Atlantide
26.03.2012 - 18:40
Analisi
 
L’Islam politico passa all’offensiva, da Casablanca a Damasco
Roma, 26 mar 2012 18:40 - (Agenzia Nova) - Dal Nord Africa e dal Vicino Oriente continuano a giungere cattive notizie, che descrivono società in crisi, economie in affanno e sistemi politici sui quali s’allunga sempre di più l’ombra dell’Islam politico. Le più recenti ed inquietanti riguardano senza dubbio Marocco ed Egitto. A Rabat, infatti, una folla di oltre diecimila persone ha costretto un alto diplomatico israeliano, David Saranga, che stava partecipando ad un’importante conferenza internazionale, ad abbandonare sotto scorta in fretta e furia il parlamento dove si svolgevano i lavori, per raggiungere l’aeroporto della capitale marocchina e riparare in Francia. Per quanto il regno guidato da Mohammed VI sia al momento affidato ad un esecutivo moderatamente islamista, sembra così confermata la tesi, sostenuta efficacemente da John R. Bradley in un suo recente volume di significativo successo, secondo la quale la cosiddetta “primavera araba” sarebbe destinata inesorabilmente ad accrescere la presa politica dei movimenti islamisti.

L’attacco a Saranga ricorda da vicino un altro triste momento degli ultimi mesi: l’assalto alla residenza diplomatica israeliana al Cairo, egualmente sfociata nella fuga dal paese dell’ambasciatore di Gerusalemme. Circostanza singolare, proprio mentre giungevano le allarmanti novità di Rabat, la “Washington Post” dedicava un approfondimento alla crescente tensione che contrapporrebbe ormai in Egitto la Fratellanza musulmana ai militari della Giunta subentrata al presidente Hosni Mubarak ai vertici dello Stato.

E’ per altro verso sintomatico che proprio in questi giorni venga commentata positivamente la scelta fatta da Ennahda, il partito islamico moderato guidato da Ghannouchi che si è impadronito della Tunisia dopo la cacciata di Ben Alì, di mantenere l’articolo della costituzione del 1959 che sancisce l’Islam come religione ufficiale dello stato, resistendo alle pressioni tese ad emendarlo per proclamare la sharia come fonte fondamentale del diritto. La speranza è che questo assetto resista, ma c’è ragione di dubitare anche dell’esito finale degli sviluppi in atto a Tunisi.

Un accreditato giornalista della tv “al Jazeera”, Mohamed Krichen, intervenendo alcune settimane fa a Roma ad un convegno promosso dalla Comunità di Sant’Egidio con il probabile intento di preparare il terreno ad un’intesa tra la Santa Sede e la Fratellanza musulmana, proprio con riferimento alla Tunisia ha esplicitamente definito tradite le speranze suscitate dalla “rivoluzione dei gelsomini”, aggiungendo che esistono ormai zone di quel paese talmente radicalizzate da somigliare a certe città dell’Afghanistan. Si è trattato certamente di una provocazione, che ha però lasciato interdetti e sgomenti non pochi degli organizzatori dell’evento, e la cui importanza non può essere facilmente sminuita.

Ci si può interrogare sulle ragioni di queste tendenze recenti, ma c’è un elemento che pare assolutamente decisivo: è vero che le rivoluzioni hanno dischiuso alle masse l’accesso al diritto di voto, ma è non meno vero che di fatto le porzioni di popolazione che hanno deciso di valersi di quest’opportunità storica sono minoritarie. Pochi si sono registrati al voto ed ancora di meno sono quelli che si sono recati alle urne: in queste condizioni, hanno prevalso le minoranze più strutturate. Appunto, ovunque, quelle legate a moschee e madrasse, che il potere politico laico aveva lasciato nei decenni trascorsi relativamente libere dall’oppressione dei propri apparati di polizia.

Un ruolo non meno trascurabile lo sta poi svolgendo l’Arabia Saudita, finanziando generosamente le fazioni più radicali, di matrice salafita, entrate nella competizione politica. I liberali, conseguentemente, soffrono: ed è di queste ore la notizia concernente l’abbandono dell’assemblea costituente egiziana da parte di ben 11 deputati vicini al movimento di Piazza Tahrir. E’ molto presumibile che ad un destino assai simile andrebbe incontro anche una Siria in cui lo schieramento ostile ad Assad conquistasse il potere, distruggendo il carattere laico dello Stato.

