Atlantide
18.06.2012 - 21:44
Analisi
 
Egitto: Washington arbitro delle elezioni
Roma, 18 giu 2012 21:44 - (Agenzia Nova) - Tra sabato 16 e domenica 17 giugno si è votato in Egitto per eleggere il successore di Hosni Mubarak, ovvero per scegliere la personalità che dovrebbe rilevare il potere esecutivo dai vertici della Giunta militare insediatasi dopo i fatti di Piazza Tahrir. A contendersi il successo erano due candidati: espressione, rispettivamente, del vecchio regime e di alcune delle forze nuove emerse dopo la rivoluzione dello scorso anno.

A rappresentare i militari ed il loro mondo, il generale dell’Aeronautica Ahmed Shafik, sostenuto da un blocco politico-sociale interessato alla prosecuzione della modernizzazione nazionale ed al mantenimento di un ordine rispettoso delle minoranze. Dall’altro, Mohammed Morsi, esponente della Fratellanza musulmana, movimento che si è imposto immediatamente come l’unico attore capace di porsi in alternativa alla restaurazione del mubarakismo.

Alla vigilia della consultazione, i più autorevoli sondaggi d’opinione condotti sugli elettori avevano attestato un consenso per Morsi compreso tra il 60 ed il 70 per cento dei probabili votanti, contro il 30-40 per cento dell’uomo dell’establishment. E’ sullo sfondo di questi dati che la magistratura egiziana, apparentemente composta da elementi vicini al vecchio sistema, è intervenuta con una sua duplice pronuncia, che ha comportato tra le altre cose lo scioglimento del parlamento appena eletto, dominato dai partiti islamici ma votato sulla base di norme giudicate illegittime perché negavano il diritto all’elettorato passivo delle personalità legate al regime abbattuto lo scorso anno. I giudici egiziani hanno altresì riconosciuto sulle stesse basi le ambizioni del candidato dei militari alla presidenza, che alcuni avrebbero invece voluto escludere dalla competizione in quanto compromesso col passato regime. Di qui, la grande attenzione con la quale si guarda ora all’esito del voto. Si tratta in effetti di un tornante decisivo.

La Fratellanza musulmana ha già cantato vittoria, sostenendo che il suo candidato Morsi si è aggiudicato il 52 per cento dei suffragi. Ma la stessa pretesa è accampata anche da Shafik. Proprio per questo motivo, la partita potrebbe avere una coda, giudiziaria o persino extragiudiziaria, una volta che giovedì 21 giugno saranno stati resi noti i risultati ufficiali definitivi.

Si teme soprattutto che la Fratellanza musulmana possa in qualche modo essere defraudata della sua presunta vittoria, sia attraverso brogli che tramite il ricorso alla forza, in modo non dissimile da quello prescelto negli anni Novanta dai militari algerini, che sbarrarono con un colpo di stato la via del potere al Fronte islamico di salvezza, che pareva sul punto di conquistarlo. La circostanza potrebbe anche innescare un conflitto civile.

C’è tuttavia un importante elemento di differenziazione tra l’Algeria del Fronte di liberazione nazionale e l’Egitto del Maresciallo Tantawi: ed è l’influenza che gli Stati Uniti esercitano sulle forze armate del Cairo, generosamente finanziate dal Pentagono dall’epoca degli accordi di Camp David. Così, non è esagerato concludere che la vera “golden share” nel voto egiziano la detenga la Casa Bianca.

Washington si trova a questo punto di fronte a un dilemma: da un lato, ha in mano le chiavi per sigillare la “restaurazione”, cosa che piacerebbe ai repubblicani più realisti. Appoggiando Tantawi e Shafik, infatti, gli Stati Uniti sanzionerebbero l’esportazione all’Egitto della soluzione yemenita, che molti auspicano anche per la Siria. I moti di Piazza Tahrir si concluderebbero così con la semplice sostituzione del vertice del sistema, rassicurando in particolare Israele, com’era forse nelle iniziali intenzioni dei vertici delle forze armate del Cairo.

Ma una scelta simile negherebbe alla radice l’intera politica sviluppata dall’amministrazione del presidente Barack Obama negli ultimi 18 mesi, basata sull’idea guida dell’apertura all’Islam politico. Sembra quindi improbabile che gli Usa siano inclini verso una soluzione del genere. Pare invece più verosimile che esercitino tutta l’influenza di cui dispongono al Cairo per facilitare il completamento della transizione e l’accesso al potere della Fratellanza musulmana. Ed i movimenti diplomatici osservati negli scorsi giorni – in particolare i colloqui tra Leon Panetta e Tantawi – sembrerebbero corroborare l’ipotesi. (g.d.)
 
