Atlantide
16.07.2012 - 18:29
ANALISI
 
Finanza: Moody’s riduce il merito di credito della Repubblica italiana
Roma, 16 lug 2012 18:29 - (Agenzia Nova) - Il nuovo downgrade del merito di credito dei titoli del debito sovrano italiano da parte dell’agenzia Moody’s - dopo analoga mossa di Standard & Poor’s - conferma le difficoltà che il governo guidato da Mario Monti sta incontrando sulla scena internazionale. La luna di miele tra Palazzo Chigi ed i mercati è chiaramente finita. Se anche Fitch si uniformerà al giudizio, privando l’Italia dell’ultima A di cui disponga, saranno guai, perché ai maggiori investitori internazionali verrà automaticamente impedito di acquistare i titoli della Repubblica. L’agenzia Moody’s ha motivato le sue scelte facendo riferimento sia alla lentezza delle riforme attuate dall’attuale esecutivo che all’assottigliarsi dell’apporto dato dai capitali esteri alla sottoscrizione dei vari strumenti del debito pubblico italiano.

Nell’immediato, le reazioni dei mercati sono state contenute, ma il rischio connesso a quanto è accaduto non può essere sottovalutato, specialmente alla luce del fatto che quest’anno il Tesoro italiano è chiamato a rinnovare qualcosa come 415 miliardi di euro di titoli in scadenza. Tale cifra corrisponde al 25 per cento del Pil della Repubblica ed anche se una sua parte cospicua è già stata coperta, la strada che resta da fare è ancora irta di ostacoli. L’inquietudine è palpabile. Per tranquillizzare gli investitori, il neo-ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ha proposto un piano di massicce dismissioni del patrimonio pubblico che sembra destinato quasi esclusivamente agli acquirenti stranieri. Ma è più significativo il fatto che un appuntamento con i mercati fissato per agosto sia stato improvvisamente cancellato, come si fa quando non si è sicuri del successo.

Le aste tenute nei primi mesi dell’anno sono peraltro andate relativamente bene, permettendo tra l’altro di contenere il differenziale tra i buoni del Tesoro decennali italiani ed il Bund tedesco, ma il temporaneo successo ottenuto sotto questo versante va con grande probabilità attribuito più all’interventismo della Banca centrale europea (Bce), guidata da Mario Draghi, che agli effetti del rigore praticato dal governo insediatosi a Palazzo Chigi nel novembre 2011. E’ stato infatti l’anomalo quantitative easing varato da Draghi, attraverso il rifinanziamento all’1 per cento delle banche private europee, a sostenere la domanda dei titoli di stato dei paesi in maggiore difficoltà. Gli istituti di credito italiani ne hanno largamente beneficiato, acquistando come convenuto Bot e Btp che il Tesoro poneva sul mercato, seppure al prezzo d’immobilizzare nel debito sovrano della Repubblica proporzioni sempre più larghe delle proprie risorse, accrescendo la vulnerabilità del settore ad eventuali shock.

Alle manovre deflazionistiche varate dal governo Monti si deve invece il grave rallentamento delle attività economiche interne, che si sta riflettendo nell’accentuazione della recessione italiana. Tagli alla spesa pubblica, inasprimento fiscale ed avanzo primario di bilancio stanno avendo ripercussioni pesanti sulla domanda aggregata, che la revisione della spesa pubblica non potrà che enfatizzare ulteriormente. Confindustria è forse eccessivamente pessimistica nell’accreditare una previsione finale per il 2012 corrispondente ad una diminuzione del Pil pari o superiore al 2,4 per cento. Ma resta il fatto che di una contrazione del 2 per cento parla ormai anche la Banca d’Italia.

Un esito simile delle politiche economiche varate dopo il novembre scorso era stato paventato da molti analisti ed è improbabile che il rischio non fosse stato calcolato anche dal governo. Proprio per questo motivo è possibile ipotizzare che i veri obiettivi perseguiti con il rigore economico fossero altri. E’ infatti ragionevole credere che Monti pensasse, varando una serie di misure di forte contenimento della spesa pubblica e di rilancio della crescita attraverso interventi spot di supply side economics, di rafforzarsi diplomaticamente in seno all’Unione europea e sfruttare la propria maggiore credibilità per piegare la Germania ad una riforma dei meccanismi di gestione dell’Unione economica e monetaria, senza la quale l’Italia è destinata a soffocare e deindustrializzarsi.

