Mezzaluna
04.09.2012 - 18:53
Analisi
 
Egitto: forze armate sempre più deboli dopo l’elezione del presidente islamico Morsi
Roma, 4 set 2012 18:53 - (Agenzia Nova) - Da quando il presidente eletto egiziano, l’islamico Mohammed Morsi, ha assunto ufficialmente il suo incarico, non è passato giorno che non si sia verificato un cambio al vertice delle potenti forze armate del paese. La nomina a ministro della Difesa del generale Abdel Fattah al Sissi è stata un vero e proprio “golpe di velluto” che ha fortemente ridimensionato il potere del maresciallo Hussein Tantawi, capo della giunta militare, e del generale Sami Annan, capo dello stato maggiore dell’esercito. Lo stesso al Sissi sabato scorso ha dato il via all’opera di “bonifica” dei vertici militari mandando in pensione ben 70 alti ufficiali, tra i quali molti generali.

Nei paesi in cui il sistema democratico è ben radicato, l’avvicendamento ai vertici delle istituzioni militari è ritenuto una routine. Nel caso dell’Egitto, è difficile credere che queste destituzioni di massa non abbiano un’importante valenza politica. Il Consiglio supremo delle forze armate infatti ha retto le sorti del grande paese arabo per oltre 18 mesi dopo la caduta del regime dell’ex presidente Hosni Mubarak. Per tutto questo periodo nessun militare di alto grado del precedente regime è stato rimosso dal suo incarico.

I generali erano visti come “garanti” del processo di transizione democratica del post-Mubarak ed un “baluardo” contro un’eventuale deriva degli islamisti di cui il presidente Morsi è un esponente di spicco. E’ quindi scontato che lo stesso Morsi voglia ora “risistemare le forze armate egiziane secondo le necessità della nuova fase”, come ricorda il quotidiano panarabo “al Quds al Arabi”. Non a caso tra gli alti ufficiali mandati a casa dal ministro della Difesa ci sono membri della giunta militare.

A facilitare il compito di Morsi nello smantellare i vertici delle forze armate ci hanno pensato gli stessi militari. Il pretesto è stato un attacco di qualche settimana fa che aveva preso di mira un gruppo di soldati egiziani vicino al valico di al Rafah, al confine con la Striscia di Gaza. In quell’occasione 16 militari sono stati brutalmente uccisi e i loro due mezzi corazzati sequestrati; i mezzi sono stati poi utilizzati dagli aggressori islamici in un ulteriore attacco contro postazioni dell’esercito israeliano, salvo poi essere completamente annientati non appena superata la frontiera dello Stato ebraico.

L’episodio, nonostante la sua gravità, non ha prodotto grandi perdite. Tuttavia questo attacco ha messo a nudo lo stato di “debolezza” in cui si trovano le strutture militari egiziane e ha messo in forte dubbio anche il grado di lealtà dei generali verso il nuovo capo dello Stato eletto. Infatti, come riferisce il quotidiano libanese “Al Safir”, è successivamente emerso che il generale Morad Muafi, capo dell’intelligence che era succeduto al generale Omar Sulieman uomo forte dell’ex regime, “era informato dell’attacco” di Rafah. Queste informazioni non sono state mai riferite al presidente della Repubblica, come prevedono le leggi dello stato, ma solo al maresciallo Tantawi. Un “errore” che ha rappresentato un’ottima scusa per Morsi per silurare Muafi e sbarazzarsi così di una scomoda pedina nella sua partita con i generali.

Non di meno è stato considerato grave il fatto che in quell’attacco nel Sinai, i soldati non abbiano reagito all’aggressione, consegnando subito le loro armi di servizio: mancanza di disciplina che ha contribuito a screditare il maresciallo Tantawi. Alcuni, come il giornale “al Quds al Arabi”, pensano invece che l’islamico Morsi, per dare il ben servito al “maresciallo, ha avuto luce verde da Hillary Clinton”, segretario di stato Usa che tre settimane prima era volata al Cairo per “un cordialissimo” incontro con il presidente egiziano. (Irb)