Atlantide
11.04.2012 - 20:48
Analisi
 
Italia-India: nuove difficoltà in vista per il caso dei marò, dopo le perizie giudiziarie
Roma, 11 apr 2012 20:48 - (Agenzia Nova) - Secondo la stampa indiana, le perizie condotte ad istanza della magistratura del Kerala sui proiettili rinvenuti nei corpi dei pescatori uccisi avrebbero rivelato una loro compatibilità con le armi in dotazione ai marò del team di protezione imbarcato a bordo del mercantile Enrica Lexia. Qualora le indiscrezioni fossero confermate, è chiaro che per l’Italia risulterà molto più difficile ottenere in tempi ragionevoli il rimpatrio dei due nostri militari detenuti a Trivandrum. Ma non è questa l’unica complicazione connessa allo sviluppo del caso.

La linea adottata dal governo italiano in tutta questa vicenda si è articolata essenzialmente intorno a due punti: l’affermazione, suffragata da alcuni dati concernenti le posizioni del Lexia e del peschereccio su cui si trovavano i due sfortunati marittimi uccisi, secondo la quale la morte di questi ultimi non poteva essere addebitata all’azione dei nostri marò; e la pretesa, fondata sulle norme del diritto internazionale, che spettasse al nostro paese giudicare i militari trattenuti nel Kerala, in quanto agenti a nome e per conto dello stato italiano, a bordo di una nave nazionale ed in acque extraterritoriali, nell’ambito di una missione di autotutela rispetto alla minaccia della pirateria.

Mentre sull’ultimo argomento non si registrano novità, quanto sta prendendo corpo relativamente al primo può compromettere notevolmente la forza della posizione di principio assunta dal governo italiano, ponendone in discussione la credibilità. Se la magistratura indiana riuscisse infatti in qualche modo a diffondere la sensazione che l’Italia non sta difendendo degli innocenti capri espiatori, ma proteggendo con un’azione disinformativa le responsabilità dei suoi uomini in divisa, le simpatie della comunità internazionale ne risentirebbero senza dubbio, indebolendo la posizione del nostro governo e rafforzando quella dello stato indiano.

La semplice introduzione di questo fattore ha già avuto l’effetto di modificare a nostro sfavore la gestione di un contenzioso di per sé già impervio, posto che adesso il primo obiettivo nazionale diventa farsi pienamente riconoscere la possibilità di condurre verifiche di parte italiana su armi e proiettili. L’arretramento è sensibile. Giustamente, la Farnesina raccomanda prudenza e attende di conoscere le risultanze ufficiali dell’inchiesta, pretendendo che i Ros vi abbiano una voce in capitolo anche nelle fasi conclusive. Va ricordato poi che montature sono sempre possibili in casi di questo genere. Ma sono argomenti deboli nei confronti dell’opinione pubblica indiana ed internazionale. Con il tempo, inoltre, potrà dubitare della incerta ricostruzione degli avvenimenti lo stesso pubblico del nostro paese, che ha già avuto modo di ascoltare versioni discordanti sull’accaduto in Parlamento ed è di per sé abbastanza incline ad abbracciare teorie cospiratorie.

Finora le contraddizioni riguardavano soltanto l’identificazione del soggetto responsabile della scelta di aderire all’invito indiano di far attraccare il Lexia in un porto indiano. Nessuno aveva invece mai posto in dubbio il dato relativo al posizionamento della nave ed, in ultima analisi, all’innocenza dei nostri marò. Le cose potrebbero cambiare. Liberare persone adesso sospettate su basi più concrete della morte di due civili indiani è ora obiettivamente più arduo. In gioco, non c’è più solo il risultato di un’elezione, ma una questione attinente al sentimento nazionale indiano, che è un dato permanente.

L’India, di per sé, non è uno stato che si possa considerare anti-italiano e lo sta dimostrando tra l’altro il modo in cui le autorità dell’Orissa e quelle federali si stanno muovendo per evitare un tragico epilogo alla vicenda di cui è protagonista lo sfortunato Paolo Bosusco, unico prigioniero dei guerriglieri naxaliti dopo la liberazione del suo compagno di viaggio, Claudio Colangelo. Un’offensiva in corso per sradicare il movimento maoista, ritenuta assai efficace, è stata ad esempio fermata proprio per non compromettere le possibilità di sopravvivenza degli ostaggi.

