Atlantide
23.04.2012 - 18:12
ANALISI
 
Francia: riconferma a rischio per il presidente uscente Sarkozy
Roma, 23 apr 2012 18:12 - (Agenzia Nova) - Dalle urne francesi è uscita la sorpresa che nessuno si aspettava. Al contrario di quanto i sondaggi promettevano ormai da molte settimane, il presidente in carica Nicolas Sarkozy non ha prevalso al primo turno ed è stato invece sorpassato dal candidato dei socialisti, Francoise Hollande, seppure per meno di due punti percentuali.

Le cause di questo scacco inaspettato sono molteplici. E’ evidente, ad esempio, che sulla campagna di Sarkozy, in realtà di gran lunga più brillante di quella del suo opaco rivale della gauche, hanno pesato l’aggravarsi della situazione economica e la più generale inquietudine dei francesi per il loro futuro. Tali fattori strutturali sono stati abilmente sfruttati da Marine Le Pen, leader del Front National, che alla fine è riuscita ad aggiudicarsi quasi il 20 per cento dei suffragi. Il sorpasso di Hollande su Sarkozy è tutto nei punti che la Le Pen è riuscita a strappargli nelle ultime settimane.

Nella prospettiva del ballottaggio previsto per il 6 maggio, i giochi rimangono comunque aperti. I due candidati che vi prenderanno parte hanno infatti raccolto meno del 60 per cento dei voti validi, e c’è quindi una vasta prateria a disposizione di entrambi. Se vivessimo in tempi ordinari, sarebbe lecito attendersi una convergenza dei consensi dell’estrema destra sul presidente uscente, in vista della cui cattura in effetti Sarkozy ha già fatto nei mesi passati importanti concessioni. Tuttavia, la delicata transizione politica che interessa l’Europa rende questo esito assai poco scontato e tutto sommato piuttosto imprevedibile.

Per la riconferma dell’attuale inquilino dell’Eliseo occorrerebbe in effetti il voto della grande maggioranza dei consensi raccolti dalla Le Pen, che però sono stati mietuti sulla base di un programma molto radicale ed antipolitico, rispetto al quale è difficile che possa essere facilmente trovato un punto di incontro. Per Hollande dovrebbe essere più facile, invece, compattare anche i voti dei comunisti e della rimanente parte dello schieramento progressista.

Entrambi i candidati sconteranno probabilmente un certo calo dell’affluenza alle urne. Per Sarkozy, la strada appare adesso tutta in salita. Deve confermare i suoi elettori, che potrebbero anche rivedere le proprie scelte in seguito alla deludente performance elettorale del loro campione, ed in più conquistare un altro 23 per cento di voti: gli servono tutti i suffragi dell’estrema destra, ma non può fare a meno neanche di quelli centristi. Elettoralmente, è in un incubo. Hollande ha invece il vento in poppa. Se gli elettori di Le Pen diserteranno le urne – come pare che voglia fare circa un quarto di loro, stando alle prime rilevazioni – per lui il traguardo si avvicinerà ulteriormente.

C’è da discutere sugli effetti che l’eventuale ascesa del leader socialista potrà avere sul terreno internazionale. Nell’immediato, è possibile che la politica estera francese abbia un momento d’arresto e che comunque al grande dinamismo dell’era Sarkozy segua una fase di decantazione. Non è detto, però, che la Francia di Hollande, se verrà eletto, riporti Parigi nel solco delle sue politiche tradizionali. Tutt’altro. Il leader socialista promette infatti misure politiche che indebolirebbero la coesione europea, cosa che spiega la preferenza di Angela Merkel per il suo rivale. L’ortodossia finanziaria predicata sulle rive del Reno riceverebbe un altro colpo micidiale, dopo quelli inferti abilmente dal governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi.

L’ascesa dei socialisti all’Eliseo dovrebbe quindi indebolire ulteriormente il vecchio asse franco-tedesco, a tutto vantaggio degli Stati Uniti. Tutto sommato, da una vittoria di Hollande in queste presidenziali potrebbe clamorosamente derivare persino un’accentuazione di fatto del filo-americanismo “sarkoziano”.(g.d.)
 
Afghanistan: accordo fatto tra Stati Uniti e Karzai?
Roma, 23 apr 2012 18:12 - (Agenzia Nova) - Il raggiungimento di un accordo tra gli Stati Uniti e l’amministrazione afgana diretta dal presidente Hamid Karzai è certamente un fatto di rilievo della settimana. Dovrebbe essere a questo punto quasi in porto il progetto di trattato di partnership strategica destinato a regolare i rapporti tra Washington e Kabul dopo il 2014. Dell’intesa non si conoscono ancora i dettagli. Si sa tuttavia che al suo nucleo vi è, da un lato, la questione del futuro della missione Enduring Freedom, che necessita di un punto d’appoggio in Afghanistan e, dall’altro lato, l’impegno chiesto da Karzai a sostenere economicamente il suo paese una volta che l’Isaf avrà esaurito il proprio mandato.