Alla lotta in corso contro il partito Baath partecipa anche la galassia di al Qaeda, alla quale si devono i pesanti attacchi esplosivi condotti nella capitale contro varie sedi governative. Per quanto degli attacchi di ispirazione jihadista si abbia cognizione anche da noi, è tuttavia un fatto che la stampa e le televisioni occidentali tendano ancora a rappresentare in modo molto piatto la contrapposizione in atto. Prevale infatti tuttora lo schema semplificato e fuorviante di una lotta tra liberali e sostenitori dell’autoritarismo, mentre la violenza e gli eccessi imperversano su entrambi i fronti. L’informazione è condizionata e sembra tutta orchestrata alla creazione preventiva del consenso per una futura avventura militare sul genere di quella condotta contro la Libia.

La scorsa settimana l’agenzia cattolica Fides ha dato notizia di episodi di pulizia etnica compiuti dagli insorti ad Hama ai danni dei cristiani, rei di fiancheggiare il regime. Nessun quotidiano ha raccolto l’informazione. (g.d.)
 
Afghanistan: attaccata una base italiana, 50mo caduto per il nostro paese
Roma, 26 mar 2012 18:40 - (Agenzia Nova) - Si è nel frattempo ulteriormente appesantito il tributo di sangue pagato dall’Italia al tentativo di stabilizzare l’Afghanistan, in cui apparentemente non nutrono più alcuna fiducia neanche gli statunitensi, che guidano la spedizione. Poco dopo lo scambio delle consegne tra i marò del San Marco, che se ne andavano, ed i bersaglieri che li rimpiazzavano, la Forward operative base (Fob, base operativa avanzata) Ice, situata in un luogo spettrale del distretto del Gulistan, nella provincia occidentale di Farah, è stata attaccata due volte a colpi di mortaio il 24 marzo scorso.

Al secondo tentativo, il perimetro dell’installazione è stato raggiunto da alcuni proiettili, uno dei quali è costato la vita al sergente Michele Silvestri, provocando inoltre il ferimento di altri cinque militari. Silvestri è il primo caduto in combattimento tra le fila del nostro contingente quest’anno, ma il quinto in assoluto se si aggiungono i tre soldati periti nel sinistro che ha coinvolto il loro Lince ed un altro militare morto per cause naturali.

Sulle cause specifiche di questo attacco condotto contro le truppe italiane è possibile speculare. Può avervi influito la volontà dei talebani di saggiare la determinazione del nuovo reparto con cui hanno a che fare: in questo senso, la reazione decisa e immediata degli italiani, che ha comportato l’impiego di una coppia di elicotteri Mangusta A-129 potentemente armati, è stata certamente utile a stabilire un minimo di deterrenza in vista di futuri episodi. E’ altresì possibile che la guerriglia abbia inteso a sua volta rispondere all’offensiva condotta nei giorni scorsi in una vasta area di territorio compresa tra la città di Shindand e le frontiere dell’Helmand, che avrebbe privato i talebani di cospicue quantità di armi ed equipaggiamenti.

Sarebbe tuttavia sbagliato guardare al conflitto con il prisma tutto nazionale di ciò che capita alle nostre truppe. Gli attacchi della guerriglia si contano nell’ordine delle decine ogni giorno da anni. Lo stesso 24 marzo, nel vicino Uruzgan è stato ad esempio ucciso un ex senatore. E circa 15 militari e poliziotti afgani hanno perso la vita nella provincia di Kandahar, più o meno nel momento in cui veniva colpita Fob Ice.

Il 26 marzo, è stata la volta di altri due soldati inglesi. La primavera segna normalmente un incremento delle attività militari degli antigovernativi, che quest’anno troveranno molti meno soldati statunitensi a fronteggiarli. Ed è proprio di questo che occorre adesso discutere. L’Italia è in Afghanistan in nome della sua alleanza con gli Stati Uniti, che è ora il fattore al centro di qualsiasi decisione di schieramento assuma la diplomazia del nuovo governo del nostro paese: che si parli di energia, di relazioni con la Russia, di Siria, di Iran o di gestione della politica monetaria europea, non esistono più dubbi su dove stia Roma. In merito all’Afghanistan, è invece lecito dubitare della direzione di marcia impressa a questa avventura da Washington. Ed in queste condizioni, sopportare le perdite diventa più oneroso.

Gli Stati Uniti vogliono disimpegnarsi. Preferiscono piantare una piaga purulenta nel cuore dell’Eurasia, a complicare la vita di iraniani, indiani, pachistani, russi e cinesi, piuttosto che logorarsi oltre nello sterile tentativo di pilotare fuori dal medio evo chi nel medio evo prova ogni giorno di volersi rituffare. Esiste più d’un elemento per riconsiderare la nostra politica verso l’Afghanistan. E magari anche noi iniziare ad immaginare un ripiegamento parziale, speculare a quello che stanno attuando gli Stati Uniti. (g.d.)