Atlantide
13.03.2012 - 18:55
Analisi
 
Cause e conseguenze della strage dell’11 marzo in Afghanistan
Roma, 13 mar 2012 18:55 - (Agenzia Nova) - Si rafforza la sensazione che in Afghanistan la situazione cominci a sfuggire di mano. Non è soltanto il profilo delle attività della guerriglia a determinare la crisi dell’intervento occidentale, ma una grande stanchezza ed una più generale mancanza di prospettive. C’è infatti proprio questo alle spalle degli incidenti e dei crimini di cui si stanno macchiando le truppe statunitensi.

Gli episodi controversi sono ormai troppo numerosi perché si possa pensare che siano occasionali. Prima, la diffusione del video in cui appaiono militari Usa intenti a profanare i cadaveri di alcuni miliziani caduti nel corso di un precedente combattimento; poi il rogo di copie del Corano distrutte maldestramente a Bagram; adesso, il folle gesto di un singolo, o più probabilmente di un gruppo, che nel distretto di Panjwayi, nella provincia meridionale di Kandahar, si è concluso con l’esecuzione a freddo di 18 civili innocenti: in massima parte, donne e bambini indifesi, massacrati nel cuore della notte a colpi di fucile e coltello, prima di dar fuoco ai loro cadaveri.

Le ricostruzioni dell’accaduto fornite dall’Isaf imputano la strage all’opera di un sergente reduce dall’Iraq, sposato con due figli, giunto in teatro circa tre mesi fa. Testimoni locali parlano invece di un gruppetto più nutrito di persone, apparse alterate, e forse intenzionate a dar corso ad una minaccia ventilata il 9 marzo scorso in seguito allo scoppio di un ordigno rudimentale al passaggio di un veicolo della Nato, attribuito all’azione di un nucleo di guerriglia locale. Quanto è successo potrebbe quindi anche essere stato pianificato con cura. Come ha notato l’analista Gianandrea Gaiani, del resto, è ben difficile uscire da una base militare statunitense in piena notte, se l’iniziativa non è stata concordata.

Al di là dei dettagli, la questione fondamentale è che la macchina militare statunitense in Afghanistan sembra non controllare più lo stress dei soldati di cui dispone. Le cause del problema sono certamente numerose, ma due paiono più importanti di altre. Sicuramente, i lunghissimi periodi di permanenza in teatro sono un fattore rilevante. A differenza dei soldati europei, che rimangono negli avamposti afgani per 4-6 mesi, i militari statunitensi sono costretti a turni di un anno, che possono ripetersi anche dopo pause relativamente brevi, determinando depressione ed una condizione di obiettivo disagio, considerata anche l’assenza di distrazioni nel paese che li ospita. Conta probabilmente anche di più la circostanza che questi sacrifici vengano chiesti al soldato americano senza che sia più in vista una realistica possibilità di successo.

Si sta nelle basi, rese sempre più insicure dalla presenza di soldati e poliziotti afgani di dubbia lealtà, senza capire perché lo si debba fare, giacché il presidente Barack Obama ha avviato trattative con i talebani in Qatar ed ha comunque posto una data limite alla prosecuzione delle operazioni di combattimento in teatro. Quando le unità militari sperimentano una crisi del loro morale, uno dei modi attraverso i quali cementano la propria coesione sono proprio i gesti di violenza, che proprio per questo sono talvolta tollerati da ufficiali miopi e compiacenti, quando non apertamente incoraggiati. Esistono importanti ricerche in questo campo, condotte per lo più con riferimento alla Wehrmacht in Russia, che attestano come in circostanze estreme, specialmente quando svanisce la speranza di vittoria, proprio il ricorso alla violenza bruta si affermi come metodo per rinsaldare il gruppo e permettergli di non sbandare di fronte agli eventi.

Questo è proprio ciò che potrebbe essere accaduto, con la particolarità che la Nato non sta combattendo un conflitto tradizionale per la conquista ed il controllo di territori, ma contende ai talebani l’appoggio dell’opinione pubblica locale. Quanto accade, quindi, oltre che obiettivamente criminale è anche militarmente molto controproducente.

Gli effetti degli eventi di Panjwayi saranno ovviamente drammatici. Perché il rischio di compattare, come accadde negli anni Ottanta del secolo scorso, tutte le componenti dell’articolata società afgana in un’insurrezione nazionale contro le truppe della Nato sta diventando molto concreto. Così com’è assolutamente realistico prevedere un boom di adesioni alla guerriglia talebana. I clan offesi cercheranno di ottenere riparazioni e vendetta, ed è importante che la magistratura statunitense non faccia sconti ai responsabili e coinvolga nelle indagini anche i livelli intermedi della catena di comando e controllo. Il segretario alla Difesa Leon Panetta ha ricordato molto opportunamente come in questo caso non sia da escludere l’eventualità di comminare la pena capitale.

