Atlantide
07.05.2012 - 20:22
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7 mag 2012 20:22 - (Agenzia Nova) - La redazione di “Servizi-italiani.net”, di “Agenzia Nova” e del “Giornale delle Regioni” cambia indirizzo. A partire da lunedì 7 maggio la sede operativa si sposterà infatti alla Salita di San Nicola da Tolentino 1b, 00187 Roma, a due passi da Piazza Barberini. I numeri di telefono e di fax resteranno invece invariati.
ANALISI
 
Ue: Hollande vince in Francia; avanzata delle estreme in Grecia
Roma, 7 mag 2012 20:22 - (Agenzia Nova) - Come lasciavano presagire i sondaggi delle ultime settimane, il recupero dei consensi per il presidente francese uscente, Nicolas Sarkozy, non è bastato ad assicurargli la permanenza all’Eliseo. Conseguentemente, la Francia ha voltato pagina, elevando ai vertici dello stato il socialista François Hollande, considerato un outsider fino a pochi mesi fa. Sulle cause della sconfitta di Sarkozy hanno certamente pesato molti fattori, ma due sembrano assolutamente decisivi: il senso di smarrimento degli elettori francesi e la loro volontà di darsi un leader capace di contrattare in Europa una redifinizione generale delle priorità della politica economica continentale. Il neoeletto presidente ha avuto cura di sottolineare sin dal suo discorso di celebrazione della vittoria come “l’austerità non sia una fatalità”, annunciando la propria intenzione di recarsi il prima possibile in Germania per mettere allo studio un’agenda di provvedimenti europei di rilancio della crescita.

Non è chiaro come reagiranno i tedeschi, la cui stampa ha evidenziato in sede di commento come Hollande difficilmente potrà ottenere dal Cancelliere Angela Merkel le soddisfazioni promesse ai suoi elettori. In effetti, contro il rigore si era a suo modo mosso anche Sarkozy, incontrando tuttavia resistenze insormontabili. Adesso, tuttavia, le circostanze paiono più favorevoli ad un nuovo e più convinto tentativo. Hollande potrebbe essere sostenuto da una vasta aggregazione di stati europei, di cui dovrebbero far parte anche Italia e Spagna. La svolta francese dovrebbe riuscire gradita anche al governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, che alla politica dell’intransigenza fiscale sta contrapponendo un rilassamento del rigore monetario al quale probabilmente si deve il contenimento della crisi dei debiti sovrani in corso e forse anche la sopravvivenza dell’euro.

Peserà sulle trattative che Hollande tenterà di avviare anche la considerazione dell’esito delle elezioni greche, dalle quali le forze che si sono spese per la permanenza di Atene nella divisa unica europea sono uscite notevolmente ridimensionate ed indebolite, a vantaggio di tutti i movimenti di stampo estremistico. Fatto emblematico, la recessione indotta dalla stretta imposta ai greci dall’Europa ha portato nel parlamento ellenico i rappresentanti di un movimento politico di stampo dichiaratamente neonazista. La circostanza assume una sua rilevanza perché leva forza all’argomento tedesco secondo il quale occorre privilegiare sempre e comunque la difesa del potere d’acquisto della moneta perché l’inflazione può generare il nazismo. In realtà, l’estremismo trae alimento da qualsiasi genere di guasto sociale, quindi tanto dalle deflazioni traumatiche quanto dai processi inflazionistici accelerati. Questo argomento potrebbe adesso esser fatto valere con maggiore efficacia.

Il risultato delle urne obbliga Atene a cercare la soluzione della grande coalizione, che è un esito possibile anche nell’Italia del post-2013. I due maggiori partiti, Pasok e Nea Democratia, dovrebbero riuscire a reperire in parlamento i pochi voti mancanti che loro occorrono per assicurarsi la fiducia. Se il presidente incaricato, Antonis Samaras, ci riuscirà e saprà governare con i margini esigui che si prospettano, è però presto per stabilirlo. Qualora Samaras fallisse, il capo dello stato greco dovrebbe incaricare il leader della seconda formazione politica per numero di consensi, la coalizione della Sinistra radicale, o Syriza, di Alexis Tsipras. Diventerebbe a quel punto tuttavia inevitabile un nuovo ricorso alle urne, per il quale si parla già di una data in giugno. (g.d.)
 
Afghanistan: Obama a Kabul firma un accordo strategico con Karzai
Roma, 7 mag 2012 20:22 - (Agenzia Nova) - Con un viaggio a sorpresa, svelato peraltro in tempo reale da Twitter, il presidente Usa, Barack Obama, si è recato a Kabul nella notte tra il primo ed il 2 maggio, firmando l’accordo di partnership strategica bilaterale che dovrebbe regolare le relazioni tra Afghanistan e Stati Uniti dopo il 2014. Le parti stavano negoziando da tempo ed i vertici dell’Isaf, la missione militare internazionale a guida Usa, avevano già fatto informalmente sapere alla metà di aprile di aver praticamente concluso le trattative. Era del resto giudicato un obiettivo prioritario dell’amministrazione statunitense presentarsi al vertice Nato di Chicago con il documento siglato.

