Atlantide
23.07.2012 - 18:09
ANALISI
 
Siria: infuria la battaglia per Damasco ed Aleppo
Roma, 23 lug 2012 18:09 - (Agenzia Nova) - Il conflitto civile in atto in Siria è sempre più lontano dalla narrativa che tendeva semplicisticamente a raffigurarlo come lo scontro impari tra un potente apparato repressivo e masse di civili disarmati in cerca della libertà e dell’affermazione dei propri diritti politici. Tale rappresentazione del confronto è stata in realtà fuorviante sin dall’inizio, essendo il frutto di una sofisticata manipolazione delle informazioni. Per mesi, si è combattuto lungo l’asse che divide la Siria alawita da quella maggioritariamente sunnita - una linea parallela a quella di costa - dando luogo a scontri che sono stati particolarmente intensi in prossimità dei confini con la Giordania e la Turchia.

Inizialmente, gli insorti sono stati costretti sulla difensiva dalla preponderanza dell’esercito regolare di Damasco. Ma gli equilibri sul terreno si sono progressivamente modificati. Da un lato, perché gli oppositori del regime hanno ricevuto aiuti e supporti, anche in termini di forniture di materiali d’armamento, che hanno loro permesso di passare, prima occasionalmente poi sempre più spesso, all’offensiva. Dall’altro, perché la cerchia del presidente Bashar al-Assad è stata sottoposta alla pressione concentrica di attacchi e lusinghe che hanno moltiplicato le defezioni.

Grazie ai generosi sostegni esterni ed alle numerose diserzioni, l’Esercito siriano libero conterebbe ormai diverse decine di migliaia di effettivi, con 17 brigate e 260 unità minori costituite su base provinciale e probabilmente assistite anche da consiglieri militari stranieri. A coronamento della costituzione di queste significative capacità militari, nell’ultimo mese hanno finito per trovarsi al centro dei combattimenti anche zone un tempo tranquille, come Aleppo e la stessa capitale, con l’effetto di costringere il regime a mosse che hanno palesato la sua debolezza.

Per difendere meglio Damasco ed i centri nevralgici del potere, ad esempio, Assad ha deciso di sguarnire il fronte del Golan, richiamando a Damasco le unità che fronteggiavano l’esercito israeliano; si è altresì fatto ricorso a strumenti meno convenzionali di lotta, impiegando sempre più diffusamente milizie irregolari al fianco delle forze armate per meglio colpire gli insorti. Soprattutto, si è iniziato a far uso di sistemi d’arma pesanti, di terra ed aerei, anche contro alcuni quartieri della capitale, abitati da sunniti che pare abbiano offerto rifugi e basi operative ai ribelli che stanno sfidando Assad.

Al culmine di questo processo, si è infine verificato la scorsa settimana un atto di grande valenza simbolica, in coincidenza con l’attentato in cui sono stati uccisi i ministri dell’Interno e della Difesa, l’ex capo dell’intelligence militare del regime ed il generale incaricato di condurre la repressione. La rilevanza dell’attacco è stata amplificata dal fatto che le vittime fossero impegnate in un’importante riunione e dalla circostanza che una di loro fosse imparentata con il leader siriano, avendone sposato una sorella. L’impatto politico e psicologico dell’esplosione è stato talmente grande da far ipotizzare a più di un osservatore l’ipotesi che lo stesso rais avesse lasciato la capitale per rifugiarsi a Latakia, una città marittima che si trova nella parte alawita dello stato siriano, anche se le supposizioni sono state rapidamente smentite.

L’attentato del 18 luglio

Non è ancora chiaro se la strage del 18 luglio sia stata provocata da un terrorista suicida o realizzata tramite l’attivazione a distanza di un ordigno piazzato strategicamente da un infiltrato negli apparati di sicurezza siriani. Accertarlo è però di grande importanza, perché in un caso saremmo di fronte alla riprova che il jihadismo costituisce parte importante dell’insurrezione in atto, mentre nell’altro avremmo la conferma della gravità delle crepe interne al regime, che ha già perso qualcosa come 20 generali, oltre a migliaia di ufficiali, sottufficiali e soldati.

Le defezioni sono in effetti continue, incoraggiate come sono dagli incentivi erogati da sponsor affluenti dell’insurrezione come Arabia Saudita e Qatar, oltre che indotte dalla paura di restare travolti nel crollo del regime e dalle scelte di netta chiusura che Assad sta assumendo per ridurre il rischio di essere tradito. Diversi comandanti sunniti, ad esempio, sono stati recentemente rimossi per far largo ad ufficiali di più solide credenziali etno-confessionali.

