Atlantide
16.04.2012 - 10:39
Analisi
 
Afghanistan: le prospettive per il paese ad un mese dal vertice Nato di Chicago
Roma, 16 apr 2012 10:39 - (Agenzia Nova) - Il conflitto afgano continua a riservare sorprese. Mentre il dibattito nelle capitali nazionali dei principali paesi impegnati nelle operazioni di stabilizzazione in Afghanistan verte principalmente sui tempi e le modalità del ritiro delle truppe internazionali, alla Nato l’opinione prevalente è quella di un impegno destinato a protrarsi ben oltre il 2014. Nessuno sa esattamente che forma prenderà la presenza occidentale in Afghanistan dopo quella data, ma a Bruxelles si è fortemente persuasi che all’Isaf (forza della Nato) succederà comunque una nuova missione, probabilmente più leggera e dotata di funzioni differenti.

Verosimilmente assumerà peso ulteriore l’attività formativa delle forze di sicurezza afgane, ma non è escluso che le unità destinate a rimanere possano anche svolgere mansioni di combattimento, se questo sarà imposto dalla situazione. E’ difficile al momento valutare il realismo di questa prospettiva. L’amministrazione del presidente Usa, Barack Obama, sembra infatti particolarmente desiderosa di archiviare al più presto la partita. Almeno questo è il messaggio che emerge in questi mesi di campagna elettorale. Si dovrà probabilmente attendere novembre per saperne di più e soprattutto verificare se il presidente Usa confermerà l’architettura data alla strategia globale degli Stati Uniti nel 2011, che è basata sul ritiro selettivo da una serie di teatri ritenuti ormai secondari, o cercherà invece di tornare ad un impianto più tradizionale.

In Afghanistan, nel frattempo, i fautori della conservazione dell’attuale quadro politico sentono puzza di bruciato. Sono preoccupati in particolare per le recenti esternazioni del segretario alla Difesa, Leon Panetta, che ha notevolmente ridimensionato le ambizioni coltivate precedentemente in materia di consistenza organica delle future forze di sicurezza afgane. Il traguardo delle 230-240 mila unità, di cui questi ha recentemente parlato senza però ufficializzarlo in alcun documento vincolante, è sensibilmente inferiore a quello di 350 mila ipotizzato finora. Il pessimismo suscitato da questa sortita ha certamente risentito anche della considerazione del fatto che il minor numero di effettivi ora prospettato dovrà fare a meno anche della presenza sul terreno del contingente Nato e della sua forza aerea.

La correlazione delle forze sarebbe quindi destinata a deteriorarsi in modo insostenibile, se non intervenisse qualche novità di maggiori proporzioni a livello politico, cioè un accordo con i talebani. Il processo negoziale di Doha è però completamente assente nelle considerazioni prevalenti a Bruxelles, dove si ritiene che l’argomento non verrà trattato neanche in occasione del prossimo vertice atlantico di Chicago, previsto per il prossimo maggio.

In sintesi, l’inquietudine degli afgani è condivisibile. Sotto questo profilo, infatti, gli americani sembrano muoversi più unilateralmente che mai, limitandosi ad utilizzare la Nato come semplice stanza di compensazione e limitata correzione delle decisioni già prese a Washington. Non si prospetta alcun coinvolgimento alleato nel processo. Di conseguenza, la pianificazione atlantica dell’intervento prosegue come se nulla fosse, cioè seguendo lo schema originario, che prevede l’ordinata transizione delle responsabilità per la sicurezza del paese dall’Isaf alle forze di sicurezza nazionali. Assumendo cioè che non vi sia alcun futuro politico possibile per i talebani, a meno che questi non si “riconcilino”, abbandonando la lotta armata ed accettando la prospettiva di un loro coinvolgimento nell’arena politica.

La situazione, tuttavia, pare differente. E gli stessi afgani sembrano fortemente temere la prospettiva di quello che sarebbe a tutti gli effetti un voltafaccia statunitense. Il ministro degli Esteri afgano, Zalmai Rassoul, è riuscito recentemente ad ottenere la disponibilità del Qatar ad allargare l’esercizio negoziale di Doha ai rappresentanti del governo afgano. E’ stato facile, perché nell’emirato si dà per certo che a rifiutarlo saranno gli stessi talebani, disponibili a discutere solo con gli americani, mentre provvedono a creare dei fatti compiuti sul territorio. (g.d.)
 
