Atlantide
03.09.2012 - 13:27
ANALISI
 
Usa: Obama e Romney, la scelta è anche sulla linea di politica estera
Roma, 3 set 2012 13:27 - (Agenzia Nova) - A Tampa, località della Florida che ospita il più importante comando militare statunitense, quello da cui dipendono le operazioni in Medio Oriente ed Asia centro-meridionale, il Partito repubblicano ha incoronato Mitt Romney sfidante ufficiale del presidente in carica, Barack Obama. Il ticket presidenziale è stato integrato con la scelta di Paul Ryan come candidato alla vicepresidenza. Non quindi il senatore Marco Rubio, come ci si aspettava da mesi, ma comunque un cattolico, deputato del Wisconsin vicino al Tea Party, che dovrebbe garantire a Romney il supporto dell’ala emergente e più radicale della destra statunitense.

Sul piano della politica interna ed economica, i repubblicani attaccheranno l’amministrazione democratica uscente soprattutto sulla riforma sanitaria, che Obama considera invece il fiore all’occhiello del suo mandato, oltreché sul deterioramento delle condizioni della finanza pubblica. A quanto è stato dato di capire, Romney e Ryan proporranno agli elettori una drastica modifica dell’approccio adottato dai democratici per gestire la crisi, proponendo una ricetta alternativa le cui caratteristiche essenziali dovrebbero essere una forte contrazione della spesa pubblica ed una consistente riduzione delle tasse.

L’idea è quella di restituire smalto e denaro al settore privato senza accrescere ulteriormente il debito pubblico, che sotto Obama è aumentato di un terzo, raggiungendo i 16 mila miliardi di dollari. La ripresa discenderebbe da misure di supply side, più che da un rilancio della domanda, probabilmente puntando anche sull’afflusso di capitali esteri. Romney ha infatti lasciato intendere di non condividere l’idea di reiterare gli stimoli monetari ai quali ha fatto ricorso Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve, la banca centrale Usa, pur ammettendo l’utilità del quantitative easing iniziale.

Da quanto precede, sembra possibile trarre due conclusioni provvisorie. La prima: un’eventuale futura amministrazione Romney praticherebbe una politica monetaria meno distante da quella europea, riducendo gli attriti che attualmente contrassegnano i rapporti tra Washington e Berlino. La seconda: proprio per questo motivo, l’impatto sull’economia mondiale di scelte di questa natura potrebbe essere decisamente restrittivo e globalmente deflazionistico, aggravando almeno nell’immediato la recessione internazionale. I repubblicani sono certamente coscienti di questi pericoli, ma debbono considerarli secondari rispetto all’obiettivo di garantire la credibilità a lungo termine del dollaro come asset di riserva e moneta centrale delle transazioni mondiali.

Proprio queste considerazioni permettono di muovere verso l’analisi delle possibili conseguenze di una vittoria di Romney sul piano della politica estera americana. Si fa un bel dire, da molte parti, che repubblicani e democratici perseguono disegni compatibili su questo terreno. Non è così. E a Tampa lo ha efficacemente chiarito Condoleeza Rice, ex segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale durante l’era di George Bush junior, evidenziando come l’attuale amministrazione Obama e la visione repubblicana del ruolo degli Stati Uniti differiscano su un punto fondamentale. Mentre l’attuale inquilino della Casa Bianca ha scommesso le sorti del primato statunitense affidandosi allo smart power ed al cosiddetto leading from behind, da Romney si attende il ritorno ad una visione della politica estera Usa più vicina a quella delle amministrazioni repubblicane d’inizio millennio, centrata sulla riaffermazione della leadership statunitense. L’urto è così tra il leading from behind obamiano ed il leading from the front, caldeggiato anche da John McCain, sconfitto alle presidenziali di quattro anni fa.