Cosa non ha funzionato nella strategia di Monti

Il risultato è stato però mancato. Perché l’attuale governo tedesco aderisce maggioritariamente ad una concezione assai ristretta dei propri interessi nazionali, che pare incompatibile con qualsiasi intervento ambizioso di adeguamento delle istituzioni di Eurolandia alla realtà della crisi in atto. Il Cancelliere Angela Merkel non perde occasione di ribadire il suo punto di vista in proposito, al quale si oppone, tra i suoi ministri, il solo responsabile delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, per fedeltà alla visione europeistica che fu di Helmut Kohl.

La circostanza non è casuale. L’attuale architettura della costituzione economica europea garantisce infatti alla Germania eccezionali vantaggi competitivi, ai quali né la Merkel, né parte cospicua della finanza e dell’industria tedesca intendono rinunciare. Poco importa, apparentemente, che la deflazione in atto nei paesi periferici dell’Eurozona in prospettiva riduca l’ampiezza dei mercati di esportazione della Repubblica federale, perché Berlino sta scommettendo adesso soprattutto sui mercati emergenti, in particolare la Cina.

Su questo terreno, Monti ha in parte deluso anche i suoi sostenitori d’Oltreoceano, pur garantendo loro una politica estera più accomodante su una serie di dossier sensibili, come i rapporti con la Russia e l’atteggiamento adottato nei confronti della guerra civile in atto in Siria. Di fatto, l’Italia è rimasta a metà del guado, forse nell’illusione di sviluppare una funzione mediatrice tra Washington e la Germania che avrebbe richiesto la disponibilità di ben altri margini di manovra. Il presidente del Consiglio ha quindi iniziato ad oscillare, indebolendo la propria posizione e quella del paese ai tavoli che contano.

Di qui le difficoltà che Monti - si pensi al suo accorato rilievo concernente i “poteri forti” che lo avrebbero abbandonato - e l’Italia stanno sperimentando. Neanche il controverso meccanismo di calmieramento degli spread, concordato in occasione del Consiglio Europeo del 28-29 giugno, pare aver modificato i termini del problema, perché alla fine, per operare efficacemente, esige un trasferimento di risorse dai paesi più ricchi e più abbienti a quelli in maggiore difficoltà. Un elemento che è destinato ad accentuare il cosiddetto fenomeno della “rivolta dei ricchi”, studiato già negli anni Novanta, che punisce sistematicamente i fautori di politiche di redistribuzione territoriale della ricchezza.

La soluzione ideale per sfuggire alla trappola sarebbe quella di riconoscere alla Bce il potere di acquistare direttamente dagli stati in difficoltà stock di debito sovrano, dotando l’istituto europeo di emissione degli stessi poteri della Federal Reserve Usa, della Bank of England e della Bank of Japan (grazie a quest’ultima il Tesoro nipponico “serve” un debito al 208 per cento del Pil corrispondendo tassi decennali allo 0,84 per cento, contro quelli al 6 per cento dell’Italia). Ma a questa opzione resistono i tedeschi, timorosi di una gestione troppo disinvolta della politica monetaria europea, che rilanci la competitività dei loro partner comunitari.

Se alla Bce non saranno riconosciuti i poteri di una banca centrale ordinaria, è però probabile che con il tempo le pressioni tese ad ottenere una forte ristrutturazione della zona euro aumentino, provocando alla fine risultati simili a quelli paventati, ma al termine di un percorso assai più drammatico. Potrebbero divenire più forti anche le spinte in favore di un’uscita unilaterale dell’Italia dall’euro, che un economista influente come Paolo Savona già raccomanda e suscitano interesse tanto negli ambienti del Pdl che dentro la Lega. (g.d.)
 