Occorre comunque sottolineare come quelle siriane siano forze armate di coscritti e come proprio in quanto tali fossero sin dall’inizio condannate a risentire delle tensioni esistenti tra le maggiori comunità del paese. Alcuni abbandoni hanno tuttavia fatto maggior sensazione di altri: è il caso di quelli di Manaf Tlass e dell’ambasciatore di Damasco a Baghdad, Nawaf Fares. Il cambio di campo di quest’ultimo ha incoraggiato il passaggio all’insurrezione di tutta la sua tribù, insediata alla frontiera tra Siria ed Iraq.

La dimensione diplomatica della crisi

L’evolvere della situazione sul campo ha modificato anche i termini della partita diplomatica apertasi intorno al conflitto. Perché la Russia è stata indotta dalle nuove circostanze ad effettuare delle timide aperture nei confronti dello schieramento di osservatori internazionali in Siria, divenuti improvvisamente più utili nella prospettiva di una difesa del regime rispetto agli eccessi dell’insurrezione armata. La svolta apparente del Cremlino aveva indotto l’inviato delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Kofi Annan, reduce da un colloquio con Vladimir Putin, ad un cauto ottimismo circa la possibilità di varare una più incisiva risoluzione nell’ambito del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Non se n’è però fatto nulla. Perché la Gran Bretagna il 17 luglio ha presentato al Palazzo di vetro un documento che, qualora approvato, avrebbe spalancato le porte ad un intervento militare internazionale contro il regime di Assad, facendo esplicito riferimento al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Temendo nuovi esercizi della “responsabilità di proteggere”, Mosca e Pechino si sono opposte, accettando invece il 20 luglio una più blanda risoluzione, con la quale è stata prorogata di trenta giorni la missione attualmente in corso degli osservatori dell’Unsmis. Gli statunitensi hanno peraltro fatto sapere di considerare morta e conclusa questa iniziativa, chiarendo che il mese supplementare concessole servirà solo a prepararne il rimpatrio. Torneranno quindi a casa prima anche i monitor italiani che governo e parlamento ritenevano di mantenere in teatro fino alla fine dell’anno.

Sterilizzata l’Onu, si è iniziato a parlare di “vie alternative”, forse nell’intento di preparare un intervento anche in assenza del mandato del Palazzo di vetro, come accadde nel 1999 con il Kosovo. La Lega Araba, riunitasi il 22 luglio, non ha tuttavia fornito alcuna autorizzazione sostitutiva. In questo contesto, assumono particolare rilievo gli importanti movimenti militari segnalati nello scacchiere, che vedono impegnati quasi tutti i paesi protagonisti lo scorso anno della campagna di Libia, in primo luogo la Gran Bretagna, che ha inviato nel Mediterraneo Orientale una squadra navale guidata dalla portaeromobili “Illustrious”, forse allo scopo di predisporre una massiccia operazione militare di esfiltrazione dei civili occidentali in pericolo.

Tale intervento, di cui si è parlato apertamente anche nell’ambito europeo, dovrebbe ovviamente essere concordato con le autorità di Damasco e probabilmente anche con la leadership politico-militare dell’insurrezione. Non è escluso, tuttavia, che possa trattarsi solo di un pretesto per sostenere più attivamente la causa degli oppositori del regime. La stessa cosa vale per i ventilati piani di attacco concepiti per privare la Siria del suo arsenale chimico militare.

Il regime ha chiarito che di tali armi si varrà soltanto per difendersi da un’aggressione esterna. Ma c’è chi teme che Assad o i suoi alleati stiano considerando di sparigliare i giochi con una mossa offensiva alla Saddam, che nel 1991 attaccò con i suoi missili “Scud” lo stato ebraico, nell’intento di frammentare la coalizione che lo stava bombardando per indurlo a lasciare il Kuwait e far scoppiare un più vasto conflitto regionale. E’ una tesi ardita e poco condivisibile, ma che va considerata.

La situazione appare in ogni caso precaria. Ed anche se si moltiplicano i segni di una crescente insofferenza occidentale per quanto accade, il più probabile sviluppo della situazione è quello che passa per la conferma della linea seguita negli ultimi tempi: che prevede la continuazione del sostegno in armi e finanziamenti alla rivolta, fino al crollo finale del rais. (g.d.)