Cosa conviene all’Europa? Romney sarebbe certamente un presidente più assertivo di Obama, ma probabilmente anche più prevedibile e trasparente, e comunque intenzionato a rilanciare il ruolo degli Stati Uniti come potenza stabilizzatrice, o quanto meno impegnata a difendere i valori e gli interessi dell’Occidente. Ciò corrisponde senza dubbio agli interessi di lungo termine degli europei, che non sono in grado di perseguire i medesimi obiettivi da soli. Vi sarebbero attriti, come quelli a suo tempo generati dalla campagna irachena del 2003, ma con una vittoria di Romney verrebbe meno un indirizzo che ha ritenuto compatibile con gli obiettivi americani la propagazione dell’instabilità su larghe porzioni dell’Eurasia.

Una più forte leadership di Washington implicherebbe necessariamente anche il rilancio dell’Alleanza atlantica e della presenza statunitense in Europa, da cui potrebbe derivare anche un’attenuazione dei dubbi che circondano l’ascesa della Germania all’interno dell’Ue.

Chi prevarrà? Al momento, ancorché le distanze tra i due si siano ridotte, anche per il temporaneo effetto della convention repubblicana di Tampa, i favori del pronostico rimangono dalla parte del presidente democratico in carica, che è in vantaggio nella maggior parte degli stati in bilico, quelli dove si deciderà chi sarà l’inquilino della Casa Bianca dopo il 20 gennaio 2013. Romney sembra altresì oggettivamente vulnerabile sotto più di un profilo, in particolare in relazione ai suoi rapporti con il fisco. Chi ha interesse a metterlo in difficoltà, dovrebbe aver gioco facile scommettendo su questa carta. (g.d.)
 
Ue: la Merkel a Pechino rafforza la leadership della Germania
Roma, 3 set 2012 13:27 - (Agenzia Nova) - La Germania ha accentuato la propria funzione di paese guida dell’Unione europea. Di questo dato è stato un evidente riflesso il grande attivismo estivo della cancelliera Angela Merkel, che sta candidando la Repubblica federale al rango di attore geopolitico di livello mondiale, con buona pace del presidente francese François Hollande, che sembra invece essere precipitato in un cono d’ombra. Le ambizioni tedesche sono risultate specialmente palesi in occasione della visita a Pechino, con la quale la Cancelliera ha cercato tra il 30 ed il 31 agosto scorsi di accrescere ulteriormente il profilo della collaborazione con la Repubblica popolare, agendo di fatto a nome dell’intera Eurozona.

E’ noto come da tempo suscitino preoccupazione a Pechino gli effetti che la crisi di Eurolandia sta dispiegando sulla domanda europea di beni cinesi, quest’anno in forte diminuzione. Non è quindi un caso che alla Merkel sia stato chiesto un impegno al rilancio dell’economia del vecchio continente. Da parte sua, la Cancelliera ha esercitato pressioni sulle autorità cinesi per ottenere acquisti di bond greci, portoghesi, spagnoli ed italiani da parte dei fondi sovrani della Repubblica popolare. Così facendo, la Merkel si è aggiunta ad un già lungo elenco di personalità che comprende anche autorevoli esponenti del governo italiano.

E’ però difficile che le parti onorino le rispettive richieste. La cancelliera non è in grado, almeno per adesso, di intervenire a modificare radicalmente la natura della politica fiscale e monetaria praticata nell’Eurozona. Gli investitori cinesi, inoltre, sono rimasti finora in disparte sulla scena finanziaria europea, preferendo non i titoli dei debiti sovrani denominati in euro in maggiore sofferenza, ma gli investimenti in asset reali, specialmente nei settori giudicati di rilevanza strategica, come quelli legati alle telecomunicazioni ed alla logistica: meno rischiosi ed in prospettiva utili alla dilatazione dell’influenza globale della Repubblica popolare.

