Atlantide
11.06.2012 - 18:27
ANALISI
 
Libia: ad un anno dalla guerra il paese ancora nel caos nell’indifferenza generale
Roma, 11 giu 2012 18:27 - (Agenzia Nova) - Della Libia si è sostanzialmente smesso di parlare dopo l’uccisione del colonnello Muhammar Gheddafi, l’esecuzione di suo figlio Mutassin e la cattura di Saif al Islam, anche se la situazione nel paese è ben lungi dal potersi considerare stabilizzata. Un potere legittimo, emanazione del vecchio Consiglio nazionale transitorio, si è costituito a Tripoli, ma spesso sfugge alle sue autorità persino il controllo dell’aeroporto, insidiato da milizie locali che si valgono della loro forza per contrattare concessioni.

Le maggiori tribù hanno riconquistato parte cospicua dello spazio politico occupato prima dell’avvento del regime, crollato lo scorso anno. Le notizie di scontri tra milizie rivali sono sempre all’ordine del giorno. S’iniziano ad osservare persino attentati contro gli interessi statunitensi e britannici. In sintesi, le condizioni generali della sicurezza permangono insoddisfacenti, come riconosce lo stesso ministro degli Esteri, Giulio Terzi. Alcune forze partecipi del cartello che ha abbattuto la dittatura, come quelle vicine a Abdelhakim Belhadj, hanno inoltre preso a fornire manovalanza jihadista ad altre insurrezioni, come quella in corso in Siria.

Ma ciò che soprattutto colpisce l’immaginazione è l’affiorare di un contenzioso politico serio tra le maggiori articolazioni territoriali della Libia. Il rinvio di tre settimane, al prossimo 7 luglio, delle elezioni per l’Assemblea costituente che dovevano tenersi il 18-19 giugno, ancorché formalmente giustificato invocando motivi tecnici, si deve in misura significativa alle istanze dei cirenaici, che hanno chiesto ai tripolini una dilatazione del numero di seggi che loro spetteranno nel futuro parlamento, minacciando lo scorso 5 giugno di sottoporre altrimenti a blocco i traffici commerciali con l’ovest del paese. Né sono esclusi ulteriori rinvii, addirittura ad agosto, essendo impensabile chiamare al voto i libici durante il Ramadan, che è ormai alle porte.

Al momento, quindi, non si parla ancora in Libia di una contrapposizione politica tra progetti alternativi per l’avvenire del paese, al contrario di quanto è avvenuto in Tunisia e si sta verificando anche in Egitto. Si è invece tornati allo stadio del confronto tra rappresentanze etno-territoriali diverse. Sotto tutti i punti di vista, si tratta di una significativa regressione.

L’esito era in larga misura prevedibile, così come un altro fatto che sta emergendo nitidamente: la comunità internazionale, già dimostratasi solerte nel promuovere un intervento militare multinazionale in nome della cosiddetta “responsabilità di proteggere”, si tiene adesso alla larga dalla Libia. Non è infatti possibile considerare seriamente la missione inviata dalle Nazioni Unite per contribuire alla ricostruzione delle forze armate e dell’ordine libiche.

Tripoli e Bengasi sono state abbandonate a se stesse, una volta ottenuta la conferma delle concessioni e dei contratti petroliferi. Tale risultato pone in una prospettiva differente, e decisamente più inquietante, l’intera operazione che ha condotto alla liquidazione di Gheddafi: che è stata, ora pare evidente, in parte una vendetta consumata a freddo nei confronti di uno dei regimi più imprevedibili ed anti-occidentali insediatisi nel Mediterraneo, e per altra parte uno strumento per soddisfare le ambizioni di alcune vecchie potenze europee come la Francia, con gli Usa sullo sfondo a trarre tutti i vantaggi che sarebbero derivati da un sensibile indebolimento dell’Europa sulla scena internazionale. (g.d.)
 
