Atlantide
29.05.2012 - 11:07
ANALISI
 
Siria: dopo la strage di Hula, Assad in ancora maggiore difficoltà
Roma, 29 mag 2012 11:07 - (Agenzia Nova) - Come pronosticato da diversi analisti, la presenza degli osservatori internazionali inviati dalle Nazioni Unite ha in qualche modo provocato un ulteriore avvitamento della crisi che da 15 mesi ormai insanguina la Siria, dove è in atto una guerra civile che contrappone tra loro le maggiori articolazioni confessionali della società. L’incidente che potrebbe cambiare il corso della vicenda è occorso il 25 maggio scorso nella zona di Hums, a Hula, dove, stando alle ricostruzioni finora disponibili, unità dell’esercito fedeli al regime degli Assad avrebbero condotto un pesante bombardamento contro le abitazioni locali, provocando la morte di un centinaio di persone, fra le quali decine di bambini. Nell’episodio, si sarebbe fatto uso anche di cannoni.

L’attacco e la sua matrice sono stati confermati dai vertici della missione Onu incaricata di verificare il rispetto della tregua concordata tra governo siriano ed opposizione con la mediazione dell’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Le autorità di Damasco, dal canto loro, hanno peraltro negato la ricostruzione dei fatti, accreditando una tesi differente, secondo la quale la strage sarebbe stata invece opera di terroristi vicini ad al Qaeda.

Dell’esame dei fatti è stato investito rapidamente anche il Consiglio di Sicurezza, dove il punto di vista dell’opposizione siriana anti-baathista ha prevalso, anche grazie alla testimonianza del generale Robert Mood, alla testa degli osservatori dell’Onu, permettendo l’approvazione di una dichiarazione di condanna alla quale, per la prima volta, neanche la Federazione Russa si è opposta. La circostanza è degna di nota, perché marca un chiaro avvicinamento della posizione tenuta finora da Mosca a quella adottata dai maggiori paesi occidentali, proprio in coincidenza con la dichiarazione con la quale il presidente Usa, Barack Obama, si è ufficialmente pronunciato in favore di una soluzione di tipo yemenita della crisi. Tra russi e statunitensi, in sintesi, potrebbero essere in atto trattative su una soluzione di compromesso, che preserverebbe l’unità e la laicità della Siria, sotto una figura diversa dall’attuale leader Bashar Assad.

C’è tuttavia da dubitare che l’allontanamento del rais di Damasco basti da solo a riportare la calma in un paese dove il sangue versato è ormai molto e le parti combattono non solo e non tanto pro o contro un uomo e la sua corte, ma per affossare o difendere assetti di potere ben precisi, che privilegiano alcune componenti della società siriana rispetto ad altre. Da un lato, ci sono gli sciiti alawiti ed i cristiani, che considerano a ragione il Baath una loro creatura. Dall’altra, ci sono i vari segmenti del pianeta sunnita, che comprendono elementi della Fratellanza musulmana, graditi agli Stati Uniti ed ai turchi, salafiti sostenuti dai sauditi ed elementi della galassia jihadista, responsabili dei più sanguinosi attentati compiuti nella capitale e contro le strutture di sicurezza del regime.

L’opposizione ha già dichiarato “morta” la tregua, con il probabile obiettivo di esacerbare ulteriormente la spirale degli attacchi e delle ritorsioni, che dovrebbe nelle loro intenzioni portare ad un intervento militare della comunità internazionale, secondo lo stesso schema già visto in Libia e prima ancora in Kosovo. Si vedrà a breve se Annan, che è volato a Damasco, riuscirà o meno a riannodare i fili del dialogo, ma pare molto difficile.

Non incoraggia l’ottimismo neanche ciò che si è osservato nelle poche zone nelle quali gli insorti sono riusciti a stabilire un loro controllo per qualche tempo. Sono infatti state segnalate forme di “pulizia etnica”, specialmente a danno dei cristiani, cosa che spiega l’eccezionale prudenza della Chiesa cattolica in questa crisi, oltre alle ripetute sortite del clero siriano, che denuncia da tempo tutti i pericoli insiti nella vittoria dell’insurrezione. E’ tuttavia improbabile che un Vaticano posto sulla difensiva da scandali che hanno toccato persino l’appartamento pontificio sia in grado a questo punto di opporre un’efficace resistenza.

Così, il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, accelera liberamente sulla via che conduce ad un esercizio della “responsability to protect” contro Damasco, alla quale potrebbe prendere parte con proprie forze anche l’Italia, che ha già propri commando in Giordania, impegnati fino al 30 maggio nell’esercitazione “Leone pronto”. Difficilmente, però, Roma potrà strappare la scena ad Ankara o Parigi, dove il presidente Francois Hollande ha fatto sapere che sarà organizzata a breve la prossima riunione degli “amici della Siria”. (g.d.)
 