Grecia: la vittoria di Nea Demokratia non è risolutiva
Roma, 18 giu 2012 21:44 - (Agenzia Nova) - Non è stato meno importante il voto con il quale i greci hanno rinnovato ieri il loro parlamento, eletto poche settimane or sono ma sciolto perché incapace di esprimere una maggioranza in grado di governare il paese. Si fronteggiavano, come d’abitudine, numerosi partiti. Ma di fatto la scelta si riduceva tra l’appoggio ad una delle formazioni che consideravano la permanenza di Atene nell’euro un prioritario interesse nazionale, e le liste che a vario titolo contestavano gli accordi ai quali la Grecia ha dovuto sottostare per poter continuare ad utilizzare la divisa unica.

Ai risultati delle elezioni politiche greche guardava anche il resto d’Europa, nella convinzione che una vittoria degli euroscettici, guidati da una nuova aggregazione della sinistra radicale, Siriza, avrebbe posto la Grecia sul percorso di uscita dall’euro, avviando di fatto la frantumazione dell’Unione monetaria europea.

In realtà, il quadro è notevolmente più complesso. Non solo perché anche Nea Demokratia desidera negoziare condizioni più favorevoli per il rientro dal debito che affligge le finanze pubbliche elleniche. Ma anche perché sulle scelte e sul destino della Grecia pesavano e pesano molte altre variabili, in larga misura bene al di fuori del controllo degli elettori locali.

Ad Atene si è infatti inizialmente combattuta una battaglia tra le forze finanziarie e politiche internazionali rispettivamente favorevoli alla distruzione ed alla conservazione dell’euro. Poi, sui greci si sono abbattuti gli effetti di chi sta cercando di creare turbolenze nell’economia europea per condizionare in qualche modo le possibilità di rielezione di Barack Obama.

Logica avrebbe voluto che rispetto ad attacchi esterni volti ad indebolire la Grecia per fiaccare Eurolandia, fosse la Germania a difendere Atene, che oltretutto con Berlino divide anche un’obiettiva vicinanza politica alla Federazione russa. Ma ciò è accaduto soltanto in parte, in ritardo, con rara ottusità, rendendo oltremodo arduo il compito delle élite greche, costrette ad imporre alla loro popolazione grandi sacrifici, e quindi dischiudendo la porta a forme aggressive di contestazione del progetto d’integrazione europea.

Con il voto del 17 giugno, filoeuropei e tedeschi dovrebbero aver conquistato del tempo, ma non moltissimo, tenuto conto delle fragilità di altre realtà economiche periferiche facenti parte dell’euro, come la Spagna e l’Italia. L’allarme lanciato dal premier Mario Monti, circa il presunto abbandono del suo governo da parte dei “poteri forti” suona in questo senso particolarmente sinistro. (g.d.)
 
Siria: la flotta russa muove verso Tartus
Roma, 18 giu 2012 21:44 - (Agenzia Nova) - Non accenna infine a placarsi il conflitto civile che insanguina la Siria, in relazione al quale ha preso maggior consistenza negli ultimi giorni la prospettiva di una soluzione di tipo bosniaco, basata sulla creazione nel Paese di una molteplicità di sfere d’influenza. Viene letta in questo modo, in particolare, la decisione presa da Mosca di inviare alcune navi da guerra dotate di capacità anfibie e contingenti di marine a bordo verso il porto siriano di Tartus, alla quale non sono state opposte reazioni di una qualche consistenza.

Proprio per questo motivo, se molti analisti vedono in questo gesto il riflesso di una ferma volontà del Cremlino di difendere ad oltranza il regime di Damasco, altri credono piuttosto di riconoscervi le conseguenze di un accordo raggiunto con Washington, che avrebbe consentito alla creazione di una zona d’influenza russa sulle coste della Siria, in cambio della cooperazione nel perseguire l’allontanamento di Bashar el Assad dal potere e nel prevenire la caduta in mani jihadiste del grande arsenale chimico accumulato dalla Siria come strumento di deterrenza rispetto al nucleare israeliano.

Il carattere unilaterale dell’intervento di Mosca sarebbe considerato con favore anche come precedente per future mosse occidentali nella stessa direzione, specie dopo la brusca interruzione della missione degli osservatori Onu, decretata la scorsa settimana di fronte al continuo aggravarsi della situazione. E’ certo comunque che la questione costituirà l’oggetto di consultazioni al margine del G20 in corso in Messico.

Peraltro, va ricordato come questa iniziativa del Cremlino, che segue di pochi giorni la restituzione a Damasco di un gruppo di elicotteri inviati nella Federazione per operazioni di manutenzione e aggiornamento, potrebbe anche rientrare nei preparativi di uno sgombero ordinato degli asset militari russi dalla Siria. (g.d.)