Mezzaluna
12.04.2012 - 18:06
Analisi
 
Mali: lo “stato” dell’Azwad conteso da tuareg ed estremisti islamici
Roma, 12 apr 2012 18:06 - (Agenzia Nova) - La proclamazione da parte dei tuareg del Mali, lo scorso 6 aprile, dell’indipendenza dello “stato dell’Azwad”, nel nord del paese, ha provocato una serie di reazioni negative da parte della comunità internazionale, preoccupata dall’emergere nella regione di un nuovo focolaio di tensione. Il timore è che si venga a determinare un nuovo terreno fertile per l’addestramento di gruppi islamici radicali, accrescendo le minacce alla sicurezza dei paesi limitrofi. La nuova entità statale dell’Azwad, composta dalle province Timbuctu, Gao e Kidal, appare infatti destinata a finire tra il martello dei separatisti tuareg e l’incudine dei fondamentalisti islamici, i quali sono molto interessati a prendere loro stessi il controllo di un’area più grande della Francia, per la maggior parte desertica, che faciliterebbe grandemente i loro spostamenti tra i paesi limitrofi: Mauritania, Niger e Algeria.

Già dal primo momento dell’annuncio dell’indipendenza sono emersi problemi tra i tuareg, che dal 1960 sognano un proprio stato, e i fondamentalisti islamici che hanno subito osteggiato la nuova identità, annunciando una jihad (guerra santa) per imporre la legge islamica non solo nel nord del Mali ma in tutto il territorio del paese. Vale la pena ricordare che gli arabi della zona non vogliono essere governati dai tuareg, per cui l’annuncio della jihad potrebbe non cadere nel vuoto. L’insieme di questi contrasti, se aggiunti ai timori degli stati vicini per la nuova situazione che si è venuta a creare - sostengono diversi osservatori della regione del Sahel -pone le premesse per un’esplosione di violenza in tutta la regione.

Sul campo, il movimento dei tuareg sembra non poter controllare la situazione. Infatti gli islamici del gruppo estremista Ansar al Din (Partigiani della fede), guidato da Abad Aga Ghali, appare nettamente più forte. Ghali, esponente di spicco del movimento di ribellione dei tuareg negli anni Novanta del secolo scorso, è passato infatti nel frattempo a fianco dell’Organizzazione di al Qaeda nella terra del Maghreb islamico (Aqmi), ed è stato visto a Timbuctu tra capi dell’Aqmi. Tra questi ultimi, è stata riconosciuta la presenza dell’inafferrabile capo della filiale algerina di al Qaeda, Mukhtar Boualmukhtar.

I Partigiani della Fede, che tengono sotto il loro controllo la città di Timbuctu, affermano di condurre una guerra “contro l’indipendenza e per imporre l’Islam” e hanno proclamato la sharia (legge islamica): una sfida lanciata sia al potere centrale di Bamako che agli indipendentisti tuareg. Una minaccia che ha suggerito al “Movimento nazionale per la liberazione dell’Azwad” (Mnla) di dirsi disponibile ad un “partenariato internazionale” proprio per combattere l’Aqmi. Un loro portavoce in Francia, Moussa Aga al Thaher, ha affermato: “Tendiamo la mano ai paesi interessati a questa minaccia terroristica per chiedere la costituzione di un partenariato con il nostro movimento per condurre la lotta al terrorismo”.

A complicare ulteriormente la situazione nel nord del Mali vi sono gli arrivi a Timbuctu di molti combattenti del movimento nigeriano radicale Buku Haram, che si sono aggregati all’Aqmi. Secondo fonti algerine, negli ultimi tempi l’Aqmi ha intensificato i suoi contatti con i Buku Haram dando il via ad una collaborazione vista come grave rischio per la stabilità della regione. A questo ci sono da aggiungere i rischi di un conflitto a sfondo etnico, dopo la creazione del Fronte nazionale per la Liberazione dell’Azwad (Fnla), composto da 500 uomini armati, quasi tutti di etnia araba della provincia di Timbuctu. “Siamo arabi di Timbuctu, e non saremo mai governati da un tuareg di Kidal”, ha affermato un miliziano dell’Flna al quotidiano algerino “el Khabar”.

Interpellato dal quotidiano libanese “Al Safir”, l’analista britannico Paul Melly, esperto in questioni africane, ha detto che “esiste un reale rischio di conflitto tra i jihadisti dei Partigiani della fede e i ribelli tuareg che hanno un programma laico”. Tutto è possibile, ha aggiunto: “La situazione è complessa perché la questione non si limita solo ai contrasti sulla politica, la religione oppure i diritti dei tuareg, ma ci sono anche rilevanti interessi economici nel Sahara del Mali, tra i quali gli enormi proventi che derivano dal traffico di uomini e di droga, nei quali sono pesantemente coinvolte anche le organizzazioni criminose internazionali”.

Marina Ottaway, coordinatrice del progetto Carnegie per la democrazia in Medio Oriente, non dà invece per scontato lo scoppio di un conflitto. Interpellata dal foglio libanese “Al Safir”, la Ottaway ha detto: “Non credo che assisteremo ad una guerra aperta tra i secessionisti tuareg e i Partigiani della fede, perché entrambi sono movimenti con un’organizzazione debole, e devono gestire un’area immensa”. Per l’esperta tuttavia “non esiste un controllo rigido sul deserto del Sahara, e nessuno stato a sud né a nord dell’area appare in grado di tenere sotto controllo tutte le parti in causa”. E’ per questa difficoltà oggettiva – afferma sempre la Ottaway – che gli Stati Uniti cercano di formare un’alleanza tra tutti gli stati della regione per far fronte alle scorrerie di al Qaeda e delle organizzazioni criminali attive nel contrabbando di uomini e nel traffico di droga”.

Tuttavia, sia la Ottaway che Melly, concordano nel ritenere difficile che il nord del Mali diventi “una nuova Somalia”. E questo, perché a loro giudizio, il Nord del Mali, in particolare nelle città principali e lungo la valle del fiume Niger, è abitato anche da popolazioni che non sono tuareg e non vogliono un regime islamista. Questa popolazioni si considerano semplicemente cittadini del Mali e vogliono il ritorno alla normalità e il ripristino dell’ordine. Sono persone da decenni abituate a vivere nell’ambito di istituzioni statali stabili in cui potevano votare ogni cinque anni: difficilmente potrebbero essere attratte dalla prospettiva di un regime che applica in modo fanatico la legge islamica.

Ma intanto la situazione potrebbe precipitare. Secondo il commissario dell’Unione europea per gli aiuti e le crisi umanitarie, Kristalina Georgieva, il Mali è di fronte a una catastrofe umanitaria. “Se non ci sarà un rapido progresso per la creazione di uno spazio umanitario nel nord del paese nei prossimi giorni, il disastro che ne risulterà potrebbe avere conseguenze anche sui paesi vicini”, ha avvertito la Georgieva in una dichiarazione. Il commissario ha ricordato che, a prescindere dal recente conflitto armato, la regione del Sahel, nel Mali, deve affrontare una siccità che ha già provocato una grave carenza alimentare. (irb)