Atlantide
25.06.2012 - 18:44
Analisi
 
Siria: l'incidente diplomatico con la Turchia complica le prospettive di un intervento armato
Roma, 25 giu 2012 18:44 - (Agenzia Nova) - Il conflitto civile in corso in Siria si sta progressivamente ed inesorabilmente internazionalizzando. Tre episodi occorsi negli ultimi giorni paiono particolarmente emblematici. Il primo, se non altro per la sua evidente gravità, si è verificato venerdì 22 giugno, in coincidenza con l’abbattimento da parte della contraerea siriana di un caccia F-4 Phantom appartenente all’aeronautica militare turca. Al momento, molti dettagli rilevanti concernenti l’accaduto rimangono indeterminati. Ed il loro accertamento costituirà prevedibilmente l’oggetto di un aspro confronto diplomatico a causa della grande rilevanza dell’evento. Secondo il sito israeliano “Debkafile”, lo scontro sarebbe scaturito dall’intrusione nello spazio aereo siriano di due velivoli militari turchi, uno dei quali sarebbe stato colpito dalle difese antiaeree di Damasco. Le fonti di parte turca, tuttavia, per il momento non ammettono lo sconfinamento, che rappresenterebbe di per sé, date le attuali circostanze, un atto offensivo non trascurabile.

Ricostruzioni abbastanza neutrali convergono sul fatto che il contatto tra turchi e siriani sia avvenuto a breve distanza dal porto di Latakia. Nulla si sa, inoltre, dei due piloti del jet turco, che secondo la “Cnn” sarebbero vivi, ma che non sarebbero ancora stati raggiunti. E’ verosimile che la Difesa turca stesse conducendo un pattugliamento volto a saggiare la prontezza di reazione delle forze armate siriane, forse anche in connessione con il disegno, appoggiato da Ankara, di costituire al più presto una no fly zone sopra alcune parti contese del territorio siriano. Alcuni analisti sospettano tuttavia che gli aerei turchi stessero conducendo una missione ricognitiva a vantaggio degli insorti.

Lo scacco subito da Erdogan è comunque importante, perché la perdita del caccia F-4, maturata nel contesto di questa operazione forse con l’impiego di sofisticate armi antiaeree di produzione russa, non depone per niente a favore della preparazione militare dell’aviazione turca. Sorprende, per certi versi, anche il fatto che un’azione tanto delicata sia stata affidata ad un velivolo vecchio come il Phantom che, per quanto ammodernato con il contributo delle industrie militari israeliane, non figura più nella linea di volo di alcuna aeronautica occidentale, avendo oltrepassato i cinquanta anni di vita operativa. In sintesi, l’incidente potrebbe aver rivelato non solo la notevole aggressività turca nel contesto di questa crisi, ma anche la probabile sopravvalutazione delle capacità di Ankara. Cose che fanno pensare, nella prospettiva di un esercizio della cosiddetta “responsabilità di proteggere” contro il regime di Damasco.

Qui interviene il secondo elemento importante registratosi nell’ultima settimana. L’inviato speciale delle Nazioni Unite incaricato di gestire il dossier siriano, Kofi Annan, ha accentuato la propria pressione nella direzione di un intervento internazionale, al quale peraltro ha ipotizzato possa partecipare anche l’Iran, allo scopo di garantire il rispetto dei diritti della minoranza sciita siriana, che sarebbe altrimenti a rischio, e più probabilmente ammorbidire in questo modo le resistenze sino-russe. Ovviamente, ciò non basta a precipitare una risoluzione del Consiglio di sicurezza che autorizzi l’uso della forza contro gli Assad, ma è indicativo di una tendenza che potrebbe manifestarsi ancor più chiaramente il prossimo 30 giugno, se avrà luogo la conferenza del gruppo di contatto sulla Siria che proprio Annan ha proposto di convocare.

Contro l’intervento continuano in effetti a schierarsi sia Mosca che Pechino, seppur con dei distinguo. L’atteggiamento russo e cinese è determinato da una pluralità di ragioni, che hanno a che fare non solo con gli specifici interessi del Cremlino e della Repubblica popolare in Medio Oriente, ma anche con la difesa di un principio che entrambi i paesi considerano centrale nella propria visione delle relazioni internazionali: quello dell’intangibilità della sovranità degli stati.

