Atlantide
21.05.2012 - 18:42
ANALISI
 
G8: il vertice di Camp David evidenzia l’asse Usa-Francia contro il rigore tedesco
Roma, 21 mag 2012 18:42 - (Agenzia Nova) - Dal vertice del G8, svoltosi a Camp David nella residenza estiva del presidente Usa, è uscita soprattutto la conferma dei nuovi allineamenti internazionali formatisi in seno all’Occidente negli ultimi mesi. Al presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, è stato affidato il compito d’introdurre i lavori dedicati alla gestione della crisi economica, a riprova del sostegno di cui gode da parte della Casa Bianca, che non desidera indebolire il governo di Roma in questa fase delicata della sua esistenza. Ma il fatto di gran lunga più interessante è l’emersione del nuovo asse franco-americano, il cui consolidamento in funzione antitedesca sembrava peraltro da tempo logico. Per quanto agli occhi di Barack Obama anche l’ormai ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, garantisse la presenza in Europa di un interlocutore in grado di esercitare delle pressioni sul Cancelliere Angela Merkel, il neoeletto François Hollande sembra offrire a Washington una carta ancora più utile.

Hollande, infatti, non solo ha chiesto ed ottenuto un’investitura popolare proprio per arginare l’ossessione di Berlino in materia di rigore monetario e fiscale, ma dispone, a differenza del suo predecessore all’Eliseo, anche della possibilità di condizionare la Merkel per linee interne, sfruttando i propri rapporti con il Partito socialdemocratico tedesco (Spd), che è membro dell’internazionale socialista ed è attualmente il principale partito d’opposizione oltre-Reno. Stante l’interesse statunitense e, soprattutto, dell’amministrazione Obama ad ottenere un rilancio della domanda europea di beni e servizi, in grado di assecondare la ripresa economica Usa prima delle elezioni presidenziali di novembre, una convergenza tra Washington e Parigi era quindi inevitabile ed è un’opportunità anche per l’Italia.

A quanto è dato di capire, gli Stati Uniti non intendono precipitare in questa fase una crisi irreversibile dell’euro, anche se non si esclude che possano favorire la disgregazione della divisa unica in un successivo momento, specialmente qualora in Europa riprendano forza i disegni che mirano a fare del “biglietto blu” una moneta antagonista del dollaro. L’euro è peraltro già sotto la tutela del Fondo monetario internazionale, mentre la Banca centrale europea (Bce) mima come può le iniziative della Federal Reserve, la banca centrale Usa.

All’asse franco-americano si è ovviamente allineata anche Roma. Anche l’Italia, infatti, ha bisogno di un annacquamento del “fiscal compact” e di una razionalizzazione degli strumenti di cui si serve la Bce per superare la crisi di fiducia che ha investito il mercato sul quale sono scambiati i titoli dei debiti sovrani di Eurolandia. Monti, peraltro, non sembra intenzionato ad avallare passi irreversibili nei confronti di Berlino, forse anche nella speranza di riservare all’Italia dei margini per condurre una qualche sorta di mediazione tra le maggiori potenze europee. Così muovendosi, il presidente del Consiglio è riuscito a far cooptare l’Italia nei contatti informali tra i principali stati dell’Unione Europea, fatto certamente positivo. E’ tuttavia importante comprendere che l’Italia non dispone in questo gioco di un’autentica forza propria e che eventuali tentativi di distanziarsi troppo dagli Stati Uniti potranno comportare conseguenze avvertibili anche sui mercati.

Non esistono più, chiaramente, compartimentazioni stagne tra la politica estera e quella economico-finanziaria, giacché quest’ultima è ormai un elemento centrale dei negoziati internazionali tra le maggiori potenze. Proprio per questo, la posizione di principio assunta da Hollande in merito all’anticipazione del ritiro francese dall’Afghanistan non incrinerà in alcun modo la nuova relazione stabilitasi tra Casa Bianca ed Eliseo, non ponendo in pericolo alcun interesse fondamentale dell’America. (g.d.)
 