Vaticano: la crisi raggiunge la famiglia pontificia
Roma, 29 mag 2012 11:07 - (Agenzia Nova) - Ha un’indubbia rilevanza internazionale anche l’incredibile fuga di notizie e documenti verificatasi ai danni della Famiglia Pontificia di Benedetto XVI, coincisa anche con l’allontanamento dallo Ior del banchiere Ettore Gotti Tedeschi, ritenuto filotedesco e vicino all’Opus Dei.

E’ suggestivo il fatto che l’atto di accusa contro Gotti Tedeschi sia stato stilato da Carl Anderson, statunitense, gran maestro dell’ordine dei Cavalieri di Colombo, con importanti trascorsi nelle amministrazioni presidenziali statunitensi dirette da Ronald Reagan.

Per quanto alla testa dello Ior si sia provvisoriamente insediato un altro tedesco, Ronaldo Hermann Schmitz, già amministratore delegato di Deutsche Bank, appare a questo punto probabile che i nuovi vertici del potente istituto vaticano finiscano per riflettere differenti orientamenti geopolitici, anche per facilitare l’ammissione dell’impresa creditizia vaticana nel circuito delle aziende cosiddette “trasparenti”.

Anche se esistono chiavi di lettura di quanto sta accadendo che tendono a spiegare i più recenti scandali di questi giorni esclusivamente come una conseguenza della lotta interna per la preparazione della successione al Papa regnante, non manca chi, anche nel mondo cattolico, sottolinea la possibilità di ispiratori esteri dell’attacco scatenato contro la Santa Sede. E’ su questa posizione, ad esempio, Rocco Buttiglione, che ha avanzato l’ipotesi di un’infiltrazione di potenze straniere nei più delicati meccanismi della Curia.

La pubblicazione di documenti sottratti al pontefice ha naturalmente determinato l’apertura di un’inchiesta interna da parte della magistratura vaticana. Il maggiordomo della Casa Pontificia, Paolo Gabriele, è la prima personalità ad essere caduta nelle mani della giustizia d’Oltretevere, ma da più parti si sospetta l’esistenza di mandanti in alto loco, dentro e fuori la Chiesa. Alcuni agitano il ricordo della faida condotta dal cardinale Angelo Sodano contro il suo successore Tarcisio Bertone, del quale in effetti sono state invocate anche le dimissioni da segretario di Stato. Ma potrebbe esserci dell’altro.

Il segretario di Stato in carica è in effetti un fedelissimo di Benedetto XVI ed è quindi annoverato anche lui tra i filo-tedeschi, ai quali alcuni osservatori ritengano possano essere ascritti anche alcuni movimenti verificatisi in seno alla diplomazia pontificia. Tra questi, merita di esser segnalata la rimozione di monsignor Pietro Parolin, un emergente con buone entrature presso l’ambasciata degli Stati Uniti, spostato alla Nunziatura di Caracas e sostituito da Giovanni Angelo Becciu, proveniente da Cuba e giudicato non vicino a Washington. L’attacco a Ratzinger e Bertone potrebbe quindi anche avere una sua logica geopolitica.

Occorre in ogni caso sottolineare come non sia la prima volta che la cerchia più vicina al Papa subisce una pesante infiltrazione: il precedente più immediato, tuttavia, risale alla Prima Guerra Mondiale, quando gli imperi centrali riuscirono a piazzare a ridosso di Benedetto XV un prelato che svolse un ruolo di primo piano nell’allestimento della rete di sabotatori che avrebbe affondato in porto due corazzate italiane.

Resta tuttavia difficile che venga davvero allo scoperto il complesso complotto cui questa vicenda va molto probabilmente ricondotta. Va rilevato come il pontificato di Joseph Ratzinger disturbi molti centri formali ed informali del potere mondiale. La Santa Sede non ha condiviso, ad esempio, le aperture fatte dagli Stati Uniti nei confronti della Fratellanza Musulmana, a dispetto dell’intensa attività di lobby svolta in quella direzione dalla comunità di Sant’Egidio, e sta anzi resistendo attivamente, in Siria e non solo, all’avanzata della “primavera araba”.

Della geopolitica di Benedetto XVI non piace neanche l’insistenza dimostrata nei confronti della riconciliazione con il mondo ortodosso, che costituisce il riflesso spirituale del progetto di integrazione euro-russa così duramente colpito negli ultimi due anni. E’ quindi circostanza più che sospetta l’esplosione di questa nuova serie di scandali che coinvolge la Chiesa cattolica in questo momento così delicato per l’Europa e l’area mediterranea. (g.d.)