Mezzaluna
24.04.2012 - 16:55
ANALISI
 
Siria: voci turche e arabe contro un intervento militare di Ankara nel paese
Roma, 24 apr 2012 16:55 - (Agenzia Nova) - E’ ormai pacifico che la maggioranza dell’opinione pubblica turca è favorevole alla rivolta siriana. La popolazione turca, assieme al governo di Ankara e alla maggioranza dei paesi arabi, soprattutto le ricche monarchie del Golfo, deplora la sanguinosa repressione attuata dal regime del presidente Bashar al Assad contro la popolazione del paese da oltre un anno a questa parte. E di questo è consapevole il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, che non fa passare un giorno senza che dai massimi esponenti del suo governo esca una dichiarazione di condanna contro l’ex alleato siriano.

Tuttavia ultimamente non mancano, né in Turchia e neppure in paesi arabi decisamente ostili ad Assad, come l’Arabia Saudita, voci anche autorevoli che cominciano ad esprimere perplessità sulla condotta di Ankara rispetto alla crisi siriana. A questi recenti dubbi bisogna aggiungere l’aperta opposizione dei tradizionali avversari del governo islamico moderato di Erdogan, mossi ciascuno dalle proprie ragioni: alcuni ambienti dell’esercito e altri ambienti tradizionalmente legati al vicino Iran, e le forze laiche di sinistra da sempre ostili a qualsiasi iniziativa dell’esecutivo islamico.

La Turchia è una potenza regionale, forse l’unica in grado di intervenire militarmente in Siria, anche perché ha una frontiera in comune con il paese arabo. Vale pertanto la pena di seguire il dibattito in corso nel vecchio impero ottomano, ed anche quello che si sta svolgendo nelle monarchie arabe per capire quali siano le ragioni che finora hanno impedito al sunnita Erdogan di andare oltre le dichiarazioni di guerra e gli attacchi verbali contro il regime dell'alawita Assad. Nei giorni scorsi “Vatan”, quotidiano turco di proprietà del partito “Giustizia e Sviluppo” (Akp) che governa il paese, ha pubblicato un articolo che potrebbe essere utile per capire le dinamiche politiche in corso.

Con l’eloquente titolo “Perché tanto entusiasmo per la guerra contro la Siria?”, l’analista turco Can Atacli mette in rilievo tutta una serie di “danni” e “rischi” che dovrebbero, a suo parere, far desistere Ankara dall’intraprendere un’avventura militare nel paese limitrofo. Per prima cosa, l’editorialista prende le distanze da Assad padre e Assad figlio, definendoli entrambi “dittatori”; ma subito osserva che tale termine “non è la prova” che l’attuale presidente Bashar “sia sicuramente un criminale sanguinario che uccide il suo popolo". Questo, poiché "abbiamo avuto la certezza che le notizie dei media sono state false, e molti video e filmati manomessi”. Poi, l’articolo passa in rassegna i motivi per i quali la Turchia non dovrebbe intervenire militarmente in Siria.

Per prima cosa, afferma Atacli, un intervento militare “avrebbe subito come conseguenza una ripercussione nel sud est della Turchia, incentivando l’attività terroristica” dei separatisti curdi turchi del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan turco. Un secondo rischio prospettato dall’autore è esterno e chiama in causa una potenza mondiale come la Russia ed un’altra regionale come la Repubblica islamica iraniana, entrambe alleate del regime di Assad. Un eventuale intervento dell’esercito turco in Siria, scrive il giornale, provocherebbe un “imponente schieramento di truppe dell’Iran e della Russia lungo le nostre frontiere (…) e c'è da chiedersi se il governo sia consapevole che questo potrebbe portare ad una piccola terza guerra mondiale con la Turchia come fronte”.

Questi sono i ragionamenti che si fanno negli ambienti vicini al governo, dove si teme addirittura che Ankara possa essere trascinata, dopo un intervento in Siria, “a svolgere lo stesso ruolo militare in un'aggressione contro il vicino Iran”. L’autore va oltre, e ricorda direttamente ad Erdogan che “pensare a guidare il Medio Oriente basandosi sulla popolarità personale presso gli arabi" comporta estrema prudenza nel valutare iniziative belliche, perché "il gioco della guerra è pericoloso e pieno di insidie che possono far evaporare in un attimo la stella del premier turco presso gli arabi”.

Al monito del giornale di casa si aggiunge un altro editoriale allarmato per le sorti dell’economia turca che forse sta alle origini della “titubanza di Ankara” verso la guerra civile in Siria. A lanciarlo è un quotidiano arabo “amico” come “al Sharq al Awsat”, di proprietà della famiglia reale saudita. “Segnali preoccupanti dalla Turchia”: con questo titolo il giornale mette in forte dubbio il “miracolo economico turco”, che ha impressionato il mondo per la sua crescita negli anni scorsi. Vengono messi in risalto i dati del mese del mese di aprile sulle medie di crescita dell’economia nazionale turca, scesa dall'8,5 per cento al 5,2: oltre tre punti di calo, ai quali si devono aggiungere livelli d'inflazione che si aggirano intorno al 10 per cento.

Insomma, una situazione che porrebbe la Turchia “in una lotta sul filo del rasoio tra crescita e recessione”, come osserva Emad al Din Adin, analista e autore dell’articolo, ricordando che il disavanzo nella bilancia corrente turca ha già raggiunto il 10 per cento: una percentuale pesante per un'economia in crescita, soprattutto se fosse chiamata a uno sforzo militare come quello in Siria, che nemmeno la Nato vuole intraprendere.(irb)