Atlantide
05.06.2012 - 10:50
Analisi
 
Siria: le diplomazie di Russia e Cina reagiscono alle pressioni occidentali sul paese
Roma, 5 giu 2012 10:50 - (Agenzia Nova) - Il fatto nuovo verificatosi negli ultimi giorni in relazione alla crisi siriana è sicuramente la "capriola diplomatica" della Cina che, dopo essersi avvicinata nelle scorse settimane alle posizioni degli occidentali, ha effettuato una virata in favore del regime degli Assad. Dopo la risoluzione di condanna approvata alle Nazioni Unite nei confronti del governo di Damasco per i tragici eventi di Hula, successivamente documentati dai satelliti statunitensi, Pechino si è in effetti associata a Mosca nello sbarrare il passo a qualsiasi disegno mirante ad ottenere dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu un mandato ad esercitare contro la Siria la cosiddetta “responsabilità di proteggere”.

C’è quindi un nuovo ostacolo sulla via che conduce alla guerra, che si aggiunge alle perplessità manifestate anche da alcuni ambienti statunitensi: è a questo proposito degno di nota il fatto che contro l’idea di un attacco alla Siria si sia espresso anche un gigante del realismo Usa del calibro di Henry Kissinger, che chiaramente non condivide la scommessa del presidente Barack Obama sul caos come strumento di prevenzione di una sfida globale alla supremazia statunitense.

Il riallineamento della Repubblica popolare cinese è certamente un successo per la Federazione russa alla vigilia dell’atteso vertice eurasiatico della Shanghai Cooperation Organization, che è in embrione una specie di “Santa Alleanza” creata per preservare il cuore dell’Asia dalla penetrazione occidentale. E non è l’unico. Vladimir Putin, in effetti, è riuscito a schierare, contro la causa di chi propugna il ricorso alla forza contro il presidente siriano Bashar al Assad, anche la Germania del cancelliere Angela Merkel, che così ha confermato di non condividere le scelte fatte in Europa dal blocco dei paesi ormai favorevoli ad un significativo accrescimento della pressione su Damasco.

Come già accaduto in Libia, dove pare che l’intelligence di Berlino abbia dato un contributo importante alla campagna contro Muhammar Gheddafi, la posizione tedesca sulla Siria non è peraltro priva di una sua ambiguità, posto che secondo gli israeliani del sito “Debkafile”, la Repubblica federale tedesca avrebbe comunque iniziato a rifornire le forze dell’insurrezione ostile ad Assad di importanti quantitativi di armi leggere. Resta il fatto che l’Europa è divisa nuovamente in due, con la parte più filoamericana dell’Ue che ormai comprende organicamente, oltre alla Gran Bretagna, l’Italia e la Francia di François Hollande. Di tutti, il cambio di atteggiamento di Roma è forse il dato più eclatante, posto che mentre nel 2011 l’Italia aveva cercato di ostacolare in tutti i modi possibili il ricorso alla forza contro il regime di Tripoli, nei confronti di quello di Damasco si annovera adesso senza dubbio tra i più aggressivi.

Lo schieramento dei paesi vicini a Washington agisce ormai di concerto anche sui dossier legati alla gestione della crisi economica. Proprio per questo, resta tutta da verificare la tenuta a medio termine del rinnovato ma fragile asse russo-tedesco, al quale è tuttora agganciata anche una Santa Sede in sempre maggiori difficoltà. Il rapporto tra Mosca e Berlino dovrà fronteggiare sfide rilevanti non soltanto relativamente alla Siria, ma su un più ampio spettro di materie, posto che le pressioni esercitate dall’amministrazione Obama su Angela Merkel sono importanti e trovano ascolto in ampi settori del sistema politico della Repubblica federale, particolarmente a disagio per via dell’isolamento in cui la visione nazionalista degli interessi germanici abbracciata dal cancelliere ha cacciato il paese. Agisce sullo stesso versante anche il presidente francese Francois Hollande.

Pur con tutti i suoi limiti, il riallineamento intervenuto tra Cina, Russia e Germania non poteva peraltro essere più tempestivo. E’ infatti difficile che la strage di Hula resti un caso isolato. La rottura della tregua concordata dagli insorti con il governo di Damasco per il tramite di Kofi Annan garantisce ulteriori spargimenti di sangue, e sotto certi profili persino li incoraggia. Le opposizioni che hanno sfidato Assad faranno di tutto per provocarne le repressioni, in modo tale da generare un più sostenuto consenso mondiale alla loro causa. (g.d.)
 
Afghanistan: Cina e Russia temono un aumento dell'instabilità regionale
Roma, 5 giu 2012 10:50 - (Agenzia Nova) - E’ interessante rilevare come al primo punto dell’ordine del giorno dei lavori dell’imminente vertice della Shanghai Cooperation Organization, in programma nella capitale cinese, figuri il tema del futuro dell’Afghanistan dopo la fine dell’intervento militare internazionale. Cina e Russia, infatti, mostrano per la prima volta di temere la propagazione dell’instabilità dal focolaio afgano, dando in un certo senso ragione agli strateghi dell’amministrazione Obama, che nel ritiro occidentale dal paese centro-asiatico hanno anche visto un modo per trasferire sulle spalle dei maggiori rivali planetari degli Stati Uniti gli oneri connessi alla stabilizzazione delle periferie eurasiatiche.

Rispetto alla probabile evoluzione dello scenario afgano, peraltro, Repubblica popolare cinese e Federazione russa avrebbero in realtà soltanto una limitata comunanza d’interessi, che si circoscrive alla prevenzione del contagio islamista ed alla repressione del narcotraffico, rispetto al quale si ipotizza già di allestire una specie di cordone di sicurezza nelle repubbliche centro-asiatiche sorte dalla disgregazione dell’Unione Sovietica. Un’importante esercitazione militare della Sco, della durata di sei giorni, comincerà il 7 giugno in Tagikistan, subito dopo la fine del summit di Pechino.

Il Movimento islamico dell’Uzbekistan, che ha basi nel nord dell’Afghanistan, è considerato in prospettiva una minaccia sia da Mosca che da Pechino, alle prese da anni con le conseguenze della contaminazione islamista della causa uigura. La droga è invece un’emergenza soprattutto per la Russia, che agli oppiacei afgani paga un pesantissimo tributo di vite umane.

Da un punto di vista geopolitico regionale, invece, si riscontra una minore solidarietà di interessi. Mosca e Pechino si trovano in effetti dai lati opposti della barricata afgana, con la prima vicina ai tagiki ed agli uzbechi dell’Alleanza del Nord e la seconda invece prossima ai talebani per il tramite dell’alleato storico pachistano. Nulla permette di escludere, conseguentemente, che proprio il vuoto di potenza in via di generazione in Afghanistan finisca entro qualche anno con l’attirare sul tormentato paese centro-asiatico una molteplicità di spinte ed appetiti che sarà difficile soddisfare in modo coordinato e cooperativo.

Se così fosse, emergerebbe una volta di più la straordinaria complessità ed efficacia di un paradigma strategico, quello dello “Smart Power”, o “potere scaltro”, adottato dall’amministrazione Usa circa 18 mesi fa per risparmiare risorse e recuperare a Washington parte del prestigio morale perduto durante il decennio della “guerra globale” al terrorismo. (g.d.)