Egitto: il presidente Morsi sfida i militari, Usa e sauditi arbitri dello scontro
Roma, 16 lug 2012 18:29 - (Agenzia Nova) - Meritano di esser attentamente monitorati gli sviluppi in atto in Egitto, paese che conta tra gli 80 ed i 100 milioni di abitanti e svolge un ruolo cruciale negli equilibri interni al mondo arabo. Il primo presidente democraticamente eletto, Mohammed Morsi, esponente della Fratellanza musulmana, si è finalmente insediato. Ma le tensioni interne ed internazionali generate dalla sua ascesa, apertamente sostenuta dagli Stati Uniti, non sono venute meno.

Le prime mosse del nuovo capo dello stato paiono evidenziare la sua volontà di stabilire un rapporto forte con la piazza, al quale è certamente funzionale il mantenimento di alcune posizioni di principio che stanno sconcertando parte rilevante dell’opinione pubblica occidentale. Parlando in pubblico nel luogo simbolo della rivoluzione, la piazza Tahrir del Cairo, Morsi si è impegnato ad adoprarsi per ottenere la liberazione da parte statunitense dell’uomo responsabile del primo attentato condotto contro le Torri gemelle, nel 1993. Ma ci sono altri aspetti che debbono essere attentamente esaminati. Il presidente islamico si sta misurando con i militari del suo paese sotto vari punti di vista. E dall’esito della prova di forza in corso dipende parte cospicua dell’avvenire dell’Egitto.

Morsi ha sfidato i generali una prima volta, convocando il parlamento sciolto dalla magistratura, seppure soltanto per una breve riunione in cui l’unica decisione è stata quella dell’assemblea di ricorrere in appello contro la pronuncia di dissolvimento. Fatto interessante, nessuna iniziativa è stata intrapresa dagli uomini del maresciallo Hussein Tantawi per fermare i deputati, forse perché alla sua giunta garantirsi il controllo di alcune posizioni chiave all’interno del governo, come la guida del ministero della Difesa, interessa più che dar vita ad un nuovo confronto con Morsi.

E’ chiaro inoltre che i militari risentono di pressioni alla moderazione che vengono direttamente da Washington. Non a caso, il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, si è appena recata al Cairo. Ma dagli Stati Uniti inviti a non esagerare vengono fatti anche nei confronti della Fratellanza musulmana. Ciò potrebbe spiegare perché il primo viaggio all’estero del nuovo presidente egiziano sia avvenuto in Arabia Saudita, l’unica potenza regionale che disponga delle risorse necessarie a compensare l’eventuale decurtazione degli aiuti che gli Usa generosamente erogano in favore del Cairo. In realtà, Riad è già pienamente coinvolta nelle vicende politiche interne all’Egitto, seppure in una direzione che non coincide precisamente con quella desiderata dagli Stati Uniti.

I soldi dei sauditi hanno beneficiato infatti il Partito salafita, che pressa da destra la Fratellanza musulmana, e si pensa che alcuni mesi fa l’Arabia Saudita avesse considerato anche l’idea di condizionare il comportamento della giunta militare del Cairo, subentrando a Washington nell’erogazione degli aiuti di cui hanno beneficiato le Forze armate egiziane dopo gli accordi di Camp David. In entrambi i casi, l’obiettivo di Riad era ed è quello di arrestare la propagazione della “primavera araba”, o quanto meno imprimerle un corso utile alle sue ambizioni regionali di potenza e non pericoloso ai fini della preservazione della propria stabilità interna.

Pare che nei suoi colloqui a Gedda, Morsi abbia offerto ampie garanzie in tal senso al re saudita Abdullah ed al suo nuovo erede designato. La lotta per il potere politico in Egitto vede quindi accentuarsi il suo profilo internazionale. Israele ne teme comunque gli sviluppi, come provano i primi movimenti di truppe e mezzi militari verso i confini che lo separano dal paese delle piramidi. E’ appena il caso di ricordare come la crescita dell’instabilità locale e regionale sia estremamente pericolosa per l’Italia. Non solo in ragione della nostra prossimità geografica all’Egitto, ma soprattutto perché un’eventuale crisi economica al Cairo genererebbe senza dubbio un incontrollato deflusso di migranti verso tutta l’Europa meridionale. (g.d.)