Atlantide
09.07.2012 - 19:05
ANALISI
 
Libia: il paese al voto
Roma, 9 lug 2012 19:05 - (Agenzia Nova) - Dopo un rinvio di alcune settimane ed una vigilia contrassegnata dalle tensioni, la nuova Libia è andata al voto per darsi il suo primo libero parlamento. Il 66 per cento degli aventi diritto si sarebbe recato ai seggi, qualcosa come 1,7 milioni di persone su 2,7. Non poco. A quanto è dato di sapere al momento in cui si scrive, pare che a riportare il maggior numero di consensi tra le formazioni partitiche presentatesi alle elezioni sia stato il composito raggruppamento guidato da Mahmod Jibril, esponente di spicco del vecchio Comitato nazionale transitorio uscito vincitore dalla guerra civile combattuta contro i lealisti fedeli al colonnello Muhammar Gheddafi.

Sarebbe tuttavia illusorio concludere su queste basi, come pure diversi osservatori superficiali hanno fatto a caldo, che abbiano prevalso i “laici” o peggio ancora i “liberali”; che il fronte islamista sostenuto dal Qatar sia stato sconfitto ed il ruolo di milizie e clan ridimensionato per sempre. La realtà è infatti presumibilmente ben differente.

Dei partiti embrionali si sono effettivamente affrontati – la coalizione condotta da Jibril, denominata Alleanza delle Forze Nazionali, consta da sola di decine di formazioni, cosa che impedisce di considerarla come un movimento nel senso moderno del termine – ed è altresì vero che la filiazione libica della Fratellanza musulmana, Giustizia e costruzione, è andata apparentemente maluccio. Ma anche in ragione della differente esposizione al condizionamento egiziano si sapeva che l’influenza della Fratellanza era forte soprattutto in Cirenaica, regione del Paese significativamente sottorappresentata nella distribuzione dei seggi.

Anche il partito Al Watan, dell’ex jihadista Abdel Hakim Belhadj, pare aver reso ben al di sotto delle aspettative, mentre i voti per le milizie e quelli espressi da clan e tribù sono stati verosimilmente canalizzati verso le numerosissime candidature indipendenti alle quali è stato concesso il diritto di tribuna. Stime realistiche del loro peso debbono ancora esser fatte.

Chi ha la forza materiale sul terreno, tuttavia, ben difficilmente si farà condizionare dalla logica numerica delle istituzioni parlamentari. Scontri si sono segnalati prima, durante e dopo le votazioni. Si può ragionevolmente ipotizzare che continueranno. E’ quindi molto probabile che la nuova Assemblea libica somigli al parlamento afghano, dove si confrontano una maggioranza ed un’opposizione che tuttavia paiono relativamente distaccate dal paese reale.

In Libia, lo Stato è letteralmente da ricostruire, dopo 42 anni di regime ed una guerra che ha lasciato tracce profonde sui legami sociali interni. Mancano un esercito ed una polizia nazionale affidabili e con i quali si possa collaborare per superare la situazione di stallo in cui l’ex colonia italiana è caduta dopo la fine delle ostilità, contrassegnata da uno stillicidio di scontri, alcuni dei quali sarebbero stati di recente sedati anche con il concorso del potere aereo occidentale, stando almeno a quel che afferma l’agenzia Asia News.

E’ certo possibile, come qualcuno ha paventato, che dal processo democratico avviato in questi giorni possa se non altro sorgere almeno una figura di mediazione tra le varie articolazioni della popolazione libica e la comunità internazionale: una personalità abilitata a firmare i contratti concernenti lo sfruttamento delle risorse energetiche e curare la distribuzione delle relative royalties. Ma il rischio dell’instabilità permane elevato. (g.d.)
 
Siria: Annan incontra Assad, mentre gli insorti combattono ormai nei pressi di Damasco
Roma, 9 lug 2012 19:05 - (Agenzia Nova) - La diplomazia internazionale ha continuato a muoversi intorno al conflitto in corso in Siria. L’ex segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha visitato a Damasco il rais Bashar al Assad, nel tentativo di rilanciare il piano di tregua abortito alcune settimane or sono e discutere della nuova road map tracciata a fine giugno a Ginevra.

Il fatto è che mentre si tratta, le forniture militari agli insorti si intensificano, mentre aumentano i fondi messi a disposizione degli ufficiali lealisti desiderosi di abbandonare il campo e passare dal lato delle opposizioni. Così, impercettibilmente, giorno dopo giorno, i rapporti di forza sul campo si modificano sfavorevolmente al regime, che appare ormai in difficoltà nel mantenere l’ordine e la sicurezza persino in prossimità della sua capitale.