Siria: il paese resta in bilico
Roma, 11 giu 2012 18:27 - (Agenzia Nova) - I risultati del conflitto in Libia spiegano forse la grande prudenza della comunità internazionale in relazione alla Siria, oltre naturalmente alla circostanza che a fianco di Damasco sia schierato un complesso di forze decisamente superiore a quello che sosteneva il regime del colonnello Gheddafi. Il tema non ha subìto grandi variazioni nelle ultime settimane, se si eccettuano due dati nuovi: il riavvicinamento della Cina alle posizioni della Russia, che difende la sovranità della Siria dalle interferenze estere, ed il nuovo tentativo Usa di trovare un compromesso con Mosca. Il presidente Barack Obama, in particolare, avrebbe offerto all’omologo russo Vladimir Putin la propria disponibilità ad accettare per la Siria una soluzione alla yemenita, basata cioè sulla rimozione dell’attuale presidente Bashar al Assad ed il contestuale mantenimento del suo regime, chiamando i militari russi a garantire i nuovi equilibri con la scusa di provvedere alla messa in sicurezza del deterrente chimico accumulato dagli Assad.

Si tratta di un’ipotesi certamente interessante, specialmente per Israele, che si sentirebbe forse garantita rispetto al rischio di una caduta della Siria nelle mani dei salafiti o della Fratellanza musulmana, anche se il coinvolgimento possibile dell’Iran nella gestione della ricomposizione della crisi rafforza certamente il sospetto a Tel Aviv che gli Stati Uniti intendano comunque raggiungere in prospettiva un accordo globale sul Medio Oriente e l’Asia Centrale con Teheran. L’Iran, peraltro, ha per il momento risposto picche alle proposte rivolte in questa direzione, nell’intento di associare alla stabilizzazione della Siria un pacchetto concernente il suo programma nucleare. E neanche la Russia pare ansiosa di assecondare i propositi statunitensi.

La situazione è quindi estremamente complessa. Tendenzialmente, si va verso uno stallo, anche se il tentativo degli Assad di accelerare sulla via della repressione sta moltiplicando gli incidenti e le stragi perpetrate sotto gli occhi dei caschi blu, con l’effetto di rinfocolare le pressioni dirette a fermare le forze del regime. Se Damasco non cambia registro, la situazione può quindi ancora sfuggire di mano. Non a caso, stanno riprendendo quota i progetti che tenderebbero ad imporre sulla Siria zone circoscritte d’interdizione al volo e forse anche delle “safe area” a terra. (g.d.)
 
Spagna: l’aggravarsi della crisi continua a sottoporre a tensioni l'euro
Roma, 11 giu 2012 18:27 - (Agenzia Nova) - Nuvole oscure tornano ad addensarsi sul futuro dell’euro. La Spagna, il cui premier Mariano Rajoy pochi giorni fa aveva lamentato la difficoltà ad alimentarsi presso i mercati internazionali, ha chiesto ai partner dell’Unione un prestito da 100 miliardi di euro, che dovrebbe essere concesso il prossimo 21 giugno in vista di una ricapitalizzazione degli istituti di credito iberici, ormai a corto di denaro.

Il meccanismo, questa volta, non dovrebbe passare attraverso un intervento della Bce, ma piuttosto essere gestito attraverso contributi diretti degli Stati membri dell’Unione europea. Il cancelliere tedesco Angela Merkel deve essersi rassegnata all’emergenza anche in ragione dei rapporti strettissimi che legano l’economia spagnola a quella della Germania. Ma l’intervento europeo è appoggiato esternamente anche dagli Stati Uniti, la cui amministrazione è sempre più preoccupata delle ricadute interne di un collasso dell’Eurozona prima delle elezioni presidenziali di novembre. Difficile che alla Spagna non vengano imposte contropartite. Si parla già, in particolare, di ristrutturazioni profonde del settore bancario, che verrebbero chieste dall’Eurogruppo in cambio dello sblocco degli aiuti concessi.

L’aggravarsi della crisi spagnola pone in prospettiva problemi anche all’Italia, che un fine analista come Francesco Sisci vede, dalla Cina, ormai addirittura a rischio di frammentazione. Una cosa è certa: anche Mario Monti ha iniziato ad avvertire la difficoltà del momento. Lo provano emblematicamente il suo accenno al fatto che l’Italia ha comunque compiuto il suo dovere nei confronti dei mercati mondiali, fatto in occasione del recente Forum della Pubblica Amministrazione, e quello, in verità più sorprendente, con il quale il presidente del consiglio ha lamentato di esser stato abbandonato dai poteri forti. Può quindi davvero succedere di tutto. (g.d.)