Continuare a sostenere le iniziative intraprese per ottenere il rilascio dei marò è certamente opportuno. Ma qualora l’intera versione dei fatti data dal governo risultasse incontrovertibilmente smentita dagli accertamenti in corso in India, andrà forse presa in considerazione l’eventualità di chiedere conto al governo delle informazioni imprecise rese al Parlamento ed al paese. (g.d.)
 
Medio Oriente: situazione sempre difficile in Siria ed Afghanistan
Roma, 11 apr 2012 20:48 - (Agenzia Nova) - Come previsto, l’impegno del regime di Damasco a dar corso alle condizioni del piano per la cessazione delle violenze elaborato con il concorso dell’inviato dell’Onu, Kofi Annan, non si è ancora tradotto in concreti dati di fatto. Lo scenario internazionale di contorno è il medesimo. Con la Turchia che spinge nella direzione dell’abbattimento degli Assad e la Russia che si conferma presente sul terreno e soprattutto nelle acque territoriali siriane, con l’obiettivo di frenare qualsiasi deriva verso possibili ipotesi di ricorso alla “responsabilità di proteggere”.

L’unico fatto nuovo politico veramente rilevante è l’evidenza dei dubbi manifestati dalla Chiesa cattolica nei confronti della rivolta: il quotidiano della Conferenza episcopale italiana ha in effetti posto in grande risalto le testimonianze delle violenze di cui si sarebbero marcati anche gli insorti. La narrativa del conflitto civile in atto, quindi, comincia ad essere meno unidirezionale anche da noi: un fattore di cui con il tempo potrebbe risentire anche il posizionamento del nostro governo nelle fasi ulteriori della crisi.

In Afghanistan, invece, si segnala soprattutto l’avvio della consueta offensiva di primavera dei talebani, che adesso si scontra soprattutto con le forze di sicurezza locali, sempre più frequentemente in prima linea da sole. Non è necessariamente un segno dei progressi dell’esercito nazionale di Kabul. E’ piuttosto una riprova dell’avanzata della strategia di ripiego graduale adottata dall’amministrazione del presidente Usa, Barack Obama, cui i militari del Pentagono resistono con scarsi risultati.

Rientra in questo contesto anche il successo simbolico rivendicato dal presidente afgano, Hamid Karzai, che è riuscito ad ottenere il trasferimento dall’Isaf al suo governo della responsabilità di condurre i raid notturni che tanti dissapori generano tra gli afgani. Di fatto, quella del capo dello stato afgano è tuttavia una vittoria di Pirro. Ancorché il trasferimento sia stato presentato come un progresso verso l’affermazione del diritto e della sovranità nazionale nel paese, è infatti chiaro che è stato compiuto un altro passo nella direzione dell’abbandono del governo di kabul al proprio destino, da parte dell’intero Occidente.

Karzai sta peraltro intensificando i suoi movimenti in vista del 2014. Il suo ministro degli Esteri, Zalmay Rassoul, si è ad esempio recato in Qatar nel difficile tentativo di rendere interamente afgano il processo negoziale che dovrebbe essere avviato a Doha, dove è stato aperto un ufficio politico talebano. Naturalmente, non è riuscito ad ottenere l’estromissione degli statunitensi dalle trattative, ma solo la promessa della loro apertura a tutti gli interlocutori rilevanti.

A decidere, verosimilmente, a questo punto saranno proprio i talebani, che non intendono affatto riconoscere all’attuale governo di Kabul alcuna dignità d’interlocuzione. Tuttavia, segnali continuano ad essere inviati. Sempre Rassoul ha promesso che dopo il 2014 l’Afghanistan non potrà più essere utilizzato come base per condurre attacchi contro paesi terzi, come accade adesso con i droni statunitensi che martellano il Pakistan. Basterà a convincere esercito e servizi segreti di Islamabad, grandi sponsor dell’insurrezione afgana, che Karzai è il miglior uomo anche per loro? E’ lecito dubitarne. (g.d.)