Mosca sta giocando un ruolo di alto profilo in Siria sin dalle fasi iniziali del conflitto ed è difficile che molli senza portare a casa contropartite importanti, sul piano locale o anche su altri dossier di suo interesse. Ed è certamente disponibile a negoziare, ma da basi di forza. Per questo, la Federazione russa ha insistito nell’onorare i contratti concernenti la manutenzione dei sistemi d’arma di Damasco, deliberando di reiterare il tentativo di inviare verso la Siria un cargo carico di elicotteri che la Gran Bretagna era riuscita a fermare: il terzo fatto di rilievo.

Così stando le cose, si può concordare con chi, anche in Italia, predica la prudenza e raccomanda al governo di tenere un profilo basso. Aderire al “driving from behind” statunitense anche in questa circostanza potrebbe infatti rivelarsi estremamente rischioso per il nostro paese. La Siria è osso ben più duro della Libia di Muhammar Gheddafi, essendosi attrezzata a resistere ad una delle più forti potenze militari del pianeta, Israele. Prudenza consiglia altresì di scoraggiare il possibile tentativo turco di esigere un apporto più consistente della Nato alla difesa delle sue frontiere dopo l’incidente costato l’abbattimento di uno dei suo Phantom da ricognizione. Per quanto Erdogan faccia capire di esser intenzionato a discuterne a Mons, la sua pretesa non pare fondata su solidi elementi di diritto. (g.d.)
 
Ue: il vertice quadrilaterale di Roma lascia Monti insoddisfatto
Roma, 25 giu 2012 18:44 - (Agenzia Nova) - Il 22 giugno si è svolto a Roma un vertice a quattro al quale hanno partecipato il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente francese François Hollande, il premier spagnolo Mariano Rajoy ed il presidente del consiglio italiano Mario Monti. L’idea alla base dell’incontro era quella di predisporre una piattaforma comune per pilotare il Consiglio europeo in programma il 28 giugno a Bruxelles. A quanto pare, il tentativo di Hollande, Rajoy e Monti di forzare la mano alla Germania non ha avuto buon esito. I quattro “grandi” dell’Eurozona hanno infatti ribadito che la divisa unica è una conquista irreversibile, ma sul piano delle misure concrete per difenderla si è concordato davvero poco.

La proposta ventilata da Monti, di utilizzare il cosiddetto sondo salva-stati per acquistare i titoli di debito sovrano al superamento di certi livelli predeterminati del loro spread rispetto al bund tedesco, è rimasta lettera morta. Si è invece raggiunto un accordo in base al quale l’uno per cento del Pil dell’Unione, pari a 130 miliardi di euro, potrà essere utilizzato per finanziare un piano di rilancio della crescita. I dettagli del progetto sono rimasti tuttavia oscuri. Un’ulteriore intesa di principio, inoltre, riguarderebbe l’introduzione nell’Unione europea di una tassa sulle transazioni finanziarie modellata sulla cosiddetta Tobin tax, che tuttavia ha scarsissime probabilità di tradursi in fatti concreti, stante la ferma opposizione britannica all’operazione.

Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire. Eppure Mario Monti aveva fatto sapere alla vigilia come in assenza di risultati al prossimo summit europeo il suo governo, ormai nel mirino della grande stampa anglosassone, rischi di cadere. E’ possibile che a questi sviluppi siano da collegare anche le più recenti esternazioni di Silvio Berlusconi che, per la prima volta dal novembre scorso, è tornato ad accennare alla possibilità di assumere nuovamente la guida del centro-destra e del paese.