Nel rapporto in via di consolidamento tra Berlino e Pechino non ci sono soltanto affari, anche se questa dimensione svolge un ruolo non trascurabile nel consolidamento del rapporto sino-tedesco. Vi è altresì l’intenzione di promuovere l’allestimento di un asse geopolitico nuovo, operazione che la predilezione cinese per le relazioni bilaterali potrebbe favorire. La Germania contende già agli Stati Uniti la posizione di primo partner commerciale della Cina e pare intenzionata ad espandere ulteriormente la propria presenza nella Repubblica popolare, che a sua volta considera Berlino un elemento di moderazione sulla scena politica internazionale.

La prudenza dimostrata da Angela Merkel in occasione del conflitto in Libia del 2011 è stata oggetto di particolare apprezzamento a Pechino e non vi è dubbio che tanto la Cina quanto la Germania temano le conseguenze di una possibile accentuazione dell’instabilità, che è invece tollerata dall’amministrazione Obama. Vi sono quindi importanti interessi comuni. Tuttavia, è difficile che da queste premesse derivino svolte traumatiche. Tanto gli Stati Uniti quanto la Russia rimangono partner di riferimento ineludibili per Berlino e Pechino. E non tarderanno a manifestare le loro inquietudini per le implicazioni dell’attivismo dimostrato da Cina e Germania nell’approfondire il proprio legame. (g.d.)
 
Egitto: Morsi accentua l’isolamento di Israele. Crescono i rischi di conflitto regionale
Roma, 3 set 2012 13:27 - (Agenzia Nova) - Uno sviluppo di grande importanza, forse di portata storica, si è prodotto in Egitto, paese nel quale il neoeletto presidente Mohammed Morsi, esponente di spicco della Fratellanza musulmana, ha provveduto a cooptare i vertici militari nel suo governo, per liquidarli successivamente, dopo pochi giorni, il 12 agosto, con una mossa spregiudicata che ha destato viva inquietudine in Israele. La “purga” ha colpito persino il maresciallo Mohammed Hussein Tantawi, già leader del Consiglio supremo delle Forze armate e fresco di nomina alla testa del ministero della Difesa, rimosso improvvisamente senza tanti complimenti.

Morsi ha sfruttato a proprio vantaggio il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza nel Sinai, al quale non sono stati probabilmente estranei gli elementi della galassia salafita e, forse, la stessa Hamas, sospettati di aver favorito un duplice attacco jihadista contro presidi militari egiziani ed israeliani prossimi al confine. Il nuovo uomo forte del Cairo ha approfittato delle circostanze anche per avviare la rimilitarizzazione del confine orientale del suo paese. Seppure con l’accordo del governo di Tel Aviv, mezzi aerei egiziani sono infatti entrati per la prima volta in azione nel Sinai e da qualche settimana nell’area hanno fatto ritorno anche dei carri armati.

Si tratta di fatti estremamente significativi. Lo stato ebraico ha infatti perso, con l’epurazione attuata da Morsi, molti dei suoi più importanti punti di riferimento negli apparati di sicurezza dell’Egitto, fatto che sta certamente contribuendo ad alimentarne la sindrome di accerchiamento. In momenti passati della sua storia è proprio in situazioni simili che Israele ha deliberato di procedere ad attacchi preventivi. Sotto più di un profilo, il periodo che stiamo vivendo somiglia quindi sinistramente a quello che precedette, nel 1967, lo scoppio della Guerra dei sei giorni. Ed è proprio per questo motivo che sarebbe importante offrire al governo di Tel Aviv degli appigli e delle garanzie, prima che il premier, Benjamin Netanyahu, decida di giocarsi il tutto per tutto con un’azzardata iniziativa offensiva, probabilmente nei confronti dell’Iran.

Sembra però che stia accadendo l’esatto contrario. Washington permane gelida con Israele, almeno sul piano formale (nessuno sa cosa stia succedendo dietro le quinte). In un suo recente intervento pubblico, il capo degli Stati maggiori riuniti del Pentagono, generale Martin E. Dempsey, è giunto ad escludere esplicitamente qualsiasi coinvolgimento statunitense negli sviluppi di un eventuale attacco israeliano alla Repubblica Islamica.

