Atlantide
30.07.2012 - 18:50
Analisi
 
Italia-Russia: Monti a Mosca, possibile strappo di Roma nei confronti di Washington
Roma, 30 lug 2012 18:50 - (Agenzia Nova) - C’è forse un fatto nuovo nella politica estera italiana. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, si è recato in Russia, da dove sono giunte alcune novità inaspettate, che lasciano intuire una possibile e parziale riconfigurazione dell’azione internazionale del nostro paese.

Durante il viaggio si è avuto cura di potenziare vistosamente la cooperazione economica: a Mosca sono stati infatti diversi sottoscritti importanti accordi, che dovrebbero spianare la strada all’intensificazione delle relazioni bilaterali in una serie di settori di grande rilevanza, come l’energia, i trasporti, l’informatizzazione del servizio postale e persino il turismo. I risultati sono stati di tale portata che lo stesso premier ha parlato della Russia come di un “ancoraggio strategico” per l’economia italiana in questi tempi di crisi.

A dispetto di questi apprezzabili risultati, tuttavia, è sul terreno specificamente politico che si sono manifestati i mutamenti potenzialmente più significativi, in particolare in connessione con due momenti del viaggio di Monti nella Federazione Russa sui quali i media nazionali sono rimasti abbastanza silenziosi.

Il primo è l’incontro tra il presidente del Consiglio ed il patriarca della Chiesa Ortodossa Kirill, che ha contrassegnato l’inizio della missione. Alcuni importanti testate italiane hanno attribuito questa parte del programma della visita di Monti in Russia al desiderio del premier di mostrare un’immagine più sobria di quella del suo predecessore.

Ma è probabile che ci sia invece molto di più: la conversazione con Kirill potrebbe infatti essere servita ad agevolare la preparazione della riconciliazione tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca, che costituisce uno degli obiettivi strategici del pontificato di Benedetto XVI e rappresenta altresì il versante spirituale di quel progetto geopolitico di integrazione euro-russa che gli Stati Uniti avversano con tanta decisione. Non è escluso che sia stata in qualche modo ventilata anche l’eventualità di una visita di Joseph Ratzinger nella Federazione, che sarebbe di per sè un avvenimento di portata storica.

I riferimenti alla valorizzazione dell’identità cristiana dell’Europa, fatti a margine della visita, paiono al riguardo conferme assai eloquenti del livello raggiunto dai colloqui e dei loro probabili contenuti, essendo la tutela del carattere cristiano del Vecchio Continente un obiettivo d’alto profillo condiviso dal Vaticano e dal patriarca Kirill.

Il secondo momento è coinciso con la parte del viaggio di Monti svolta a Sochi, sul Mar Nero, nella residenza estiva del presidente Putin. E’ lì, infatti, che durante la conferenza stampa successiva all’incontro, Mario Monti ha fatto esplicitamente fatto cenno al modello libanese come via d’uscita dalla crisi in atto in Siria.

Il presidente del Consiglio ha peraltro chiarito di aver voluto alludere, con quel riferimento, alla necessità di un accordo molto ampio tra le maggiori componenti della società e del mondo politico siriano, sulla falsariga di quelli del Taif che oltre vent’anni fa posero fine alla guerra civile nel paese dei Cedri.

Ma il richiamo al modello libanese - risultato molto gradito a Mosca - lascia forse intuire anche altre cose: ad esempio, una disponibilità italiana a sostenere la cantonalizzazione della Siria e fors’anche a riconoscere la creazione di molteplici zone d’influenza, una delle quali magari proprio a vantaggio della Russia, paese senza il quale, ha inoltre affermato Monti, nessuna risoluzione del conflitto pare possibile.

Si tratta di un fatto obiettivamente nuovo, perché con queste aperture Monti sembrerebbe aver posto l’Italia nella posizione di primo paese occidentale a considerare un esito della guerra civile siriana differente dalla soluzione yemenita perseguita dagli Stati Uniti e da numerosi loro alleati, inclusa parte significativa dell’insurrezione che si oppone ad Assad. Potrebbe pertanto trattarsi anche di un vero strappo, sul quale non a caso è sceso un imbarazzante silenzio interno ed internazionale.