Afghanistan: come Kabul ha vissuto gli ultimi attacchi dei talebani
Roma, 16 apr 2012 10:39 - (Agenzia Nova) - La clamorosa ondata di attacchi che ha scosso l’Afghanistan e la capitale Kabul ieri, domenica 15 aprile, a pochissimi giorni di distanza dalla visita del segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, al presidente Hamid Karzai, va letta precisamente in questo contesto. Nel momento in cui l’attuale capo dello stato afgano apre alla prospettiva di un anticipo delle elezioni presidenziali, al probabile scopo di celebrarle prima del ritiro dell’Isaf, la guerriglia ha deciso di sferrare un colpo di grande impatto mediatico, che non mancherà di avere importanti ripercussioni psicologiche, specialmente all'estero.

In Afghanistan, invece, è probabilmente diverso. E’ differente soprattutto a Kabul. E’ stato assaltato anche il parlamento, alla cui difesa hanno peraltro partecipato anche numerosi deputati, saliti sul tetto della struttura per sparare agli aggressori. Nella capitale afgana lo stato d’animo prevalente è un misto di fatalismo, accettazione della situazione e abitudine alle violenze. Pochi minuti prima degli attentati, che hanno implicato l’utilizzo di numerosi kamikaze secondo uno schema già visto in altre occasioni, la città appariva tranquilla. Anche sotto questo punto di vista, purtroppo, Kabul somiglia sempre di più a Saigon. Rispetto a sette anni fa, la capitale afgana mostra infatti i segni di un significativo benessere economico: non si vedono più le torme di bambini scalzi che si appostavano nei pressi dell’aeroporto ad attendere i visitatori esteri per beneficiare delle loro elemosina. Si scorgono invece anche persone ben vestite e chiaramente benestanti.

Il traffico è pesante ed attraversare il centro può implicare anche ore di guida. Sono sorti palazzi, alcuni dei quali vengono ora utilizzati come basi dalle quali tenere in scacco forze internazionali ed ambasciate. Ma c’è ora anche una zona verde, di cui nell’autunno del 2005 si intravedeva solo l’embrione. Il quartier generale dell’Isaf è difeso da numerose cinte murarie in cemento armato. Ci sono posti di blocco ovunque ed è proibito far fotografie persino per strada. In occasione degli attacchi, dalla base Nato situata nel centro cittadino non è uscito nessuno. La battaglia per il controllo del parlamento, bersaglio principale dell’attacco, e quella per scovare gli assalitori ripiegati nel cantiere di uno dei nuovi alberghi che stanno sorgendo a Kabul sono state sostenute esclusivamente dall’esercito e dalla polizia nazionale afgana.

E’ un peccato che gli eventi abbiano preso questa piega infelice, tanto più che qualche risultato concreto era stato ottenuto: a parte il relativo benessere della capitale, è un fatto che oggi l’Afghanistan possa essere raggiunto anche con voli civili e che all’aeroporto locale esistano dogane e controlli di sicurezza gestiti dalle forze dell’ordine come in qualsiasi altro paese normale. Il 15 aprile segnerà un’altra tappa nel lungo processo di ritorno dell’Afghanistan nel caos. Gli afgani vicini al Governo, ascoltati in una serie di incontri a porte chiuse, rimproverano l’Occidente per non aver saputo piegare le ambizioni del Pakistan e molti lo accusano anche di aver fomentato la corruzione, attraverso l’erogazione di aiuti che hanno raggiunto la popolazione quasi esclusivamente attraverso la mediazione delle Ong dei nostri paesi.

Ci sono sicuramente anche responsabilità interne, che i più intelligenti ed aperti tra gli interlocutori locali ammettono: ma la storia dell’Afghanistan era ben conosciuta al momento in cui si decise di intervenire militarmente sul suo suolo. Si sapeva delle fratture che ne caratterizzavano il corpo sociale, della radicalizzazione alla quale era andato incontro e della sua scarsa disponibilità a tollerare forti governi centrali e forze militari straniere. Per questo, nel 2001 i vertici politico-militari statunitensi avevano pensato ad un approccio leggero ed una presenza nel paese che non andasse oltre i cinque anni. Le cose sono andate diversamente. Forse, l’errore maggiore è stato immaginare che si potesse costruire uno Stato moderno dove non ce ne era stato mai uno: illusione che abbiamo alimentato specialmente noi europei fino al punto di rimanerne prigionieri.

Andremo via dall’Afghanistan, in un modo o in un altro, tradendo le aspettative di chi ha scelto di schierarsi dalla parte dell’Occidente. Gli americani lo faranno trovando comunque un modo di tutelare i propri interessi ed il loro prestigio, magari creando un problema a cinesi, russi ed iraniani. Noi europei, invece, festeggeremo la fine dell’impegno come un regalo del destino, dimenticandone la più importante implicazione: una grave crisi morale delle nostre politiche estere. (g.d.)