Non è chiaro se Morsi si sia risolto ad avvicendare i vertici militari del suo paese al di fuori di qualsiasi concertazione con gli Stati Uniti oppure con il loro attivo supporto. Sarebbe importante appurarlo. Qualora il presidente egiziano si fosse mosso in totale autonomia, per recuperare all’Egitto un ruolo centrale nel mondo arabo e musulmano più in generale, si dovrebbe infatti concludere che la decapitazione delle Forze armate è stata utilizzata proprio per sottrarre il Cairo alla residua influenza americana. E magari per preparare un nuovo percorso politico, che posizionerebbe l’Egitto a metà strada tra Arabia Saudita ed Iran. Tale strada implicherebbe naturalmente il superamento degli accordi di Camp David.

Se invece Morsi avesse concordato con il dipartimento di Stato e la Casa Bianca l’attacco al Consiglio supremo delle Forze armate, si dovrebbe invece dedurre che gli Stati Uniti hanno deciso di investire ulteriori risorse nell’intesa con l’Islam politico e la Fratellanza musulmana: il presidente egiziano diventerebbe così il secondo cliente regionale dell’amministrazione Obama, dopo il premier turco, Recep Tayyip Erdogan.

Uno scenario da incubo per Israele, che non si vedrebbe solo isolato ma addirittura tradito da quello che considera il suo alleato migliore da decenni. Sono idee che il sito “Debkafile” veicola con un evidente senso di allarme, ipotizzando addirittura l’esistenza di un accordo russo-americano fondato sulla rinuncia di Mosca a proteggere Iran e regime siriano, e quella parallela di Washington a foraggiare e sostenere lo Stato ebraico. Di qui l’accresciuto pericolo di una guerra regionale, che provocherebbe l’impennata dei prezzi petroliferi ed accentuerebbe senza dubbio la crisi economica internazionale. La carta alletta Israele, sia perché a Tel Aviv si giudica ormai qualsiasi situazione diversa dall’attuale preferibile allo status quo, sia perché si spera di favorire la sconfitta di Barack Obama alle presidenziali di novembre. (g.d.)
 
Siria: Assad vince un round, ma le prospettive del regime restano incerte
Roma, 3 set 2012 13:27 - (Agenzia Nova) - Nel corso del mese d’agosto il regime siriano è riuscito a mettere a segno una serie di colpi importanti, che hanno posto in seria difficoltà il fronte delle opposizioni, oltretutto accusato da numerosi fonti di essersi macchiato di crimini non meno efferati di quelli compiuti dai lealisti fedeli a Bashar el Assad. Né Aleppo né Damasco sono cadute. Nella capitale siriana si sono registrate molte defezioni di rilievo nel circolo presidenziale, senza che però nessuna compromettesse la funzionalità delle istituzioni. Elementi iraniani vicini ai Pasdaran ed alle milizie dei Basiji avrebbero altresì compensato le numerose diserzioni verificatesi nei ranghi dell’esercito regolare siriano.

Ma è presto per poter concludere che Assad abbia ribaltato le sorti del conflitto civile. La battaglia, infatti, non si combatte solo sul campo, ma anche nelle principali cancellerie del mondo e nei maggiori fori internazionali. La grande diplomazia è al lavoro contro Damasco. La stessa chiusura delle frontiere turche e giordane ai profughi in fuga dalla guerra pare fatta apposta per creare i presupposti di una crisi umanitaria a ridosso dei confini della Siria, che costituirebbe il pretesto ideale per un intervento internazionale. La Francia ha inoltre aperto al riconoscimento di un’eventuale Governo provvisorio che fosse espressione delle opposizioni.

Persino la Russia potrebbe aver deciso di mollare al suo destino il rais di Damasco, magari dietro opportuna contropartita su altri fronti, e comunque dopo aver dimostrato al mondo intero che Mosca è tornata ad essere influente anche al di là del suo “estero vicino”. Assad rimane dunque in fortissima difficoltà. (g.d.)