E’ un fatto, in ogni caso, che gli incontri di Monti in Russia abbiano avuto un tenore molto differente rispetto alla freddezza che, affari a parte, aveva contraddistinto alcune settimane fa la visita del ministro della Difesa Anatoliy Serdyukov al suo omologo italiano Giampaolo Di Paola. (g.d.)
 
Ue: Draghi schiera la Bce a difesa dell’euro
Roma, 30 lug 2012 18:50 - (Agenzia Nova) - Il rilancio della partnership tra Roma e Mosca, al quale starebbe lavorando anche Silvio Berlusconi, atteso a breve a sua volta nella capitale russa, è perfettamente compatibile con uno scenario caratterizzato da un nuovo spostamento dell’Italia di Mario Monti verso la Germania, che sarebbe in atto da qualche settimana e spiegherebbe anche perché Washington sia da qualche tempo meno entusiasta di Palazzo Chigi.

Si dice in effetti da più parti che il presidente del Consiglio abbia deluso alcuni dei suoi sponsor più importanti d’Oltreoceano, anche se la sua posizione permane relativamente solida per mancanza d’alternative, stante la grande diffidenza con la quale nel mondo anglosassone si guarda al tentativo del fondatore di Forza Italia di rientrare da protagonista sulla scena politica italiana.

Però, almeno sotto il profilo finanziario, il raffreddamento americano nei confronti di Monti si è già tradotto in una serie di attacchi al debito sovrano della Repubblica, il cui esito è stato il temporaneo innalzamento dello spread tra il Bund tedesco ed i Btp decennali italiani oltre i 540 punti base.

A differenza di quanto accaduto in tempi anche recentissimi, la nuova offensiva contro Eurolandia, condotta in prima battuta dall’agenzia di rating Moody’s, ha questa volta coinvolto anche la Germania, il cui assoggettamento alle esigenze della ripresa statunitense è in realtà il probabile bersaglio finale di queste operazioni.

Lo scenario è così cambiato in modo tale da permettere al presidente della Bce, Mario Draghi, di assumere finalmente iniziative di più elevato profilo, che hanno avuto un forte impatto immediato sui mercati.

Anche se l’élite politico-finanziaria tedesca si è divisa al riguardo, il governo di Angela Merkel non ha infatti reagito negativamente alla sortita londinese con la quale Mario Draghi ha chiarito a tutti gli operatori economici mondiali che l’euro non verrà fatto fallire e che la Bce interverrà anche con misure eccezionali per proteggerlo. Persino la Bundesbank ha dovuto piegare la testa ed i risultati non si sono fatti attendere, posto che il semplice effetto annuncio ha fatto calare dello 0,5 per cento i tassi applicati sui Btp italiani e sui Bonos spagnoli.

Ovviamente, i mercati, passata questa euforia, testeranno certamente nel prossimo futuro l’effettiva capacità della Bce di andare oltre i limiti del suo mandato, cercando di capire se veramente Draghi autorizzerà un massiccio “quantitative easing” europeo. Le vaste consultazioni politiche intraeuropee seguite all’intervento del banchiere centrale di Eurolandia lasciano pensare che questa volta si faccia sul serio.

Quello che importa qui sottolineare è però soprattutto un’importante conferma: l’emissione monetaria e la monetizzazione del debito da parte dell’Eurotower di Francoforte valgono molto di più di tagli, inasprimenti fiscali e spending review con i quali alcuni tra i paesi periferici della zona euro - incluso il nostro - si stanno avviando alla deflazione, alla deindustrializzazione, all’impoverimento ed alla destrutturazione dei propri stati.

Dovrebbe pertanto essere riconosciuto come un interesse nazionale primario per l’Italia, e delle sue maggiori forze politiche, quello di sostenere il corso d’azione della Bce annunciato da Draghi. (g.d.)