In gioco, ci sono delicati equilibri. Perché Karzai desidera evidentemente una maggiore autonomia per il proprio paese, ma si rende conto di non disporre della forza necessaria a sopravvivere ad un’eventuale massiccia offensiva talebana. Gli attacchi di queste settimane costituiscono in effetti un test molto importante, sia per l’esercito e le polizie di Kabul, che per la Nato.

L’Isaf ha in effetti accelerato i tempi della cosiddetta Transition Strategy, che dovrebbe condurre entro la metà del prossimo anno l’intero territorio afgano sotto la responsabilità delle locali forze di sicurezza. Si dice che sia un processo comunque basato sulla verifica delle condizioni presenti sul terreno. Ma la mancanza di un monitoraggio ex-post dei risultati tradisce in qualche modo una tentazione di disimpegno che gli afgani più accorti hanno già percepito. I programmi addestrativi a profitto dei militari e poliziotti afgani sono stati intensificati. Ma è chiaro che avranno comunque bisogno a lungo di una copertura alle loro spalle, che è politica prima ancora che militare.

Le variabili che si muovono sulla scacchiera sono in ogni caso molteplici. Del processo in corso a Doha, nessuno in Afghanistan desidera parlare, anche se è chiaro che tutti i maggiori protagonisti della vita politica locale tengono d’occhio gli sviluppi del possibile negoziato in Qatar. E’ forte il sospetto che possa ad un dato momento intervenire un accordo diretto tra statunitensi e talebani, che finirebbe con lo spiazzare il governo di Kabul, spaventando tutti i suoi sostenitori e convincendo a gettare la spugna molti di coloro che sono interessati alla modernizzazione dell’Afghanistan.

Nessuno sa davvero che cosa stia succedendo, forse neanche a Bruxelles, dove nessuno si attende lumi dagli Usa circa le prospettive delle possibili trattative avviate in Qatar, neanche al prossimo vertice di Chicago, fermo restando che gli eventuali risultati saranno comunque accettati e sostenuti. Alla Nato, si segue al momento un sentiero che poggia ancora sulla premessa che le forze dell’insurrezione possano essere “degradate” ed in ultima analisi costrette a piegarsi ad un progetto di riconciliazione nazionale che contemplerebbe l’ingresso nella politica nazionale di una qualche forza di ispirazione talebana, opportunamente “ripulita” ed indotta ad accettare alcuni dati del quadro istituzionale stabilito dopo il 2001.

Chi ritiene tale prospettiva realistica sposa in genere anche stime sulla consistenza della guerriglia che non attribuiscono ai talebani più di 30 mila uomini. Sfortunatamente, non è questo il dato accettato dalla letteratura prevalente in materia, secondo la quale invece gli studenti coranici avrebbero almeno 90-100 mila effettivi. Una differenza non da poco, che pone un problema di fondo: o la strategia atlantica è basata su premesse sbagliate, ed è quindi affetta da un vizio di base che ne minerebbe credibilità ed efficacia; oppure risente di un condizionamento imposto da chi ritiene di dover manipolare l’opinione pubblica internazionale ed i governi alleati, per preparare alle spalle l’accordo politico con i talebani.

Anche le candidature prospettate per il dopo Karzai, ammesso e non concesso che il presidente in carica molli la presa, sono deboli: tecnocrati come il ministro delle Finanze Ashraf Ghani o uomini del nord come Abdullah Abdullah non paiono, per motivi differenti, all’altezza della complessità della sfida che si prospetta. Ciò autorizza i peggiori sospetti, specialmente a Kabul, dove la sensibilità nei confronti delle teorie cospiratorie è storicamente assai elevata.

In queste condizioni, è bene esser consapevoli che questa volta Nato e Stati Uniti non sono sinonimi, a dispetto delle apparenze. La Casa Bianca controlla in esclusiva la formulazione della politica e della strategia, avendo a proprio esclusivo punto di riferimento gli interessi globali di Washington, e riservandosi di utilizzare le istituzioni atlantiche solo a posteriori, come meccanismo d’informazione e consultazione, per adeguare le scelte dei propri partner. In queste condizioni, la scelta italiana e di diversi altri contingenti nella direzione della riduzione dei rischi appare assolutamente condivisibile. (g.d.)