Nato: il vertice di Chicago conferma il declino dell’Alleanza
Roma, 21 mag 2012 18:42 - (Agenzia Nova) - Dal vertice della Nato svoltosi a Chicago, storico collegio elettorale del presidente Usa Barack Obama, è affiorata soprattutto l’accettazione alleata del piano di rimpatrio delle truppe occidentali dall’Afghanistan, in realtà definito unilateralmente in precedenza dall’amministrazione statunitense. Non deve sfuggire il fatto che due sviluppi ai fini del futuro di Kabul - come la firma dell’accordo di partnership strategica afgano-americano e l’avvio della terza fase della “transition strategy” - hanno anticipato la riunione di Chicago. L’annuncio dell’anticipo alla fine del 2012 del ritiro francese dall’Isaf non implicherà quindi particolari tensioni tra l’Eliseo e la Casa Bianca, che operano di concerto sul ben più rilevante terreno della politica economico-finanziaria internazionale. Tanto più che l’orientamento degli Stati Uniti è comunque quello di concludere entro la fine dell’anno prossimo le operazioni di combattimento a supporto del governo di Kabul.

La missione della Nato in Afghanistan non è più a tempo indeterminato ed alla sua prosecuzione la Casa Bianca annette ormai un’importanza contenuta. Si cercherà ora soltanto di frenare un possibile effetto domino sugli altri paesi presenti sul terreno con proprie truppe. Ma ognuno sta procedendo ad effettuare i propri calcoli e valutazioni, compresa l’Italia, che parrebbe aver posto allo studio un suo piano di ripiegamento, che verrebbe avviato non dalle zone più stabili, ma da quelle più turbolente. Il rimpatrio accelerato dei francesi comporterà forse qualche problema alla pianificazione delle operazioni alleate di quest’anno, almeno per la parte che contemplava l’allargamento della bolla di sicurezza intorno alla capitale afgana, di cui i transalpini coprono un fianco a Kapisa. Ma non sembra implicare difficoltà insormontabili.

Il passo di Parigi appare in effetti del tutto legittimo, stante il modus operandi prescelto negli ultimi anni da Washington. Malgrado quella in corso in Afghanistan sia una missione collettiva, non risulta, almeno ufficialmente, che l’amministrazione Obama abbia ad esempio mai informato gli alleati circa i progressi del pre-negoziato in atto a Doha con i talebani né, tanto meno, sugli obiettivi finali delle eventuali trattative. Il sospetto tuttavia che sia in preparazione un accordo sottobanco che possa prevedere in una qualche forma il ritorno al potere dei talebani è forte. Hamid Karzai lo subodora da tempo. Ne è un indizio anche il ridimensionamento previsto per le future forze di sicurezza afgane, che saranno di oltre centomila unità inferiori per consistenza a quelle attuali.

Perché improvvisamente 230 mila soldati e poliziotti afgani sono adesso ritenuti sufficienti a tenere a bada un avversario che sta contendendo il controllo del territorio a ben 350 mila di loro, appoggiati da oltre 130 mila militari occidentali? Il conto non torna. All’Alleanza si accettano per buone le stime sulla consistenza dell’insurrezione che ne fissano la forza a 30 mila uomini, mentre la migliore letteratura internazionale concorda su una valutazione tripla. Tali valutazioni sono certamente funzionali al disegno di ridimensionare l’ampiezza delle forze di sicurezza afgane, ma potrebbero anche nascondere l’implicita ipotesi di un accordo politico che ponga fine all’insurrezione pashtun alimentata dai talebani in ampie porzioni dell’Afghanistan.

In realtà, il dossier afgano ha perso gran parte della sua importanza. Non è più cruciale ai fini della ridefinizione degli equilibri globali né, tanto meno, al futuro delle relazioni tra Occidente ed Islam politico, che viene definito in altri scacchieri. Non pare più decisivo neanche per l’avvenire della Nato, forse essa stessa vittima di un ridimensionamento nella scala delle priorità di Washington, ora maggiormente interessata all’area pacifica, di gran lunga più importante nella prospettiva del mantenimento agli Usa della supremazia planetaria. (g.d.)