La crisi che sta contrassegnando le relazioni tra Monti ed i suoi sponsor anglosassoni potrebbe non essere sfuggita all’ex premier, che intravede forse a termine la possibilità di un cambio ulteriore del quadro politico. Berlusconi sa bene che uno dei maggiori ostacoli al suo ritorno è la presenza di Barack Obama alla Casa Bianca. Ciò malgrado, l’ex presidente del consiglio ha assunto una posizione fortemente anti-tedesca che non dovrebbe riuscire sgradita a Washington, proponendo un’alleanza tra gli stati dell’Eurozona che ponga Berlino di fronte all’alternativa secca tra l’accettazione di una Banca centrale europea dotata di pieni poteri, compreso quello di comprare bond direttamente dagli stati, e l’espulsione della Repubblica federale dalla divisa unica. E’ improbabile che gli anglosassoni si lascino irretire dall’iniziativa, tuttavia le reazioni della loro stampa alla proposta meriterebbero di essere attentamente monitorate. (g.d.)
 
Egitto: scongiurato per ora il rischio di una guerra civile
Roma, 25 giu 2012 18:44 - (Agenzia Nova) - E’ stato probabilmente per ora allontanato il rischio di un conflitto civile in Egitto, dove la giunta militare diretta dal generale Mohamed Tantawi aveva cercando di favorire l’ascesa alla presidenza della repubblica del candidato Ahmed Shafiq, ultimo premier dell’era di Hosni Mubarak. Dopo ben tre giorni di attesa, il 24 giugno le autorità del Cairo hanno comunicato che ad aggiudicarsi la carica è stato il leader della Fratellanza musulmana, Mohammed Mursi, con oltre il 51 per cento dei suffragi. Il risultato non era scontato, specialmente dopo le pronunce della magistratura egiziana che la settimana precedente avevano comportato lo scioglimento del parlamento maggioritariamente filo-islamico appena eletto.

I Fratelli musulmani avevano avvertito un intenso odore di brogli e di colpo di stato. Proprio per questa ragione, si erano risolti a coagulare tutte le opposizioni al vecchio regime, incoraggiando contestualmente una nuova occupazione della simbolica piazza Tahrir al Cairo. In questo contesto difficile, i vertici delle Forze Armate non avevano mancato di far conoscere la loro disponibilità ad impiegare tutti i mezzi di cui dispongono per prevenire lo scivolamento dell’Egitto nel caos.

Una decisione in favore di Shafiq era quindi nell’aria. All’inattesa pronuncia in favore di Morsi hanno probabilmente contribuito le pressioni esercitate dall’amministrazione del presidente Usa Barack Obama, che è intervenuta con diversi propri autorevoli esponenti sulla giunta militare del Cairo affinché garantisse il rapido completamento della restituzione del potere ai civili. Washington finanzia da molti anni le forze armate egiziane, ed aveva quindi voce in capitolo. Il fatto che la Casa Bianca non abbia colto l’opportunità di fermare la rivoluzione in atto in Egitto dimostra il carattere di opzione strategica dell’apertura all’Islam politico operata dal presidente Usa lo scorso anno.

Resta a questo punto un’unica incognita. Non è infatti ancora chiaro quale atteggiamento terrà l’Arabia Saudita dopo lo scacco subito. Si riteneva che Riad avesse un accordo con Tantawi, per sbarrare il passo ai Fratelli, ma evidentemente l’intesa non ha tenuto rispetto alla concorrente spinta statunitense. Peraltro, quella di Shafiq non era certo l’unica carta di cui i sauditi disponessero per influire sul Cairo: rimane in piedi quella consistente nel generoso finanziamento dei partiti salafiti alla destra della Fratellanza.

I giochi rimangono quindi in un certo senso ancora aperti. L’ascesa politica della Fratellanza musulmana è già di per sé una grossa incognita per il futuro dell’Europa, persino nel caso in cui i suoi esponenti raggiungano un efficace compromesso con le forze armate per gestire il paese. Ma non è ancora il peggiore degli scenari: è appena il caso di ricordare come un Egitto in preda a turbolenze o alla guerra civile rappresenti per tutta la parte meridionale del nostro continente una minaccia significativa dal punto di vista migratorio. In Egitto vivono circa cento milioni di persone, di cui venti neppure censiti. Se anche l’uno per cento si muovesse per effetto di una crisi prolungata, l’impatto sulla Grecia o l’Italia offuscherebbe quello delle migrazioni dalla Tunisia del recente passato. (g.d.)