Atlantide
02.04.2012 - 20:13
ANALISI
 
Siria: meno probabile l’intervento armato internazionale
Roma, 2 apr 2012 20:13 - (Agenzia Nova) - Malgrado la durezza della lotta che ormai da mesi oppone un composito fronte d’opposizione al regime degli Assad, la complessa macchina messasi in moto per preparare un possibile intervento militare “umanitario” della comunità internazionale contro Damasco potrebbe essersi inceppata. Alcuni sviluppi sembrano infatti, almeno per il momento, aver allontanato la prospettiva di un nuovo conflitto in Medio Oriente. Non tutto è chiarissimo, anche per la presenza di sofisticate strategie disinformative, che rendono difficile la lettura della situazione. Dei dati, tuttavia, paiono certi.

L’avversione cinese e russa - che è peraltro diversa nelle forme, negli obiettivi e nella sostanza - ha impedito ai fautori di un coinvolgimento militare internazionale in Siria di ottenere il mandato del Consiglio di sicurezza delle Uunite, che viene quasi ovunque considerato necessario per usare la forza armata in modo conforme ai dettami del diritto internazionale. E’ però noto come da tempo numerosi attori fossero impegnati a promuovere egualmente un esercizio contro Damasco della cosiddetta “responsabilità di proteggere”, prescindendo temporaneamente dall’avallo dell’Onu, come fatto dalla Nato in Kosovo nel 1999. Ma i loro sforzi non sono finora stati coronati da successo.

Il vertice della Lega araba, riunitosi a Baghdad il 29 marzo, in terra al momento sotto il controllo politico di sciiti vicini all’Iran e certamente non ostili ad Assad, si è concluso con un niente di fatto: un invito a riavviare il “dialogo nazionale”. Una palese assurdità mentre le parti si combattono con grande violenza. Vale la pena di sottolineare al riguardo come di crudeltà si siano macchiate tutte le parti coinvolte: gli insorti non hanno infatti esitato a reclutare bambini, ha accertato l’Onu, mentre a Hama si sono registrati episodi di pulizia etnica ai danni dei cristiani che sostengono Assad.

Per le forze che stanno affrontando i lealisti siriani l’esito del summit panarabo è stato comunque un duro colpo, anche sotto il profilo psicologico. All’interno dell’opposizione che vorrebbe rovesciare il regime, è affiorata persino la sensazione di un tradimento della propria causa. E poco di più è uscito dalla riunione dei numerosi “amici della Siria” svoltasi nel fine settimana ad Istanbul, malgrado le forti pressioni esercitate dal premier turco, Recep Tayyip Erdogan, nella direzione dell’adozione di misure più incisive contro il regime di Damasco.

L’opposizione siriana, che mirava ad ottenere l’istituzione di una zona protetta a ridosso di Idlib, nei pressi della frontiera turca, sostenendo che avrebbe potuto facilitare la disgregazione dell’esercito lealista, non è riuscita nel proprio intento e ha dovuto accontentarsi di soldi ed equipaggiamenti tecnici per condurre operazioni sul web. A tutti gli effetti, la situazione è quindi entrata in stallo.


E’ Washington ad aver cambiato posizione?

Molto verosimilmente ciò si deve ad un ripensamento degli Stati Uniti, su cui incidono sia le esigenze della campagna elettorale presidenziale che le attuali oscillazioni dei rapporti tra Usa ed Israele. Il presidente Barack Obama pare ostile ad una guerra dalle incerte prospettive che, scatenata in questo momento, si tradurrebbe certamente in serie incertezze su mercati finanziari già decisamente volatili e molto verosimilmente in un’impennata dei prezzi petroliferi, strozzando sul nascere una ripresa che pare essenziale per consolidare le speranze di una sua conferma alla Casa Bianca. Anche se i sondaggi sono favorevoli, e l’alternativa repubblicana poco credibile, la politica Usa può infatti sempre riservare sorprese ed è meglio non correre rischi inutili.

Sono inoltre affiorati dubbi sull’effettiva identità delle forze che si starebbero incaricando di abbattere Assad, tra le quali molto più che in Libia sarebbero evidenti infiltrazioni jihadiste e qaediste. Obama diffida altresì dell’agenda perseguita da Arabia Saudita e Qatar. Specialmente a Riad è imputata parte della responsabilità della spinta controrivoluzionaria che, quasi ovunque, sta rafforzando i salafiti rispetto ai Fratelli musulmani, scelti da Washington come interlocutori privilegiati, che stanno oltretutto reagendo a loro volta alla spinta integralista con un’accentuazione del profilo radicale della propria proposta politica. A Washington si teme soprattutto che, in queste condizioni, un nuovo conflitto umanitario in Siria finisca con l’indurre Israele ad attaccare l’Iran proprio per fermare questa dinamica e costringere gli Stati Uniti al riorientamento della propria politica regionale.

La sfiducia tra le parti sta aumentando. “Debka”, sito internet vicino all’intelligence dello stato ebraico, ha accusato Obama di aver aperto un canale di comunicazioni con Teheran all’insaputa di Gerusalemme, attraverso il premier turco Erdogan, di cui poco si fida, anche se la Turchia non possa certamente essere annoverata tra i più sinceri alleati della Repubblica Islamica. E non ha certo contribuito a migliorare la situazione la circostanza che le indiscrezioni siano state poi confermate dalle fonti iraniane di “Al Jazeera”.

Il sito “Ynet”, emanazione del popolare quotidiano israeliano “Yediot Ahronot”, ha quindi rincarato la dose, attribuendo al governo statunitense il rilascio alla stampa di alcune presunte informazioni riservate concernenti i piani ed i preparativi militari dello stato ebraico, che sarebbe stato deciso proprio per sbarrare la strada ad un possibile raid unilaterale israeliano contro la Repubblica islamica. In questo contesto, merita di essere rilevato anche l’intervento di Henry Kissinger, che ha preso per la prima volta pubblicamente posizione contro la politica mediorientale del presidente in carica: un pronunciamento che pesa.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: per il momento, l’opposizione siriana dovrà accontentarsi di apparecchiature elettroniche con cui trasmettere al resto del mondo le immagini della repressione e coordinare i propri movimenti. La guerra civile siriana potrebbe quindi essersi incanalata verso la prospettiva del conflitto interno di lunga durata, se vogliamo alla maniera libanese, o magari bosniaca. In quest’ultimo caso, l’intervento internazionale avrebbe comunque luogo, ma verrebbe differito ad un secondo momento, una volta che sul terreno fossero preparate le condizioni per una successiva pace duratura, al momento non presenti. E’ infatti difficile che, con tutto il sangue che è stato versato in questi mesi, il piano concordato dall’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, possa bastare a fermare le ostilità. Ci vorrà del tempo. Meglio anche per l’Italia, che nelle attuali condizioni politiche internazionali non avrebbe certamente potuto evitare di prender parte all’intervento internazionale. (g.d.)