Mezzaluna
21.03.2012 - 15:58
ANALISI
 
Siria: fonti diplomatiche, piano segreto Usa-Russia per l'uscita di scena di Assad
Roma, 21 mar 2012 15:58 - (Agenzia Nova) - L’amministrazione statunitense avrebbe concordato con il Cremlino un piano per uscire dalla crisi siriana. Stando a quanto riferiscono fonti diplomatiche irachene, il piano consisterebbe in un'uscita di scena del presidente siriano Bashar al Assad per assegnare il potere ad una giunta militare guidata dai generali meno compromessi con il regime iraniano. Questa giunta dovrebbe quindi gestire la fase di transizione, che dovrebbe essere guidata da un governo di unità nazionale con la partecipazione di islamici e delle forze laiche: una sorta di replica del modello egiziano e tunisino, con le forze armate a garantire la stabilità del paese da eventuali derive fondamentaliste.

Una soluzione, sempre secondo le fonti irachene, vista con favore dalla totalità dei paesi vicini ed in particolare da Israele, ma anche dalle monarchie del Golfo, che pure danno il principale appoggio alla rivolta siriana. Israele teme che l’arsenale di armi e missili siriani possa costituire una minaccia seria alla sicurezza dello stato ebraico nel caso di una presa del potere a Damasco della Fratellanza islamica o, peggio ancora, dei gruppi fondamentalisti islamici vicini all’organizzazione di al Qaeda. Una transizione pacifica mirante a togliere la Siria dall’orbita dell’asse sciita guidato dagli ayatollah di Teheran, sarebbe vista molto bene anche dalle monarchie del Golfo, in particolare dall’Arabia saudita, che teme le ambizioni imperialiste della Repubblica islamica iraniana.

Se questo compromesso fosse confermato, sarebbe considerato il minore dei mali anche dal Libano e dalla Turchia. Beirut teme che la guerra civile in corso in Siria travalichi i confini del paese vicino per estendersi in casa propria; Ankara avrebbe dato luce verde semplicemente per il timore che il protrarsi della crisi siriana, che dura ormai da più di un anno, possa destabilizzare l’intera regione con tutti i rischi che ciò comporta per la strategia di penetrazione politica ed economica della Turchia nel Medio Oriente musulmano. Non tutti in Turchia, peraltro, sono d’accordo con la posizione assunta dal governo di Ankara nei confronti del regime alawita di Damasco.

E’ noto che i generali turchi sono in eterna disputa con il governo islamico di Recep Tayyip Erdogan, al punto che alcuni settori dell’intelligence militare starebbero cercando di sfruttare la crisi siriana per mettere in difficoltà l'attuale governo di Ankara. Sono numerosi i casi di oppositori siriani rifugiatisi in Turchia e riconsegnati in condizioni misteriose alle autorità di Damasco, mettendo così in grande imbarazzo Erdogan agli occhi dell’opposizione al regime di Assad. Il sud est della Turchia è abitato in prevalenza da alawiti di origini siriana e non pochi di loro hanno scelto la carriera militare. Questa comunità teme che un cambio di regime a Damasco possa dare il via ad un crociata contro di loro da parte dei sunniti.

Per questo motivo gli alawiti turchi starebbero collaborando con alcuni “corpi paralleli” dell’intelligence militare turca per segnalare gli esponenti dell’Esercito libero siriano, che hanno scelto come base per il loro quartier generale da cui guidare gli attacchi proprio il territorio abitato dagli alawiti in Turchia. Non a caso, negli ultimi tempi, le abitazioni di molte famiglie alawite della zona sono state indicate, ad opera di ignoti, da un segno in vernice rossa, come ha riportato con allarme la stampa locale.

Un altro paese fortemente interessato all'evolversi della crisi siriana è la Giordania. La rivolta siriana è partita un anno fa da Dera’a, città a cinque chilometri dal confine giordano e con forte presenza di gruppi islamici fortemente legati ai Fratelli musulmani locali, che danno serie preoccupazioni al re Abdallah II per le loro sempre più crescenti proteste. Un'eventuale affermazione dei Fratelli musulmani a Damasco rafforzerebbe inevitabilmente la confraternita che vive all’ombra della dinastia hashemita, la cui stabilità è una linea rossa per Stati Uniti, Israele e per la famiglia reale saudita, che ha le stesse origini di quella che regna ad Amman.

Per l’Iraq, il discorso è un po’ diverso rispetto agli altri paesi vicini: finora il governo iracheno si è mostrato molto prudente nel sostenere la rivolta siriana, proprio per non irritare lo scomodo e potente vicino iraniano, principale alleato del regime di Damasco. Ma Baghdad è in procinto di ospitare, il prossimo 29 marzo, il summit dei capi di stato arabi, ed ha bisogno comunque di non irritare i paesi del Golfo, soprattutto perché una situazione di caos indomabile in Siria non potrebbe che deteriorare ancora di più la già precaria stabilità politica del paese.

A portare avanti la soluzione attribuita a Washington e Mosca dovrebbe essere Kofi Annan, l’ex segretario delle Nazioni Unite e attuale inviato speciale in Siria per tentare una mediazione. Ieri il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è riunito per appoggiare il piano preparato da Annan, che tuttavia non fa menzione del presunto “patto” tra Usa e Russia. Per ora, comunque, si è nel campo delle illazioni diplomatiche. Resta da vedere quale sarà la reazione di quei generali siriani “troppo” legati a Teheran che dovrebbero, secondo le fonti irachene, essere sacrificati. E’ verosimile che questi ultimi possano tentare un golpe militare proprio per sabotare sul nascere questa soluzione.

Il presunto piano Usa-Russia non sarebbe osteggiato neppure dallo stesso presidente Assad al quale, assieme alla sua famiglia, verrebbe garantito un salvacondotto. Una conferma, anche se indiretta, di questa tesi è arrivata ieri da “Asharq al Awsat”, quotidiano panarabo di proprietà della famiglia reale di Riad, che parla di “strani movimenti” che preluderebbero a “imminenti cambiamenti nelle alte sfere” in Siria. A suscitare i sospetti dell’autorevole foglio saudita sono le voci sull’arrivo al porto siriano di Tartus di una nave russa carica di unità speciali di antiterrorismo. A dispetto delle smentite di Mosca, “al Sharq al Awsat” dà per certa la versione dell’opposizione siriana sull’arrivo delle truppe russe, ma ha una propria interpretazione sulla loro effettiva missione: sventare una eventuale colpo di stato dei militari.

L’articolo del giornale non chiarisce a quali militari si riferisca, ma non sarebbe affatto da escludere che si tratti dei generali legati al regime di Teheran, che potrebbero tentare di sbarrare la strada al piano studiato per estrometterli. E’ improbabile che per sostenere il regime di Damasco nella sua guerra alla rivolta, Mosca abbia pensato soltanto all’invio di una semplice unità militare, anche se “molto speciale”. (irb)