Atlantide
16.05.2012 - 10:38
Analisi
 
Aria sempre più pesante intorno alla Siria
Roma, 16 mag 2012 10:38 - (Agenzia Nova) - Malgrado l’attenzione dei media si focalizzi sugli effetti dell’importante voto amministrativo tedesco che ha indebolito Angela Merkel proprio alla vigilia del suo primo incontro con il neoeletto presidente francese François Hollande, sembra opportuno evidenziare i nuovi sviluppi in atto intorno alla Siria. Risulta infatti ancora in significativa crescita la pressione politico-militare applicata nei confronti del regime di Damasco, e non solo per effetto della decisione europea di varare ulteriori sanzioni. Alcuni dei movimenti diplomatici degli ultimi giorni confermano inoltre la volontà del governo italiano di svolgere nella vicenda un ruolo d’alto profilo. In sintesi, non solo sta aumentando il rischio di un nuovo conflitto nel Mediterraneo, ma esiste la concreta possibilità che l’Italia sia pienamente coinvolta nei combattimenti che si profilano all’orizzonte.

I fatti sono i seguenti. Roma è stata visitata dal premier turco Recep Tayyip Erdogan proprio il giorno in cui il consiglio dei ministri avrebbe approvato l’invio in Siria di 17 osservatori disarmati, destinati a giungere nel paese entro la fine del mese per esser impiegati nel contesto della missione di monitoraggio voluta dalle Nazioni Unite per verificare il rispetto della tregua negoziata dall’ex segretario generale del Palazzo di vetro, Kofi Annan. Il contingente Onu dovrebbe esser composto da circa 300 uomini, ma proprio a Villa Madama, davanti al presidente del consiglio Mario Monti, Erdogan ha affermato a chiare lettere di non ritenere il loro numero adeguato.

Per controllare il rispetto del cessate-il-fuoco, ed indurre in qualche modo le parti ad attenervisi, ha precisato il leader turco, ce ne vorranno almeno tremila. L’indomani, in un’intervista pubblicata dal quotidiano “La Repubblica”, il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha fatto un passo ulteriore, dichiarando che questi tremila uomini dovranno necessariamente essere anche armati ed operare sulla base di un mandato poggiante sul Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.

Nel Capitolo VII della Carta dell’Onu sono disciplinate le iniziative che il Palazzo di vetro può assumere per garantire o restaurare la pace impiegando la forza militare. Lo stesso Terzi ha avuto cura di chiarire come, all’occorrenza, i caschi blu inviati in Siria dovranno stabilire con le armi delle zone protette, in cui garantire la sicurezza di coloro che si oppongono al regime di Damasco. In questo modo, Roma si è messa di fatto alla testa, almeno sotto il profilo della comunicazione, del fronte sempre più largo dei paesi che vorrebbero promuovere un intervento militare umanitario della comunità internazionale in Siria.

Ci vorrebbe, naturalmente, un mandato del Consiglio di sicurezza, che dovrebbe assumere necessariamente la veste di una Risoluzione approvata senza il veto di alcuno dei cinque membri permanenti che siedono nel consesso. Fra questi, solo la Russia sembra in effetti ancora intenzionata ad esercitare le proprie prerogative per fermare il nuovo esercizio della “responsabilità di proteggere” ormai in vista. Ma l’ostacolo potrebbe essere ora meno insormontabile che in passato, stante l’evidente intenzione della leadership russa di rinegoziare i termini delle relazioni tra l’Occidente e Mosca. Molto dipende, in effetti, da cosa gli Stati Uniti dimostreranno in questa vicenda di essere disponibili ad offrire al Cremlino.

Come se non bastasse, nel week end Roma ha ospitato anche una specie di convention con l’opposizione che si riconosce nel Consiglio nazionale siriano, che è stato creato ad imitazione del Cnt libico. Ed al margine dei lavori, il ministro Terzi ha incontrato il suo leader, Bourhan Ghalioun.

Soluzione yemenita o riassetto sul modello della Bosnia?