Vale la pena sottolineare le conseguenze che tutto questo avrà anche per i nostri militari, alle prese non meno di altri con una flessione del proprio morale e forse chiamati in futuro a pagare lo scotto dello sconsiderato comportamento di un certo numero di loro commilitoni statunitensi. (g.d.)
 
Una partita sempre più complessa intorno alla Siria
Roma, 13 mar 2012 18:55 - (Agenzia Nova) - Sta complicandosi la trama diplomatica intorno al conflitto civile in atto in Siria. Russia e Cina continuano ad opporsi all’applicazione contro il regime di Damasco della cosiddetta “responsabilità di proteggere”, rendendo impraticabile il passaggio attraverso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

La diplomazia di Mosca risulta particolarmente attiva ed ha colto un significativo successo nel fine settimana, durante il quale è riuscita ad ottenere da parte di un certo numero di paesi arabi la sottoscrizione di una dichiarazione che contiene tra l’altro l’invito a cessare le violenze rivolto a tutti gli attori coinvolti, un cardine della posizione sostenuta nella crisi dal Cremlino, basata sulla sostanziale equiparazione del regime di Damasco e delle forze che gli si oppongono. Neanche la Cina, peraltro, è passiva. E’ proprio del 13 marzo la notizia di un piano in sei punti sottoposto da Pechino ai governi della regione per evitare lo scoppio di un conflitto internazionale di maggiori proporzioni.

Le Nazioni Unite sono a loro volta entrate in gioco, in particolare con il tentativo di mediazione condotto da Kofi Annan, sfociato nell’offerta di disponibilità del Consiglio nazionale siriano a deporre le armi qualora la repressione si arresti. In realtà, si tratta di un passo che potrebbe anche preludere all’accelerazione della deriva verso il conflitto, se per caso si trattasse di un’astuzia volta a scaricare interamente sulle spalle di Damasco la responsabilità della rottura. Si riproporrebbe a quel punto lo schema materializzatosi a Rambouillet agli inizi del 1999, quando i kosovari firmarono, su pressioni dell’allora segretario di Stato Usa Madeleine Albright, un documento che a loro in realtà non piaceva, al solo scopo di costringere Slobodan Milosevic a respingerlo, determinando l’intervento della Nato.

La prospettiva della guerra, tuttavia, non è al momento affatto scontata. Anche perché la vicenda siriana è intimamente legata ad uno scenario più ampio, di cui sono parte i delicati equilibri regionali, l’evoluzione della crisi che oppone Israele all’Iran e le ricadute di tutto questo sulla campagna elettorale presidenziale statunitense, che sta entrando nel vivo, con un Obama che perde consensi e i rivali repubblicani che iniziano a farsi sotto nei sondaggi.

Appare chiaro che l’attuale amministrazione Usa sia ora più restia ad avviare una campagna militare che potrebbe essere lunga e difficile, come mostra il precedente libico ed in particolare la lunga resistenza opposta dal colonnello Muhammar Gheddafi. Preoccupa inoltre molti autorevoli esponenti del mondo politico Usa la circostanza che nell’opposizione siriana figurino molti elementi vicini ad Al Qaeda.

Circolano sulla stampa italiana ed internazionale scenari piuttosto interessanti, sui quali sarebbe opportuno soffermarsi. Secondo alcuni, statunitensi ed iraniani starebbero addirittura negoziando una soluzione politica di compromesso per la Siria, che contemplerebbe la sostituzione del presidente Bashar al Assad con un regime militare guidato da una giunta. La cosa avrebbe i suoi pro e i suoi contro. Israele vedrebbe soddisfatto il suo interesse a veder finalmente bloccata la “primavera araba” e impedito l’avvicinamento della Turchia alle sue frontiere. Ma constaterebbe il materializzarsi del temuto grande accordo regionale tra Washington e Teheran, istigando i falchi del governo di Benjamin Netanyahu ad esigere un attacco preventivo unilaterale alla Repubblica Islamica, che servirebbe proprio a sabotare questa convergenza e la conseguente accentuazione dell’isolamento dello Stato ebraico.

Le prospettive della pace resterebbero quindi assai incerte e dubbie. Nell’incertezza, il protrarsi dello stallo sembra la cosa più probabile. Ed è una buona notizia, considerando che un eventuale conflitto con la Siria di Assad coinvolgerebbe certamente l’Italia e sconvolgerebbe comunque il mercato dell’energia, determinando un sensibile rincaro dei prezzi del petrolio. (g.d.)