudita e Turchia almeno uno degli attori potrebbe infatti essere divenuto di troppo. Ankara e il Cairo potrebbero trovare conveniente sostenere l’articolazione siriana della Fratellanza musulmana, che è invece considerata un pericolo a Riad. A questo punto, non sarebbe perciò da escludere che l’eventualità di un accordo per raffreddare il conflitto possa allettare almeno una delle potenze che hanno finora maggiormente soffiato sul fuoco, modificando sensibilmente l’intera equazione delle forze in lotta. (g.d.)