Si dice in giro che le pressioni politico-militari sulla Siria sarebbero essenzialmente dirette a favorire un esito della crisi simile a quello yemenita, che ha contemplato l’abbandono più o meno volontario del potere da parte del presidente Ali Saleh. Ma esistono molti dubbi sulla riproducibilità del percorso, che la posizione geopoliticamente sensibile della Siria rendono particolarmente gravi. A differenza dello Yemen, il territorio siriano è infatti incastonato tra quelli di Arabia Saudita, Turchia, Iran, Iraq ed Israele, ed è difficile contemplare una equilibrio finale che sia soddisfacente per tutte le parti in causa.

Suggestiva, ma egualmente poco credibile, è altresì l’ipotesi di ristrutturazione dell’area che ruoterebbe intorno alla frammentazione della Siria, nella quale al presidente Bashar al Assad verrebbe lasciato il controllo di un nuovo Stato alawita, che sorgerebbe sulle coste e potrebbe eventualmente comprendere anche Homs. Tale riassetto piacerebbe sicuramente tanto ai russi quanto agli israeliani, dal momento che creerebbe problemi alla Turchia, in ragione della contiguità che si instaurerebbe tra il nuovo stato e la minoranza degli alawiti residenti in Anatolia. Spezzerebbe altresì la mezzaluna sciita che congiunge attualmente Teheran all’Hezbollah libanese, altra cosa gradita a Tel Aviv. Si tratterebbe in questo caso di preparare una specie di Dayton, che però proprio per le ragioni anzidette costituirebbe per Erdogan nulla di meno che una vittoria “mutilata”.

L’alternativa a tutto questo è un’invasione simile a quella effettuata nel 2003 in Iraq, in verità improbabile, od un intervento meno convenzionale, sul genere di quello condotto nel 2001 in Afghanistan, da forze speciali in cooperazione con alleati locali, che è invece più realistico. Per questo preoccupa decisamente l’accumulo di commandos che si sta registrando dal lato giordano della frontiera siriana, dove migliaia di special operators provenienti dagli Stati Uniti, da un certo numero di paesi Nato, dal Qatar e dall’Arabia Saudita, starebbero conducendo un’impegnativa esercitazione, la Lion Eager. Sembra che vi partecipi anche una quarantina di uomini delle unità d’élite della Difesa italiana, anche se non esistono conferme ufficiali al riguardo.

Sarà inoltre soltanto una coincidenza, ma è proprio in quella stessa zona che il governo italiano ha fatto sapere di voler inviare a breve un ospedale da campo. C’è quindi di che essere preoccupati. E la notizia che dall’inizio dell’anno Riad stia accumulando riserve di greggio da utilizzare per calmierare i mercati in caso di maggiori conflitti in Medio Oriente di certo non contribuisce a rasserenare gli animi.

Il governo italiano sembra disponibile ad assumere grandi rischi

Ai timori generici concernenti lo scoppio di una nuova guerra alle porte di casa si sommano le inquietudini relative al ruolo che pare specificamente volervi svolgere l’Italia. Non solo e non tanto perché pare un’imprudenza che un governo tecnico conduca l’Italia in un conflitto dagli esiti comunque incerti. Ma perché una volta entrati in Siria, sarà molto difficile uscirne senza riportare perdite significative.

L’esecutivo italiano reagisce ad una spinta che viene quasi certamente da Washington, desiderosa come lo scorso anno di manovrare dalle retrovie anche questa iniziativa, ma è bene ricordare che Roma non è solida militarmente quanto Parigi o Londra. E l’entusiasmo della Farnesina può quindi risolversi in un boomerang.

La complessità dello scacchiere siriano non può in nessun caso essere sottovalutata. Gli attentati di questi giorni compiuti da terroristi suicidi recano l’inconfondibile marchio jihadista del network internazionale del terrore. Coloro che hanno attaccato le sedi dei servizi di sicurezza del regime baathista non esiterebbero, una volta rovesciato Assad, ad utilizzare gli stessi metodi contro gli alleati stranieri della Fratellanza musulmana che l’Occidente vorrebbe sostenere anche a Damasco. E ci sarebbe altresì il rischio rappresentato dai salafiti, in grado con il supporto saudita di condizionare il futuro politico dell’eventuale nuova Siria, esattamente come stanno facendo i loro cugini egiziani. In sintesi, si aprirebbe il vaso di Pandora, come ricorda persino il presidente tunisino Moncef Marzouki, giunto al potere grazie alla “primavera araba”, che non a caso raccomanda prudenza. (g.d.)