Atlantide
02.07.2012 - 17:31
ANALISI
 
Ue: il vero bilancio del Consiglio di fine giugno
Roma, 2 lug 2012 17:31 - (Agenzia Nova) - C’è molta “oscillazione” nei resoconti divulgati dalla stampa interna ed internazionale in merito agli effettivi risultati del Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles la scorsa settimana. Nei commenti a caldo, è prevalsa ovunque la nota positiva, secondo cui sarebbe stato compiuto un passo decisivo nella direzione della salvezza dell’euro. Dati gli interessi in gioco, era inevitabile che così fosse. Ad un più attento scrutinio, parte rilevante di questo ottimismo pare tuttavia destituito di fondamento. Si è comprato del tempo, ma non è stata formulata una soluzione strutturale ai problemi che affliggono l’eurozona.

E’ vero comunque che il governo italiano ha ottenuto un significativo successo politico, al quale non è forse estraneo il rischio paventato dal premier Mario Monti di un possibile collasso del suo esecutivo qualora fosse tornato a Roma con un pugno di mosche. Sia come sia, la richiesta italiana di attivazione di un meccanismo di contenimento degli spread tra i titoli sovrani più fragili ed il Bund tedesco, che era sostenuta anche da Spagna e Francia, è stata accolta. Occorre però sottolineare come il meccanismo abbia dei limiti intrinseci che ne rendono improbabile un suo uso efficace protratto nel tempo.

Qualsiasi utilizzo dei Fondi istituiti in ambito comunitario per sostenere i paesi in maggiore difficoltà si scontrerà infatti con almeno due ostacoli. Il primo è il limite fisico delle loro dotazioni, la cosiddetta potenza di fuoco, che potrà essere facilmente saturata da una campagna speculativa sostenuta per un ragionevole periodo. Il secondo è costituito da un fattore strutturale ancora più importante: qualora impiegate, le risorse del fondo salva-stati (Esfs) o del meccanismo europeo di stabilità (Esm) implicheranno comunque trasferimenti di denaro dai paesi forti e virtuosi a quelli più deboli e “prodighi”. E’ facile quindi prevedere le reazioni ostili che la deliberazione del loro impiego susciterebbe nei paesi chiamati di fatto a pagare. Non sarà soltanto un problema del cancelliere tedesco Angela Merkel. Potrà esserlo anche del governo italiano qualora, ad esempio, Roma fosse chiamata a contribuire al salvataggio delle finanze greche.

In sintesi, il meccanismo chiesto dall’Italia ed accettato dal Consiglio europeo rischia, in caso di sua attivazione, di generare estese manifestazioni di quella che già negli anni Novanta era stata definita come la “rivolta dei ricchi”, ovvero il risentimento delle popolazioni e dei territori più abbienti nei confronti di quelli in ritardo di sviluppo e percettori di aiuti. I rischi per la tenuta dell’euro e delle istituzioni comunitarie risultano così paradossalmente aumentati invece che diminuiti.
Eppure, la soluzione alternativa era e rimane sotto gli occhi di tutti. Consisterebbe nel dotare la Banca centrale europea di tutti i poteri dei quali è normalmente provvisto qualsiasi istituto d’emissione.

Occorre ricordare a questo proposito come la ragione storica della fondazione delle banche centrali sia stata la necessità degli stati di avere un prestatore di ultima istanza, capace di fornire ai poteri pubblici liquidità illimitata a prezzi politici. Ed è la presenza di istituti di emissione di questa natura a spiegare perché, ad esempio, con un saggio debito/Pil del 208 per cento il Giappone paghi sui suoi titoli di stato a dieci anni un interesse attualmente pari allo 0,83 per cento, mentre con un rapporto tra debito e reddito al 120 per cento l’Italia debba pagare quasi il 6 per cento.

L’aggressione del debito accumulato con operazioni di acquisto diretto dei titoli dagli stati in maggiore difficoltà permetterebbe inoltre di spezzare il legame che ha finora condizionato la concessione degli aiuti esterni al rispetto di clausole rigidissime e recessive, arrestando la perversa dinamica della deflazione innescata nei paesi deboli dell’eurozona dalle decisioni assunte dopo il 2009.