Intervenendo in una nota trasmissione radiofonica nazionale, Alberto Negri, inviato del “Sole-24 Ore” nei teatri di crisi, ha rivelato da Damasco come ormai sia possibile sentire permanentemente il crepitio delle armi da fuoco intorno alla città e come risulti interrotta di fatto anche l’arteria che la lega ad Aleppo. Il sito “Debkafile”, ritenuto vicino all’intelligence israeliana, ha poi diffuso la notizia secondo la quale l’Esercito siriano avrebbe già perduto negli scontri degli ultimi mesi poco meno di 9mila uomini.

Sono dati pesanti, che dovrebbero indurre alla prudenza chiunque ipotizzi un coinvolgimento diretto della comunità internazionale e delle forze armate del nostro Paese nella guerra civile siriana. Tanto più che il regime sembra intenzionato a raccogliere la sfida, sia sul piano interno che su quello esterno. I vertici delle Forze Armate stanno andando incontro ad un veloce ricambio, che sta privilegiando i quadri intermedi di affiliazione alawita, cioè appartenenti alla stessa minoranza religiosa degli Assad, in quanto tali ritenuti più affidabili nel ricorrere alle maniere forti. Quanto alla determinazione nel difendere la propria sovranità, i turchi hanno già pagato con la perdita di un loro caccia ricognitore la propria tendenza a sconfinare. Meglio quindi rimanere alla finestra ed osservare cosa succede. (g.d.)
 
Crisi: l'Eurozona resta in balia degli spread
Roma, 9 lug 2012 19:05 - (Agenzia Nova) - Come previsto, non accennano a placarsi le tensioni sui titoli del debito sovrano dei paesi di Eurolandia più vulnerabili. A poco più di una settimana dal vertice bruxellese del 28-29 giugno che avrebbe dovuto disinnescare la miccia, dopo una breve discesa a 400-405 punti base, lo spread che separa i Btp decennali italiani dai Bund tedeschi è risalito a 480.

Sembra improbabile che possa scendere significativamente con il mero ausilio del discutibile meccanismo di calmieramento concordato, sul quale oltretutto hanno già preso a manifestarsi forti elementi di dissenso. Era del resto solo una questione di tempo: i paesi più agiati non intendono trasferire risorse a quelli che a torto o ragione ritengono delle cicale, mentre questi ultimi si oppongono al tentativo di essere commissariati in cambio della concessione degli aiuti.

Dietro la questione permane la generale sottovalutazione della cosiddetta “rivolta dei ricchi”, in atto in tutto l’Occidente dalla fine della Guerra Fredda, la cui incomprensione rischia a questo punto di fomentare un’estesa rinascita dei nazionalismi in Europa, con conseguenze al momento imprevedibili. La minaccia può essere disinnescata soltanto accrescendo i poteri della Banca centrale europea, una mossa che permetterebbe agli europei di risolvere la crisi di fiducia nella solvibilità degli Stati senza implicare alcun trasferimento netto di risorse, ma solo la generazione di massa monetaria supplementare, con cui affrontare la recessione. Non sarebbe un azzardo, tanto più che Federal Reserve e Bank of England hanno in questi mesi praticato politiche assai più espansive senza provocare alcun processo inflazionistico di rilievo.

Ad una strategia del genere, che libererebbe anche l’Italia dall’incubo di una Spending Review infinita, si oppongono però i tedeschi: loro sostengono perché il pericolo di fiammate inflazionistiche potrebbe dar forza e vigore all’estremismo politico. In realtà, sono proprio le politiche deflazionistiche imposte da Berlino ad aver portato i neonazisti di Alba Dorata nel Parlamento di Atene, mentre sussiste il sospetto che la scusa addotta dai tedeschi sia soltanto lo scudo di cui essi si servono per enfatizzare la competitività della loro economia rispetto a quella dei loro partner europei.

Il problema, in sintesi, non sarebbe l’euro in sé, che al contrario potrebbe essere un asset per liberare i paesi dell’Unione dal cosiddetto “vincolo esterno” che ci costringe tutti a procurarci i dollari con cui acquistare le materie prime ed i beni di origine estera che occorrono per soddisfare la nostra domanda aggregata. E’ piuttosto il modo in cui viene gestito. Qualora non fosse possibile modificarlo, diventerebbe davvero ineludibile il piano B di uscita dalla divisa unica, che Paolo Savona raccomanda da tempo di predisporre. La decisione non è interamente nelle mani della Germania. Anche noi abbiamo voce in capitolo. (g.d.)