In sé, il testo dell’accordo non dice granché. Liberamente consultabile su internet, elude i nodi fondamentali. Rimette, infatti, alle determinazioni di una futura ulteriore intesa, l’accordo bilaterale sulla sicurezza da raggiungere entro un anno, la cruciale questione concernente le garanzie di sicurezza che gli Stati Uniti offriranno all’Afghanistan. Alcuni passaggi del patto paiono nondimeno rivelatori della volontà di Washington di svincolarsi dal teatro. Il testo non menziona mai apertamente l’insurrezione né, tanto meno, fa cenno al movimento talebano. Al contrario, riconduce le radici dell’impegno militare internazionale in Afghanistan alla lotta contro al Qaeda, ribadendo che la dissociazione dalla rete transnazionale del terrore è la precondizione essenziale per il perfezionamento del processo di riconciliazione nazionale: termine con il quale gli afgani designano il graduale reinserimento dei talebani nel contesto politico legale del paese.

Inoltre, nell’accordo sottoscritto da Obama ed Hamid Karzai si precisa che gli Stati Uniti non desiderano avere basi permanenti in Afghanistan - pur reclamando la possibilità di accedere all’occorrenza alle infrastrutture esistenti nel paese - né utilizzare il suolo afgano per condurre azioni militari contro stati terzi. Anche l’entità del contributo finanziario Usa al mantenimento delle forze di sicurezza afgane è rimasto sostanzialmente indeterminato, in quanto rimesso a deliberazioni annuali. La flessibilità è dunque massima.

Certo, nel testo si legge che alle controparti del processo “di riconciliazione” verrà chiesto di rinunciare alla violenza e di accettare la vigente costituzione afgana, con particolare riferimento alle parti concernenti i diritti umani e la posizione delle donne. Tuttavia, non è chiaro quale valore effettivo possa essere riconosciuto a queste affermazioni di principio. A Doha, infatti, dove gli americani stanno trattando in segreto, i talebani potranno accettare senza problemi la costituzione che oggi contestano, riservandosi successivamente di modificarla, tanto più che il governo di Kabul ha avuto cura di prevedere che sancisse la centralità della legge islamica come fonte del diritto.

Ciò che tuttavia sconcerta maggiormente è il tono assunto dalla comunicazione istituzionale statunitense. Subito dopo la firma dell’intesa con Karzai, il presidente Obama si è infatti rivolto alla sua nazione, affermando che la fine della guerra è in vista e che la vittoria è ormai a portata di mano. Di quale vittoria si tratti, è presto detto: non certamente quella contro l’insurrezione talebana, che nelle stesse ore colpiva a Kabul una residenza utilizzata dagli occidentali, bensì quella contro la rete internazionale del terrore, in effetti ormai priva di leadership e sostanzialmente superata dalla “primavera araba”.

Obama spaccia dunque per un successo quella che purtroppo è senza ombra di dubbio una sconfitta per tutto l’Occidente, oltre che una tragedia per gli afgani che si sono esposti in questi anni nel sostenere le truppe della Nato, e che ora dovranno riconsiderare il proprio futuro. Vittima collaterale di questa mossa dell’amministrazione Usa è anche l’Alleanza atlantica, che ha continuato ad agire in Afghanistan senza poter in alcun modo disporre d’informazioni concernenti le intenzioni politiche effettive del suo paese leader.

Va peraltro riconosciuto che la scelta del ripiegamento dall’Afghanistan è del tutto coerente con il paradigma strategico adottato dal presidente Usa circa 18 mesi fa, che prevede il trasferimento unilaterale della gestione dell’instabilità alle maggiori potenze eurasiatiche, allo scopo di risparmiare risorse e generare diversioni nella pianificazione militare dei principali rivali di Washington: la Cina, in primo luogo, ed altresì Russia, India ed Iran. Nel 2013 le truppe occidentali cesseranno comunque definitivamente di guidare operazioni militari di controguerriglia in Afghanistan, attribuendone la responsabilità alle formazioni locali. Subito dopo, o quasi, smetteranno del tutto di combattere.

Agli afgani, ed a noi tutti, vien fatto ufficialmente credere che la guerriglia dispone attualmente di soli 30 mila uomini e che 230-240 mila militari e poliziotti afgani basteranno a tenerla a bada e progressivamente “degradarla”. La verità è che l’insurrezione può contare su un numero almeno tre volte maggiore di simpatizzanti armati. Per Kabul sarà quindi dura, specialmente se alle prossime presidenziali, previste per il 2014, le speranze di sopravvivenza dell’attuale quadro politico venissero affidate ad un tecnocrate come Ashraf Ghani, brillante quanto si vuole, ma del tutto privo di solidi ancoraggi tribali.

Alla luce di quanto accade, ovviamente, dovrebbe assumere un diverso significato anche l’impegno militare italiano in Afghanistan, che è stato pensato fin dall’inizio come un pegno del nostro rapporto bilaterale con gli Stati Uniti. Rispondendo ad un recente question time, il ministro della Difesa Gianpaolo Di Paola, è peraltro stato abbastanza evasivo al riguardo, pur ammettendo che presto in ambito atlantico verranno decise le modalità del ripiegamento dal paese e che l’Italia concorderà con i suoi alleati le proprie mosse. Di fatto, tuttavia, la pianificazione del nostro ritiro è già in atto ed alcune testate giornalistiche ne hanno divulgato le linee essenziali. (g.d.)