L’idea di una Bce libera da “lacci e lacciuoli” gode per queste ragioni di vasti sostegni fuori dell’Europa continentale. La sostengono in particolare statunitensi ed inglesi, che hanno bisogno di una domanda europea più vivace per alimentare la propria ripresa. Se non si fa strada ai summit comunitari, ciò accade solo a causa dell’opposizione di una Germania che non ha alcun interesse a rilanciare la competitività dei suoi partner. Al Consiglio europeo si è di fatto optato per un nuovo rinvio. Ci vorrà un po’ prima che gli speculatori più audaci provino a chiamare il bluff, sottoponendo a pressioni i titoli più fragili. Una volta però che il processo verrà avviato, i nodi giungeranno senza dubbio al pettine. Ed è bene esserne consapevoli. Gli spread, temporaneamente in calo da 480 a 420 punti base, risaliranno. (g.d.)
 
Siria: le conclusioni del vertice di Ginevra
Roma, 2 lug 2012 17:31 - (Agenzia Nova) - La conferenza internazionale che l’inviato speciale dell’Onu per la crisi siriana, Kofi Annan, aveva ipotizzato di convocare per la fine di giugno, ha effettivamente avuto luogo a Ginevra nel fine settimana. Anche in questo caso, le sue risultanze sono state largamente enfatizzate dai media, ai quali la disponibilità russa ad assecondare l’uscita di scena del presidente siriano Bashar al Assad ed una soluzione di compromesso basata sulla condivisione del potere tra esponenti del regime e dell’opposizione armata deve essere parsa una novità rivoluzionaria.

In realtà, non lo è più di tanto. E per due motivi. Il primo è che Mosca da tempo considera la prospettiva di un esito yemenita del conflitto civile siriano una base sulla quale trattare, per quanto irrealistica in concreto. Perciò, è sbagliato ritenere che vi sia stato un qualche cedimento nuovo ed inatteso da parte dal Cremlino. In secondo luogo, il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha sottolineato in modo inequivocabile come la soluzione i siriani debbano trovarla da soli, senza alcuna ingerenza esterna e meno che mai un intervento militare promosso dalla comunità internazionale.

La diplomazia di Mosca nega altresì che l’intesa raggiunta a Ginevra implichi necessariamente ed automaticamente l’uscita di scena del presidente siriano, che è invece ritenuta inevitabile da Francia ed Italia. La partita diplomatica, pertanto, continua, anche se non pare ancora all’orizzonte alcuna risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che contempli il ricorso alla forza contro gli Assad.

Nel frattempo, ribelli e lealisti continuano ad esser riforniti di armi e sostegni dai rispettivi alleati esterni, senza che vi siano in vista novità di rilievo. Dal canto suo, la Nato ha respinto la richiesta di sostegni avanzata dalla Turchia del premier Recep Tayyip Erdogan in seguito al controverso episodio dell’abbattimento del caccia ricognitore che era penetrato nello spazio aereo siriano. L’Ue, inoltre, ha accresciuto la propria pressione attraverso strumenti sanzionatori di dubbia efficacia. Sembra proprio il film già visto negli anni Novanta, quando infuriava la guerra civile in Bosnia-Erzegovina.

Per il resto tutto è rimasto invariato, a parte l’evidente aumento delle forze concentrate su ambo i lati della frontiera turco-siriana e qualche iniziativa dimostrativa intrapresa dalle parti in causa, come il decollo di alcuni intercettori F-16 di Ankara, innalzatisi dopo l’avvistamento di alcuni elicotteri di Damasco in volo in prossimità del confine. Gli Stati Uniti continuano ad esercitare pressioni da dietro le quinte, trovando alcuni governi, tra i quali il nostro, più sensibili di altri nell’accoglierne le richieste. Ma non pare francamente negli interessi dell’Europa promuovere una crociata contro il regime degli Assad, dopo quella dagli esiti incerti combattuta contro la Libia di Muhammar Gheddafi. Specie dopo i segnali giunti dal Cairo, dove la vittoria del candidato dei Feratelli musulmani, Mohammed Morsi, alle presidenziali sembra sul punto di permettere agli islamisti di gettare la maschera.

Il neoeletto presidente egiziano, infatti, dopo aver promesso moderazione e la cooptazione delle minoranze nel suo governo, ha solennemente annunciato a Piazza Tahrir di volersi battere per chiedere la liberazione di Omar Abdul Rahman, lo “sceicco cieco” in prigione negli Stati Uniti perché accusato di essere l’ispiratore di un attentato alle Torri Gemelle di New York nel 1993. Davvero un bel premio per la Casa Bianca, senza il cui supporto ben difficilmente i militari della giunta avrebbero accettato l’esito delle consultazioni. (g.d.)